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Cosa è successo a Home Festival 2019?

Se ne leggeranno di ogni riguardo Home Festival 2019, anche alla luce delle cancellazioni annunciate a ridosso dell’evento. Ma sull’argomento serve fare un’analisi il più oggettiva possibile ragionando su due fronti.

Il primo è se Home Venice si considera come l’ideale continuazione di quanto fatto a Treviso. E da questo punto di vista è difficile affermare che questa decima edizione sia andata bene. Anzi. Tolto un sabato nel quale l’affluenza nell’area è stata buona, le giornate di venerdì e di domenica sono state alquanto deludenti, con l’apice durante il concerto dei Bloc Party, seguito da un pubblico tanto caldo nella partecipazione quanto esiguo nei numeri. Ad aggravare la situazione un’area concerti effettivamente molto ampia, tarata per molte più persone rispetto a quelle presenti e che non permetteva di avere una reale percezione dell’affluenza; unico difetto di un’organizzazione più che buona che eredita molti plus delle precedenti edizioni.

Se invece Home Venice si considera come l’edizione zero di un nuovo evento, allora, gli spunti positivi aumentano. Il primo è la scelta di ospitare l’evento nel Parco San Giuliano di Venezia che, pur essendo falcidato dalle sfighe metereologiche più allucinanti della storia dei festival recenti (ben due Heineken Jammin Festival vennero cancellati in passato), rimane una struttura pazzesca dal punto di vista logistico, che con la sua ampiezza e organizzazione permette di ospitare eventi da decine di migliaia di persone lasciando al pubblico anche spazi per un chillout, cosa impensabile nella Dogana di Treviso.

Logistica che vince anche con il trasporto pubblico: attivo 24/7, ti permette di raggiungere il centro città in pochi minuti o di usufruire di navette gratuite verso i parcheggi scambiatori. Scelta ottima per chi resta in città per i tre giorni ma anche per gli avventori occasionali o che abitano nelle vicinanze. Last but not least il richiamo di Venezia che, anche a fronte di una lineup che non presentava nomi di grandissimo rilievo, ha portato all’area concerti una nutrita platea di stranieri. E questo, se si ragiona nel medio periodo, è il punto di forza sul quale costruire il futuro.

Si diceva della lineup, oggetto di accese discussioni soprattutto negli ultimi giorni prima del festival. Tante le cancellazioni ma, in tutta sincerità, sarebbe stato difficile vedere enormi affluenze ad Home Venice anche con la presenza di Aphex Twin, Pusha T e The Vaccines. Semplicemente perché l’Italia è principalmente disposta a muoversi solo per i grandi nomi e non per lineup ben bilanciate ma che magari non presentano Foo Fighters o Rolling Stones come artisti di punta. E se si ragiona da questo punto di vista, il festival era un dead man walking già ancora prima di iniziare.

Ciò non toglie che per un appassionato di musica le esibizioni importanti ci sono state, e tante. E tante sono anche quelle deludenti, principalmente collocate nel filone trap tricolore che tanto va in voga in questo ultimo biennio. E se Noyz Narcos e Gué Pequeno tengono alta la bandiera della vecchia scuola, con un Anastasio che a piccoli passi inizia a prendere sempre più confidenza con la dimensione live (più convincente rispetto al tour primaverile), da Tedua, Side Baby e Sick Luke arrivano solo delusioni che vengono spazzate via dai primi dieci secondi di Young Thug, che fa uscire i rappresentanti del genere tricolore in un confronto come dei pischelli alle prime armi. Molto più interessanti i colleghi tricolori che si sono esibiti nei palchi secondari, come Ensi, Speranza e Massimo Pericolo, l’ultimo ormai lanciato verso i grandi numeri e capace di catalizzare un buon pubblico anche davanti ad un palco secondario in contemporanea a Brina Knauss.

Non solo rap per l’Italia, ma anche tanto reggae con i consolidati Alborosie (sì, lo si deve considerare italiano), i Mellow Mood ormai ospiti fissi della rassegna e i Boomdabash, autori di uno dei concerti più convincenti della tre giorni. Non manca lo spazio per la musica più orecchiabile, che sia indie o pop. E qui i palchi secondari vincono nel confronto con gli artisti del main stage, anche se non si può obiettare nulla sui Canova, Gazzelle e Franco126, con l’ultimo che sembra “monco” senza la spalla dell’ultimo bienno Carl Brave. E se da Angelica ci si aspetta un futuro importante dopo i Santa Margaret, non sono da meno i Twee, con il loro pop contaminato da così tante sonorità che non si possono elencare tutte, la dance di Holograph, che torna ad un mese dal Core Festival, e Vettori, che rimane sempre quella piccola gemma fissa ad Home Festival che in molti dovrebbero scoprire ed apprezzare.

Gli stranieri sono stati tanti e non hanno deluso, compresi coloro che si sono esibiti sui palchi secondari. E il riferimento è fatto principalmente ai Ramona Flowers, band di Bristol autrice di un post punk dalle tinte sofisticate, e ai pazzeschi The Lafontaines, tre scozzesi che con il loro ibrido tra dance, hip hop e rock hanno stupito anche i più scettici. I Rival Sons nella tre giorni escono come il gruppo che non c’entra nulla con l’intero festival ma, alla fine della fiera, va bene così: solidi, concreti e sinceri. La perfetta apertura per il concerto degli Editors che, pur essendo ormai un habitué nel nostro paese, non deludono dal punto di vista dei live. Come il berlinese Paul Kalkbrenner, anche lui una certezza sul palco.

Ma i veri vincitori della due giorni sono LP e Bloc Party. La prima, accolta da un pubblico che ha colonizzato la prima fila sin dall’apertura dei cancelli, ha dimostrato di saper tenere le redini del palco senza battere ciglio. E se la sua cover di You Shook Me All Night Long degli AC/DC rimane un’ombra difficile da rimuovere, il suo talento vocale e il suo carisma ripiegano ogni dubbio.

I numeri uno però rimangono i Bloc Party, ed è forse un caso che il loro ruolo è quello di band che deve chiudere il main stage del festival. Pur con una formazione cambiata da alcuni anni, il quartetto londinese ha sfoderato senza dubbio alcuno il miglior concerto della tre giorni, fregandosene del fatto di suonare di fronte ad un pubblico fin troppo esiguo, cosa palesata dalla scelta di abusare di confetti durante alcuni momenti dello show. Un concerto inserito nel tour celebrativo del leggendario Silent Alarm, che continuerà per tutta l’estate e anche a Venezia riproposto in tutta la sua interezza, e proseguito con un breve encore letteralmente strappato dal pubblico con una lunga acclamazione dopo le note di Like Eating Glass.

Home Venice si chiude con tanti quesiti, che si creano anche alla luce delle recenti polemiche e della risposta del pubblico nella tre giorni. Quale sarà la reazione di fronte ad un’edizione al di sotto delle aspettative? E come sarà quella del 2020?

Nicola Lucchetta

Foto di Enrico Dal Boni

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