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Carmen Consoli dal vivo al Parco Tittoni di Desio

Carmen Consoli da piccola voleva farsi suora.  Ma a vederla oggi – e soprattutto ad ascoltarla – non si direbbe di certo. Da tanto tempo infatti, ormai, Carmen ha smesso di essere quella bambina che frequentava le Orsoline e scriveva canzoni su Gesù: con l’approssimarsi dell’età adulta le sue scelte di vita si sono rivelate sempre più anti-conformiste e le sue canzoni si sono scagliate spesso contro le ipocrisie della Chiesa e della società benpensante.

Chi la segue dagli inizi, sa benissimo che Carmen ha cambiato faccia più volte, ma è sempre riuscita a rinnovarsi, rimanendo “fedele a se stessa”, passando dal suono pop, folk e a tratti persino power pop (qualcuno riesce a sentire i Teenage Fanclub dentro Amore di Plastica?) della sua chitarra acustica a quello più rock delle chitarre distorte – di Confusa e Felice, ma soprattutto di Mediamente Isterica –  fino ad approdare a quello di un’intera orchestra (l’Orchestra di Roma di Paolo Buonvino) o alla bossa nova brasiliana o ancora più in là – sempre in direzione ostinata e contraria – verso lidi più esotici legati all’uso di strumenti etnici come banjo, bouzouki, harmonium, sitar, darabukke, duduk, djembe e flambè (sì l’ultimo me lo sono inventato).

Dopo la breve, ma intensa esecuzione di Diodato – che scalda il pubblico con il giusto mix di ironia, tenerezza e coraggio – Carmen appare sul palco come una cometa che negli ultimi anni è passata troppo poco spesso da queste parti di cielo. Ma adesso finalmente è qui in tutta la sua magnificenza ed eleganza e mentre luccica sul palco, come un prisma che scompone la luce dei riflettori in mille colori, tutti vogliono vederla, fotografarla, immortalare il momento e renderlo eterno.

La scenografia del parco Tittoni di Desio, addobbato per l’occasione con fili di luci e lanterne, cerca in qualche modo di renderne più suggestiva la visione, ma questo è uno di quei rari casi in cui non è necessario perché la “Cantantessa” siciliana brilla di luce propria e basta una sua occhiata fugace o suo sorriso per riuscire a vedere il riflesso abbagliante della raggiante Catania che brucia come il fuoco dell’Etna dentro di lei.

È sempre stato così, fin dalla sua prima apparizione televisiva che non fu a Sanremo, come molti ricordano, ma in una puntata speciale della trasmissione di Michele Santoro Tempo Reale  dedicata alla scomparsa di Mia Martini. L’idea di Santoro era quella di accostare una stella caduta (Mia Martini, appunto), una stella cadente (Loredana Bertè) e un possibile astro nascente che allora non conosceva ancora nessuno. Sarà un caso, ma quest’anno mi sono ritrovato a scrivere proprio un articolo su Mimì, uno su sua sorella Loredana e adesso questo su Carmen che nel frattempo è diventata una stella polare della canzone d’autore italiana – ricevendo elogi persino dal New York Times che l’ha definita: “An Intellectual Rocker Steeped in Tradition” -.

A quella trasmissione della RAI, in realtà, Carmen avrebbe dovuto esibirsi in diretta da Catania la settimana prima, ma poi non ci fu tempo per effettuare il collegamento e suonò a telecamere spente soltanto per i suoi concittadini. La settimana successiva Santoro la volle a tutti i costi in studio e fu così che Carmen si ritrovò ad aprire lo scrigno delle sue meraviglie in Tv con una versione timida e acustica de L’Isola del tesoro (poi trasformata nella nostalgia meteoropatica di Novembre 99).

Di lì a poco ci sarebbero stati i tre Sanremo di fila nel ‘95, ‘96 e ‘97 con Quello che sento, Amore di Plastica e soprattutto Confusa e Felice.

Il resto come si suol dire è storia e stasera siamo qui a celebrarla.

