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I 20 anni di Human Clay dei Creed

Human Clay dei Creed compie venti anni. La band del sodalizio Scott Stapp/Mark Tremonti è vista oggi come un’imbucata al gran galà di addio al grunge. Un avvoltoio molto remunerativo che mangia sui cadaveri di Cobain e colleghi. Il successo commerciale esorbitante del disco lo ha dipinto agli occhi di molti come una mera marchetta dallo spessore artistico quasi nullo.
Ma vi dimostrerò che, in realtà, c’è molto di più dietro quella brutta copertina di un uomo stilizzato che annaspa con le braccia rivolte al cielo in un grido disperato e alla ricerca della salvezza. Quell’omino stilizzato siamo tutti noi, forse la salvezza per alcuni è proprio dentro queste 12 tracce di alternative rock.

20 ANNI FA…
I Creed erano reduci del successo del loro esordio My Own Prison, un album acerbo pieno di melodie e chitarre distorte che ammiccavano al metal ma soprattutto al grunge. Tematiche universali di disagio giovanile, di incomunicabilità, di aspirazione religiosa. I Creed erano annoverabili nel sotto-sotto filone del christian rock, un altro elemento che di certo non ha contribuito alla simpatia e popolarità in certe frange di ascoltatori.

Tale popolarità non sempre corre parallela alla simpatia umana delle persone in gioco. Non si può certo dire che Kurt Cobain fosse un tizio simpatico. Poteva spaccarti in testa la sua chitarra durante un concerto se solo gli girava storta. Non ha mai nascosto il fatto che il suo principale problema e fonte di scontentezza fosse il suo pubblico. Di celebrità musicali antipatiche, scontrose, distruttive ne è piena la storia. Ma nessuno come Scott Stapp, frontman dei Creed, ha mai attirato tanti sentimenti di pena condita di derisione e astio.

La sensazione era, nella quasi totalità della gente, che Stapp fosse un usurpatore di un trono che non gli spettava, uno spreco di risorse musicali, un opportunista che usava le debolezze degli amanti di un certo tipo di musica per diventare ricco e famoso, interpretando un ruolo piuttosto che viverlo. Le soluzioni musicali del gruppo poi non hanno aiutato a sovvertire questo giudizio, mai sperimentali e sempre e solo al servizio della soddisfazione di una certa esigenza di mercato.

L’avversione poi del frontman alla prestazione live, mai all’altezza della qualità di studio, ha allontanato la sua figura da quella di altri miti caduti e ancora freschi nella memoria degli amanti del rock. Tutto nelle loro scelte artistiche denota un colpevole doppio fine dal colore verde dollaro, dalle soluzioni prettamente musicali alla scelta delle tematiche, che spaziano dai più diffusi disagi giovanili ad accenni e riferimenti al Dio cattolico che, in America, è un’entità da avere sempre dalla propria parte se si vuole il consenso largo della popolazione.

Il loro secondo album, nonostante tutto, è il maggior successo della band e uno dei album più venduti in quel corridoio di uscita chiamato post-grunge, ma che con il senno di poi sarebbe più giusto nominare alternative rock. 11 dischi di platino e 12 milioni di dischi venduti, un Grammy per il singolo With Arms Wide Open.
Un successo enorme e incredibile vista la nomea e l’antipatia diffusa nei confronti della band, astio che questi numeri non potevano che inasprire. E’ umano d’altronde, se uno ti sta già un po’ antipatico vedergli fare successo te lo renderà meno digeribile, ancor più se i difetti che te lo fanno stare sul gozzo sono proprio gli ingredienti di tale consenso.

Il mio impatto con Human Clay è stato, come credo per molti in Italia, con il video di Higher. Un video in forte rotazione con immagini autocelebrative dove Scott Stapp si palesava già impresentabile, con i suoi pantaloni di pelle nera e la canotta a costine bianche. In barba alla presentazione tamarra, il pezzo mi ha totalmente fatto impazzire, con la sua melodia irresistibile e la sua facile brutalità strumentale. What If, altro singolo e altro video, faceva parte della colonna sonora di un film che aveva spopolato tra i ragazzi di allora: Scream di Wes Craven, che si divertiva a sovvertire le regole del cinema horror classico.
Potente e sfrontata, di un gruppo che faceva della faccia tosta il suo massimo pregio. La ballatona With Arms Wide Open li tratteggiava come una band di ragazzi senza pudore alcuno, nella via lastricata di buone e cattive intenzioni della scalata al successo. Ma Human Clay nasconde tante altre chicche musicali al suo interno. Tra poco le vedremo.

Ora è importante capire cosa esorcizza tutto il male che si è detto dei Creed e del loro album di punta: il ruolo di Human Clay di marcatore temporale di passaggio tra adolescenza e maturità. Non solo anagrafica, ma anche di gusto. Di critica della musica e di se stessi, uno strumento per capire chi siamo e dove siamo. Oltre al piacere epidermico delle bellissime canzoni che lo compongono, i vent’anni di questo album sono la doppia decade che ci separa dalla nostra giovinezza. Dall’età in cui conoscevamo la musica con gli occhi guardando i video clip in televisione senza il marasma di informazioni non necessarie portate da internet. Quando l’America era un posto misterioso e irraggiungibile e il mondo era molto più grande nella nostra percezione .
Questi gruppi e i loro album, che spesso dovevo farmi arrivare di importazione dal mio negozio di dischi di fiducia (che ora è un buco abbandonato con una vetrina vuota, sporca, in una via secondaria del mio paese) , erano una finestra magica su una realtà che spesso appariva diversa da quello che vedevo al cinema o leggevo sui libri. La musica spesso era più vicina alla verità umana del tessuto sociale di una nazione e soprattutto nei casi di quella più ‘bassa’ e popolare come il post grunge e il nu metal.

