Onstage
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Il racconto del concerto di Daniele Silvestri a Padova

Premessa: Daniele Silvestri non arriva spaesato e impreparato al suo primo tour nei palasport, che giunge dopo una carriera lunga 25 anni e ricca di successi. Li aveva già accarezzati in compagnia degli amici di una vita, Max Gazzé e Niccolò Fabi, in un cammino durato più di un anno che nel suo piccolo si è ritagliato un suo pezzo di storia nella musica italiana, partendo da un secret show nella Metropolitana di Roma per arrivare alla storia, quell’Arena di Verona che anche se ormai snaturata del suo mito negli ultimi anni rimane sempre un traguardo importante per un musicista, italiano ed internazionale.

Non arriva da sprovveduto, e proprio per questo in questo suo debutto solista negli spazi grandi ha voluto fare le cose a modo, presentandosi con un palco che non è un palco ma che è uno spazio dove lo stesso cantautore capitolino viene letteralmente circondato dai componenti della sua vasta backing band, tra i quali spicca la presenza di Fabio Rondanini alla batteria e Adriano Viterbini alla chitarra. Una larga penisola centrale domina una buona fetta del parterre, dove svetta una zona circolare dove è presente una piattaforma centrale circondata da “terra vera”, a testimoniare un ritorno alle radici anche in un’era divertente ed affascinante come quella liquida, come dal titolo del suo più recente album e nel monologo che ha portato alla canzone Concime. Una scelta stilistica che, cosa rara per un concerto, rende più affascinante la visione dello spettacolo dalle tribune che dal parterre, dal quale non è possibile godere dell’intero concept della scenografia.

Per questo tour nei palasport Silvestri sceglie di omaggiare l’intera carriera, pur non disdegnando i brani dall’ultima fatica discografica La terra sotto i piedi e quella collaborazione con il rapper Rancore con il quale ha condiviso il palco su Sanremo per il brano Argentovivo. Ed è proprio il rapper suo conterraneo l’autentica sorpresa di uno show che non ha presentato artisti di supporto. Non è una novità nel panorama italiano, una mossa simile la fecero anche i Subsonica ospitando nell’ultimo tour Willie Peyote, ma in un contesto di questo tipo Rancore riesce ad uscire come autentico mattatore della serata, dando allo show un tocco di modernità che comunque era già emersa dai beat elettronici dell’iniziale Qualcosa cambia. Protagonista di un segmento a metà concerto, dove si esibisce anche con la sua Arlecchino, un po’ a sorpresa compare anche su A me ricordi il mare, a conferma dell’affiatamento tra i due ormai rodati compagni di viaggio dopo diverse date di questo tour.

Lo show di Daniele Silvestri è anche politico, e se molti riferimenti emergono durante tutta l’esibizione (la cui durata ha superato abbondantemente le due ore), ma è in L’appello che emerge tutta la carica di un artista che non ha mai nascosto le sue idee di sinistra. Un brano che è stato inciso per omaggiare, oltre al defunto Paolo Borsellino, il fratello Salvatore che da anni lotta per ottenere la verità sulla vicenda del 1992 e, soprattutto, sulla famosa agenda rossa che anche tra il pubblico ha trovato la sua presenza. Politica e rock in tutte le forme, da quello più contaminato dal funk di Manifesto all’hard rock di La guerra del sale dove compare anche un contributo video di Caparezza, ma anche le atmosfere latine, da quelle più vicine alla bossanova a quelle caraibiche rese in maniera trascinante grazie anche al contributo di Jose Ramon Caraballo Armas, talentuoso fiatista e percussionista e vero e proprio animale da palcoscenico capace di rubare la scena allo stesso Silvestri. E non solo quando, in una sfida, si propone in un assolo di tromba senza ricorrere ad alcuna amplificazione.

Il fulcro dello show è però la parte centrale dove Silvestri ripercorre la sua carriera inframmezzando le canzoni con eventi che hanno caratterizzato gli ultimi trent’anni di storia, dalla caduta del Muro di Berlino a Greta Thunberg, passando per i suoi spezzoni del debutto a Sanremo, la sigla di Willy il Principe di Bel Air, la discesa in campo di Silvio Berlusconi del 1994 e il giorno del ritiro dal calcio giocato di Francesco Totti. Quello che è un lungo medley, i cui anni vengono scanditi da un video ripreso nell’ampio ledwall sul retro del palco (unica modernità di una scenografia che non lo è), è il modo perfetto per omaggiare la sua lunga carriera, proponendo brani più o meno conosciuti del suo repertorio e concedendo lo spazio anche per alcuni aneddoti personali, come i video ripresi durante le prove con Gazzè e Fabi o il fatto che Occhi da orientale nacque come omaggio per un’amica “con gli occhi un po’ a mandorla” del quale si era innamorato.

Con un concerto che si chiude con i brani forse più easy del suo repertorio (Gino e l’Alfetta, Salirò e La paranza saranno tutti suonati verso la fine della serata), cala il sipario sul debutto nei palasport veneti di Daniele Silvestri, un cantautore fuori dal coro e che non ha mai voluto percorrere dei binari facili. Un artista che, anche di fronte ai brani più pop(olari) del suo repertorio, ha dimostrato una maturità e un gusto secondo a pochissimi. E che è quel punto di forza che gli permette di riscuotere, a cinquant’anni suonati, un così grande successo.

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Nicola Lucchetta

Foto di Roberto Panucci

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