Si comincia con L’ultimo Bacio, a dimostrazione del fatto che Carmen ama fare le cose in modo poco canonico, si tratta di un avvio che reca in sé già il sapore dell’addio. Ma anche quello della pioggia e in particolare quella di Domenico Modugno a cui viene reso spudoratamente omaggio con “quei violini suonati dal vento” che ti sembra quasi di vederli volteggiare nell’aria:

“Mille violini suonati dal vento / tutti i colori dell’arcobaleno / vanno a formare una pioggia d’argento”

recitava il celebre brano Piove (Ciao ciao bambina), che il padre di Carmen le cantava sempre quand’era piccola, gettando, così, in lei i primi semi di quella malinconia che sarebbe tornata spesso nelle sue canzoni. Soprattutto in quest’ultimo bacio bruciante come gocce di limone che sono lacrime mentre piove. Non è il finale di Blade Runner, ma la crisi mucciniana, che ritroviamo anche nell’omonimo film, in cui c’è il tutto il coraggio e il dolore di affrontare una separazione, ma anche tanta paura di crescere.

Dal punto di vista strettamente più musicale, Il clima di morbida rilassatezza del brano di apertura – accompagnato dalla chitarra in solitaria – mette subito il pubblico a proprio agio e lo spinge con disinvoltura verso il resto della scaletta che si accende subito dopo, quando il resto della band (Luciana Luccini al basso, Antonio Marra alla batteria e il solito Massimo Roccaforte alla chitarra) sale sul palco e inizia a pestare e pescare in maniera più o meno equilibrata da tutti gli album.

C’è molta grinta soprattutto nella prima parte dello show, dove vengono eseguite in sequenza vere e proprie “tranvate” come Per niente stanca – che mescola rabbia e speranza nella malattia più nera dell’aids – e Besame Giuda che lascia addosso soprattutto l’incazzatura del tradimento, sfumandola poi come di consueto nel finale languido di Besame Mucho di Consuelo Velazquez.

Il tema della malattia – non tanto quella fisica, quanto soprattutto quella psicologica – è molto presente nelle canzoni della chanteuse catanese, così come quello del tradimento che non è da intendersi limitatamente al caso di adulterio, ma nel significato più ampio possibile del termine, esteso a tutti i casi in cui la fiducia di una persona viene disattesa. Nella copertina del singolo di Besame Giuda Carmen bacia sé stessa, quasi a dire che la persona di cui ci dobbiamo fidare di meno siamo noi stessi.

Virginia Woolf  nel lontano 1926 si domandava come mai la malattia non figurasse insieme all’amore, alle battaglie e alla gelosia tra i temi principali della letteratura visto che “quando le luci della salute si abbassano, emergono interi mondi”.  Carmen questi mondi li fa affiorare con rabbia e tenerezza allo stesso tempo anche nello spazio ristretto di un semplice verso: ed ho trovato tutto il vuoto del mondo in una carezza di compassione.

Susan Sontag in Malattia come metafora afferma che: “La malattia è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Preferiamo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro paese”.

Questa malattia metaforica che nella musica di Carmen spesso si fa tormento interiore incazzato – questo Pigghia nu bastoni e tira fora li denti! dell’anima, di chi appartiene a una “Malarazza” – raggiunge il suo picco massimo nell’esecuzione di Fino all’ultimo che fa sgolare le nostre ugole permettendoci per una volta di urlare il silenzio:

“Puoi prenderti tutto quello che vuoi / Mi hai soltanto strappato un po’ di silenzio

è il verso più urlato di tutto il concerto, fino a sentire quasi la lacerazione delle corde vocali,  fino all’ultimo appunto o per usare altre parole di Carmen “finché avrai fiato e vita”.

Nel corso della serata, ci saranno anche molte altre occasioni di sgolamento con diverse altre canzoni, come succede ad esempio con lo sfogo di Sentivo l’odore e di tutte le altre mille identità messe in scena da Carmen per raccontare la complessità della donna e del vivere femminile, senza aver paura di toccare temi difficili: dalla sua Geisha hendrixiana che si vende per soldi alla Contessa Miseria che non riesce ad accettare di invecchiare, dalla donna lasciata sull’altare il giorno del suo matrimonio in Fiori D’arancio fino alla ragazzina vittima di uno stupro in Mio Zio – a differenza delle altre, quest’ultima, quasi impossibile da cantare per il senso di disgusto che ti fa provare, con una potenza immaginifica delle parole simile ad alcune scene di violenza de L’Amica Geniale.

