Onstage
Catfish The Bottlemen

I Catfish and The Bottlemen a Milano: quando la vulnerabilità è attitudine

L’espressione “il rock è morto” fa sempre arrabbiare la gente. E lo so, perchè faceva arrabbiare anche me, quando avevo 16 anni e pensavo che l’unica musica che valesse la pena ascoltare fosse quella fatta con le chitarre. Poi ho capito che chi se ne frega dei generi. Ma, nonostante questo, quando vedo un concerto che, senza led walls, senza fuochi d’artificio, senza fiamme e coriandoli, senza ballerini, ma solo con le chitarre e tanto talento, riesce comunque ad arrivarti lì, allora so che sì, ci siamo. Allora sì che posso dire che il rock, per come lo intendo io, è ancora vivo e scalpitante. E un po’ è anche merito dei Catfish and the Bottlemen. 

Avrebbero dovuto esibirsi nel 2015 alla Salumeria della Musica. Ma poi ci è andata male, ahimè. Quindi eccoci qui – fast forward fino ad un Alcatraz con palco piccolo pieno e super carico per la prima data italiana dei Catfish and the Bottlemen. Dopo quattro anni di attesa la band di Llandudno, Galles, fa il suo debutto italiano con il botto. Ma non immaginatevi i fuochi artificiali pacchiani del carnevale cinese. Ma un unico grande boom lineare e sincero e nero. Nero come ogni elemento del palco, i loro vestiti, le loro dieci chitarre raccordate ad ogni pezzo e l’artwork dell’ultimo album, The Balance. E di una sincerità assordante. 

La scrittura di Van, voce e chitarra, è onesta come una radiografia. Non gli si può nascondere niente. E la sua semplicità sincera i Catfish and the Bottlemen la portano sul palco con uno show lineare e intenso. A cosa servono le chiacchiere quando ci sono le chitarre a parlare?

Si parte con Longshot, singolo estratto dall’ultimo album The Balcony e poi tutte d’un fiato, le classiche Kathleen, Soundcheck e Pacifier – “but babe, you know I’ve tried and failed, but you just don’t know how it feels to lose something you never had and never will”. 

Van non parla quasi mai, abbozza qualche saluto e si accanisce sulla chitarra come se le corde fossero fatte di piombo. Sposta l’asta del microfono, la lascia dondolare e riafferra con la bocca. E continua a cantare. Senza mai lasciarsi andare a chiacchiere e aneddoti su quanto sia buona la pasta e quanto ami l’Italia più di ogni altro paese al mondo. Perchè tutto quello che i Catfish vogliono dire è già lì, in questi testi. E nell’estrema linearità di una performance che non si basa sull’effetto sorpresa, ma su un’onesta che sui palchi è sempre più difficile trovare. Gli inglesi direbbero che I Catfish “wear your heart on your selve”. Indossano il cuore sulla manica della giacca. E chi se ne importa se ti cade tra le mani. 

Su Pacifier e Business il bridge si allarga e si dilata con assoli di chitarra, basso e batteria, fagocitando tutto il resto. Il pubblico salta, canta, poga, fa crowdsurfing e si lascia andare. E poi i Catfish and the Bottlemen se ne vanno e ci lasciano rannicchiati, cocooned, appunto. Se ne vanno in un bozzolo nero che sa di talento e sincerità. E che non vediamo l’ora di vedersi aprire. 

Ma non vogliamo per forza una farfalla. Basta che sappia il valore della semplicità. E la forza dell’essere vulnerabili. 

Setlist 
Longshot
Kathleen
Soundcheck
Pacifier
Twice
Conversation
Anything
Business
Sidetrack
2all
Outside
Fluctuate
7
Cocoon
Tyrants

Paola Marzorati

Foto di Jill Furmanovsky - Barley Arts

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