Human Clay racconta di una nazione perduta, che ha disperatamente bisogno di una guida da seguire, che soffre dello scollamento con la generazione precedente, che ha una inconsolabile nostalgia di Kurt Cobain e soci. Sono gli anni della grande rabbia inespressa degli adolescenti, gli anni delle stragi nelle scuole, delle armi, delle video confessioni. Gli anni delle esplosioni, delle Torri che vengono giù.

IL DISCO
Per quanto mi riguarda a differenza di quel che si diceva, la voce di Eddie Vedder la distinguo benissimo da quella di Stapp. E considero quello di quest’ultimo uno dei timbri guida della mia crescita adolescenziale quasi al pari di quello del cantante dei Pearl Jam e dei suoi colleghi di Seattle.
In Human Clay Stapp è potente, sporco quando deve, caldo e suadente, espressivo quando l’atmosfera si fa raccolta. Perfetto per disegnare le atmosfere tipiche del mondo Creed: accattivanti, orientaleggianti, come nell’intro acustico di Faceless Man. Come in tutti i fantastici bridge incastonati all’interno delle canzoni, che neanche a dirlo sono strutturate nella maniera più classica possibile. Verso, ritornello, bridge e assolo di Mark Tremonti. Ho sempre considerato come manifesto musicale dello stile Creed la magnifica Say I, dove una prestazione mastodontica di Brian Marshall al basso fa da colonna a un pezzo sorprendente.

Già il giro di chitarra dell’iniziale Are You Ready e la convincente prova vocale di Stapp indirizzano i binari verso un’accondiscendenza ai gusti degli orfani del Grunge e un’immediatezza apparente della proposta. Io ero un nostalgico e non mi davo pace per la morte di Cobain, per lo scioglimento dei Soundgarden, per l’oblio che aveva avvolto gli Alice In Chains. I Pearl Jam si avviavano verso una figura più classica della loro proposta rock, verso grandezze paragonabili ai The Who, a Springsteen, alla comunicazione più radicata nella cultura cantautorale alla Tom Petty.

Così ci sono cascato anche io, come altri milioni di ragazzi, e ancora oggi sono grato al ruolo che i quattro dei Creed hanno giocato nel mio percorso musicale. Chi aveva voglia di potenza l’avrebbe trovata. Oltre al singolo What If c’è anche Never Die, un piccolo capolavoro di alternative metal che gioca con le tempistiche classiche, ed è uno dei tanti frangenti in cui parlare di superficialità musicale riguardo a Human Clay è quanto meno fuori luogo.
Così Beatiful e Wrong Way, dove l’urlo di Stapp riempie ulteriormente un già granitico impianto sonoro fornito da Marshall e dal batterista Scott Phillips. Inside Us All e Wash Away Those Years fanno da contraltare con il loro ruolo di ballata classica del genere alternative rock. Il prodotto è ben bilanciato, calibrato su una fascia di mercato precisa, e questo ha decretato il successo commerciale del disco. Ma il suo essere superficiale nasconde un’ impronta sonora con molto carattere che è rimasta nei cuori di chi lo ha amato da subito. La bontà delle canzoni è indubbia e ha contribuito e ha fatto meritare i soldi guadagnati. La caratura tecnica dei musicisti è stata confermata dalla storia post Creed degli Alter Bridge, mentre per Scott Stapp il discorso è più difficile.

…E OGGI
Anche Layne Staley era stato accusato negli anni ’90 di recitare la parte del drogato. Nel 2002 è morto di droga, e la gente si è accorta che era uno sincero, che non recitava una parte, ma che semplicemente ha trasformato la sua vita tragica in arte. Scott Stapp ha vissuto in maniera burrascosa gli anni che hanno seguito Human Clay, con la pubblicazione di Weathered, il silenzio e la reunion di Full Circle.

Droga, perdita dei legami affettivi. Abbandonato dalla moglie, dai compagni di band di una vita. Tentativi di suicidio e comportamenti poco dignitosi, hanno minato quel poco di professionalità dimostrata negli anni migliori e alimentando invece la nutrita parte di detrattori e il loro ritratto di un musicista capriccioso e con poco talento, egocentrico e sociopatico. Nell’ultimissima parte di carriera Stapp si è ripreso firmando per la Napalm records e producendo un album solista finalmente dignitoso.

Gli altri del gruppo hanno costruito una credibilità solida soprattutto nella figura di Mark Tremonti che ha esplorato il suo amore per il metal classico e per la melodia passando al microfono, oltre che alla chitarra nel suo side project TREMONTI. Gli Alter Bridge invece sono la band che i membri dei Creed hanno creato con il vocalist Myles Kennedy, ex The Mayfield Four, che ad oggi dopo quasi 15 anni di carriera sono tra le più belle realtà dell’alternative rock. Human Clay rimane un album fisso nei cuori di quegli ex ragazzi di fine millennio come marcatore e linea di confine di un’era, quella del Grunge.
Ci saranno ancora gli anni del Nu Metal, ma già con questo album si assaporava il romantico sentimento di lungo addio a un filone musicale che equivaleva alla nostra giovinezza, innocenza, e all’entrata nel mondo degli adulti. Forse per questo Human Clay e i Creed si sono presi tanta inimicizia, per lo scomodo ruolo di annunciatore della fine di un periodo d’oro e che in tanta pena ci abbiano pure guadagnato una montagna di soldi.

Daniele Corradi

Foto di Roberto Panucci

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