Tolta questa unica eccezione, se siete tra quelli che odiano sentirsi cantare nelle orecchie ai concerti vi conviene andare a sentire qualcun altro (o almeno non portarvi dietro le mie amiche) perché l’accompagnamento canoro del pubblico affezionatissimo sarà una costante dall’inizio alla fine. Se invece amate mischiare le vostre voci insieme a quelle degli altri fan allora siete sicuramente nel posto giusto.

Più o meno verso metà concerto ci si rilassa un attimo con le Parole di burro che “si sciolgono sotto l’alito della passione” della cantante e del suo pubblico, che ovviamente conosce a memoria tutto il testo essendo uno dei suoi maggiori successi. La parole cantate quasi all’unisono da pubblico e artista si adagiano su atmosfere rilassate all’incrocio tra bossa nova e Burt Bucharach e ci raccontano una “Storia d’amore e di vanità” (vedi alla voce Morgan e le meraviglie del pop italiano prima dello sfratto esecutivo) che si ispira a La Metamorfosi di Ovidio e al mito di “Narciso”: un giovane talmente affascinante da far innamorare tutti al primo sguardo, ma incapace di ricambiare perché innamorato unicamente di sé stesso e della sua immagine, riflessa nell’acqua, in cui finisce per annegare trasformandosi in fiore. Il Narciso consoliano è più fortunato e piano piano risucchia l’altra persona realmente innamorata fino ad annullarla: “Conquistami, inventami, dammi un’altra identità” canta Carmen nel ritornello, ma alla fine del pezzo ad essere conquistati dalla sua voce e dalle sue parole siamo soprattutto noi. Ormai abbiamo mollato gli ormeggi e ci siamo abbandonati a un canto di sirena che ci attrae, trascinati giù sul fondo di una pozzanghera che sembrava affascinante proprio come il quadro di Salvador Dalì e invece avrebbe dovuto inquietarci come l’inferno musicale ne Il giardino delle delizie di Hieronymus Bosch.

Andando verso la parte conclusiva del primo set Carmen infila una doppietta che da sola già sarebbe stata sufficiente a renderci tutti (confusi e) felici.

A ventidue anni di distanza da quel Sanremo 97, Confusa e Felice è ancora in grado di shockare (persino più della vittoria dei Jalisse) grazie agli schiaffi sonori delle chitarre che si inseriscono tra il “voler tentare” e “il voler difendere questo momento”. Questo in cui ci troviamo in mezzo noi, ma anche quello in cui fu concepito il brano, scritto di getto per descrivere la “gioia immensa” e la confusione derivanti dalla partecipazione a Sanremo dell’anno precedente e, poi, assurto quasi immediatamente a simbolo – per una volta – positivo dello stato confusionale giovanile. Quello di segno opposto a quello di Kurt Cobain. Lo stesso in cui verte il pubblico mentre esplode il ritornello, un Dazed And Confused dello spirito e della mente Linklateriano  fino al midollo – La Vita è un sogno dice la traduzione italiana del film (o i sogni aiutano a vivere meglio? gli risponde Marzullo)  – quasi Ledzeppeliano nella resa sonora (anche se quella canzone di meraviglia e confusione Jimmy Page  l’aveva fregata a Jake Holmes).

I versi finali del brano, invece, sono calmi e limpidi come il mare che ci ascolta e che ci addormenta in quelli iniziali. Se in un “Sogno di una notte di mezza estate”  il canto delle sirene di Shakespeare era“così dolce e armonioso che persino il protervo mare sostò placato in ascolto”, parimenti possiamo dire che, in un altro sogno di un’altra notte di inizio estate, una sirena della musica italiana è stata altrettanto dolce e armoniosa da incantare un mare di persone e diventare le parole della sua stessa canzone: “una goccia che inonda il cielo”.

