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Core Festival vince la sua scommessa

Una scommessa vera e propria che può definirsi un successo già dalla sua prima edizione: da Core Festival non ci si potevano aspettare i numeri delle ultime edizioni di Home Festival, ma il nuovo format ha svelato che un festival di musica italiana si può tranquillamente fare senza ricorrere al solo indie o agli artisti in voga nel palinsesto delle radio generaliste.

Core Festival può essere visto come la celebrazione di un ampio mondo di mezzo che sta tra i piccoli circoli e i grandi stadi, mondo che già riempie palazzetti ma che difficilmente ha trovato spazio in un festival di tre giorni. Inoltre è stato, se servisse ancora una conferma, il momento dell’ulteriore consacrazione dell’hip hop come musica di massa in Italia. E non solo per la mossa dell’headliner della domenica, quel concerto di J-Ax + Articolo 31 che ha portato indietro gli over 35 di almeno una ventina di anni in una grande festa. Di fatto questo genere ha colonizzato buona parte del cartellone, con i positivi e i negativi del caso.

Il positivo più eclatante è uno solo: Salmo. Lui è il vincitore indiscusso della tre giorni di Core Festival. Si pretendeva molto dal suo concerto e le aspettative non sono state tradite, in uno show che ha combinato all’hip hop altre influenze come il metal ed il punk. Contaminazione che ha caratterizzato anche il set di Achille Lauro, forse più sbilanciato sul rock and roll, ma l’esibizione del vincitore morale di Sanremo ha stupito fan di vecchia data e coloro che lo hanno conosciuto grazie alla manifestazione canora. Non tradiscono nemmeno coloro che, dall’alto dei loro trent’anni, possono ormai definirsi i vecchi della categoria: Luché, Ghemon, Emis Killa e Gemitaiz, che qui a Treviso ha suonato dal vivo per la prima volta il nuovo singolo Veleno 7, mettono a frutto anni sui palchi con concerti coinvolgenti. Tra le nuove leve convincono solo i Sxrrxwland, penalizzati dal fatto di suonare in contemporanea all’artista di Rolls Royce ma unica vera novità in un movimento, la trap, fatto di tanta moda e poche idee.

Con Calcutta e Myss Keta tra gli altri nomi attesi (il cui giudizio è inevitabilmente sbilanciato visto che questi artisti o si amano alla follia o si odiano per partito preso), e i Maneskin che confermano di essere una band che si merita il successo ottenuto (anche se forse era meglio un po’ più di gavetta nei club), tante sono le sorprese emerse qui e lì nel corso della tre giorni. Ad esempio nella giornata conclusiva i Funkasin Street Band, consolidata band di fiati che per la prima volta trova il palco del main stage, e Holograph, che ha chiuso il festival con il suo show elettronico dove l’impatto visivo delle luci ricopre un ruolo fondamentale.

Ma è il venerdì ad aver mostrato alcune delle più gradite esibizioni della tre giorni. I Pinguini Tattici Nucleari, con il loro indie che non è indie (si sentiranno alcune parti metal), sono ormai lanciati verso i palazzetti; Postino si candida a nome caldo dell’itpop da qui a qualche mese, capace di radunare un discreto pubblico già alle 18.30 del venerdì; La Scimmia porta sul main stage un rock contaminato dalla scena grunge più di quanto lo è nei pezzi in studio; Auroro Borealo stupisce tutti con la sua carica punk e la travolgente simpatia, artista che condividerà molti momenti tra il pubblico durante la giornata. Anche se il vincitore assoluto, per chi scrive, rimane Bruno Belissimo e il suo show in bilico tra djset e live caratterizzato da sonorità dance radicate negli anni Ottanta.

Core Festival tornerà nel 2020 ma lo sguardo ora è rivolto altrove, a quell’Home Venice che inizierà tra un mese e che sarà una scommessa ben più ambiziosa di questa rassegna che, al suo primo capitolo, si può definire vinta.

Nicola Lucchetta

Foto di Enrico Dal Boni

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