Il pezzo fa affiorare in tutti i presenti un mare di ricordi personalissimi fatti di banchi di scuola, amicizie, amori, rabbie, incazzature, ecc ognuno ha i suoi e nessuno li può giudicare nemmeno tu. E così improvvisamente anch’io mi ritrovo nell’estate del 97 su un letto a castello con le cuffie del walkman nelle orecchie, avvolto nel lenzuolo della mia solitudine a cantare di un autunno dolciastro nella casa delle vacanze a Cattolica. Riesco a ricordarmi la fantasia del lenzuolo, la sensazione tattile di fresco sulle gambe e il venticello che entrava dalla finestra e faceva venire la pelle d’oca sulle braccia. Nella mia esperienza di ascoltatore nerd quando riesci a ricordare così tanti dettagli di cosa stavi facendo mentre ascoltavi determinate canzoni significa che quell’ascolto probabilmente ha avuto su di te lo stesso impatto emotivo del crollo delle torri gemelle.

A chiudere arriva, infine, una Venere storpia. Sorta di divinità musicale che incalza e fa ballare il pubblico femminile liberandolo dalle catene opprimenti di un’ideale di bellezza eterna ed eterea come quello della Venere di Botticelli, a cui qualcuno vorrebbe ridurlo, producendo, di fatto, soltanto l’effetto contrario a quello sperato, ovvero uno stato di assoluta indifferenza, assimilabile all’aridità sessuale (la PJ Harvey di Dry insegna) e riassumibile in tre parole che danno avvio a un altro ritornello conficcatosi nella mente da oltre ventanni: Triste, annoiata e asciutta / Io sarei la tua venere storpia.

Sembrerebbe tutto finito, ma nemmeno il tempo di toglierci di dosso il fumo delle sue parole che arriva subito il momento dei “Bis”, con cui ci viene servito su un piatto d’argento un tris di nostalgie del passato su cui vale la pena spendere altre “due” parole, che tanto sono gratis:

BLUNOTTE

Blunotte – scritta in origine  per Tosca e poi fortunatamente tenuta per sé – è il pezzo in cui il coinvolgimento del pubblico tocca il vertice assoluto della serata perché contiene quella triste malinconia primordiale a cui tutti i presenti sono in qualche modo legati – il blu che ancor prima di essere un colore è un sentimento primario, come il disco di Joni Mitchell, come l’anima di Janis Joplin (che possiamo sentire forte e chiara in Little Girl Blue),  come le notti vellutate e in particolare questa che stiamo vivendo oggi nel solstizio d’estate.

Quella “ nota blu” non è solo il nome di un’etichetta e di un Jazz Club (il Blue Note di New York), ma una luce soffusa come la sua insegna al neon, il cuore della notte che cercava Tom Waits quando usciva il sabato sera (Looking for the Heart of Saturday Night), un fiume ghiacciato su cui puoi pattinare via (I wish I had a river I could skate away on) oppure sprofondare, qualcosa di concettualmente simile all’ispirazione più profonda del blues che è al tempo stesso un pugno nello stomaco e l’abbraccio più caldo che tu abbia mai ricevuto in vita tua arrotolati insieme in una coperta.

Il ritornello scava in queste profondità, mescolando due esperienze personali diverse, quella amorosa di Tosca e quella artistica della giovane Carmen in lotta per trovare la sua strada. Ne esce una terza via che diventa universale e porta tutti quanti a cantare:

e non ho fatto altro che sentirmi sbagliata
ed ho cambiato tutto di me
perché non ero abbastanza

QUELLO CHE SENTO

Quello che sento è un acquerello delicato che dipinge il primo amore come qualcosa di  puro e incontaminato, così come l’arpeggio che accompagna il rapido susseguirsi dei versi in una sorta di “rap melodico” del dolce stil novo, un sentimento che lo vedi svolazzare nell’aria del parco Tittoni come il sacchetto di plastica di American Beauty  e non fa niente se non lo riesci ad afferrare, perché non è importante che sia corrisposto o meno l’importante è sentirlo volare anche dentro di sé, potrebbe anche restare impigliato fra i rami di un albero, basta che ci sia, che sia lì e soprattutto che sia sincero. Quello che sento è come un desiderio d’amore e autenticità che si apre alla musica e se ne vola via con lei: “oltre le vie chiuse in me / voglio aprire il mio cuore a ciò che è vero”.

AMORE DI PLASTICA

A chiusura di un concerto figlio di un realismo magico musicale simile a quello letterario arriva un Amore di plastica cantata sempre con tanta passione da sembrare autobiografica anche quando non lo è. Diversamente da quanto si potrebbe pensare non lo è proprio nei tratti distintivi della canzone in cui Carmen definisce i contorni di un amore finto e di scarso valore, pallido surrogato di quello più sincero descritto prima. Ma questo pezzo ha in realtà un valore affettivo enorme per quello che rappresenta per Carmen: non solo fu il suo primo vero successo, ma fu anche uno di quei brani che venne inizialmente scartato durante la sua gavetta romana, quando veniva liquidata con frasi tipo “sembra Anna Oxa scolorita”. Le strofe non apparivano convincenti e poi non c’era neanche un ritornello accattivante. Nell’incidere questa canzone Carmen ha dovuto fronteggiare quel tipico momento della carriera in cui gli esperti dicono all’artista che quello che vuole fare non funziona. Un momento topico rappresentato anche nei film musicali più recenti come quello sui Queen o quello su Elton John, in maniera a dire il vero non troppo veritiera, ma che è avvenuto spesso anche nella realtà, basti pensare che per una ragione simile (l’assenza totale del ritornello) anche un classico come Il Cielo in una stanza stava per rimanere nel taschino di Gino Paoli senza vedere mai la luce. Ma per fortuna Carmen non ha ceduto. Neanche alla versione del ritornello propostale da Kaballà che doveva essere:

Ma come posso dare l’anima a qualcuno che non l’ha  / e non sa prendere per mano le cose che la vita dà.

Se deve dare l’anima cantando Carmen ha bisogno che qualcuno ce la metta veramente. Per questo si affida per una volta al “re dei ritornelli” Mario Venuti che gliene scrive uno perfetto, talmente perfetto da essere sincero anche quando canta un amore di plastica:

Ma come posso dare l’anima
E riuscire a credere
Che tutto sia più o meno facile
Quando è impossibile

Volevo essere più forte di
Ogni tua perplessità
Ma io non posso accontentarmi se
Tutto quello che
Sai darmi
È un amore di plastica

Non è un caso che prima di iniziare a cantare il brano Carmen abbia voluto introdurlo con il famoso “secondo bonsai”, la ghost track che aveva posto in chiusura dell’album Confusa e Felice, un haiku al contrario che tutti conoscono e intonano all’unisono “oderc ni em, len oim eroma, rep etra is eroum”.

Credo in me, nel mio amore, per arte si muore.

FINALE

Per concludere è difficile riuscire a descrivere tutta la tempesta di emozioni che un concerto di Carmen Consoli è in grado di suscitare nell’arco di una singola serata. Ma possiamo provare a farlo attraverso le parole scritte apposta per lei dall’autrice teatrale Emma Dante riprese da Elena Raugei nel suo bellissimo libro Fedele a se stessa:

Carmen è un nome scomodo da pronunciare. È monco. Manca il finale. La sua musica è sempre in movimento ed è incompiuta come il suo nome. Rimane sospesa in cerca di un’utopia e tutte le volte che la sfiora ci lascia senza fiato. La voce di Carmen corre, rallenta, cade, si rompe, ci entra nel cuore a pezzetti e il suo ritornello ci entra in testa come una tempesta nel cervello.

In sintesi, parafrasando entrambe, Carmen è un nome monco, manca il finale e ogni suo concerto è uno spettacolo a sipario aperto destinato a durare

Scaletta:

  1. L’ultimo bacio
  2. Per niente stanca
  3. Bésame Giuda/Besame Mucho
  4. Mio zio
  5. Fiori d’arancio
  6. AAA Cercasi
  7. Contessa Miseria
  8. L’abitudine di tornare
  9. Parole di burro
  10. In bianco e nero
  11. Geisha
  12. Fino all’ultimo
  13. Sentivo l’odore
  14. Confusa e felice
  15. Venere
  16. Blunotte
  17. Quello che sento
  18. Bonsai#2
  19. Amore di plastica

Playlist Spotify

Bibliografia essenziale:

  • Guglielmi F., Quello che sento, Firenze, Giunti, 2001
  • Raugei E., Fedele a se stessa, Roma, Arcana Edizioni, 2010

Andrea Pazienza

Foto di Roberto Panucci

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