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Dente: «Salvatore o boia, la tua vita la decidi tu»

Gli album eponimi di solito sono quelli d’esordio. Non ha funzionato così per Dente, però, fuori giusto ieri 28 febbraio – a distanza di tre anni dal suo ultimo full length, Canzoni a metà, e proprio nel giorno del suo quarantaquattresimo compleanno – con Dente. Prodotto da Federico Laini e Matteo Cantaluppi (Thegiornalisti, Ex-Otago, Gabbani, Canova, FASK) e arrangiato da Dente, Federico Laini e Simone Chiarolini, questo settimo lavoro apre un capitolo tutto nuovo nella carriera del cantautore Fidentino.

Nello spazio di undici canzoni, infatti, il “piccolo principe” del nuovo cantautorato italiano compie la sua personale rivoluzione. Abbandonati i giochi di parole e la chitarra acustica, Dente è arrivato qui a una scrittura matura e diretta, portando in primo piano, per la prima volta, il pianoforte come strumento d’elezione. Interamente composte al piano, le canzoni di Dente sono portatrici di una nuova cifra, ma senza tralasciare la personalità del cantautore.

Sapientemente a cavallo tra il più moderno cantautorato pop italiano e la lezione di colossi del calibro di Lucio Dalla, Francesco de Gregori, Lucio Battisti, Dente sa arrivare in profondità con semplicità e delicatezza. Forse è perché questa volta ci mette la faccia, più che mai, già a partire dalla cover, ma anche raccontando in prima persona debolezze e paure, «come quella degli anni che passano e che ti cambiano, dell’amore che non smette mai di stupire, del passato e di come lo ricordiamo e del futuro, che possiamo solo immaginare», ci ha raccontato Dente, in partenza il 13 marzo per un tour nei club italiani.

Dente, intitoli così il tuo settimo disco. È un nuovo inizio? Credo di sì, soprattutto perché il disco precedente era la fine di un ciclo di dischi e di vita durato dieci anni, dal 2006 al 2016. Canzoni a metà nella mia testa assomigliava molto al mio disco d’esordio, per come l’avevo fatto, per il modo in cui l’avevo concepito e per la libertà che ho utilizzato nel farlo, che è la stessa del primo disco, che ho fatto fregandomene di tutto, non pensando di avere un pubblico, lo feci per me. Stessa cosa per Canzoni a metà, l’ho fatto con lo stesso intento, in un momento storico in cui invece tutti andavano verso un pubblico. Come quel disco ha chiuso una parte della mia carriera e della mia vita, questo ne apre una nuova.

Il disco, tra l’altro, uscirà il giorno del tuo compleanno, quasi fosse proprio una sorta di rinascita. Assolutamente, ma è stato quasi un caso, perché doveva uscire il 27, allora ho detto, dato che ci siamo facciamo il 28, che è il mio compleanno. È stata una cosa fortuita, ma credo che in qualche modo l’universo abbia voluto farlo uscire in quella data.

Descrivimi il Dente di Dente. Difficile da dire, anche perché faccio molta fatica io ad analizzare me stesso. Sicuramente sono una persona più grande e ho cominciato ad attuare una politica di semplificazione nella mia vita e nella mia testa. Quindi, visto che sono sempre stato una persona complicata e mi è anche sempre piaciuto, forse in modo abbastanza naturale sto cercando di semplificarmi. Stare al mondo è una cosa molto bella, perché complicarsi la vita?

In questo disco c’è tanto la dimensione del parlare di te stesso in relazione agli altri. Credo che ci sia sempre stata questa cosa, ma ho realizzato che in questo disco c’è una sola canzone d’amore, mentre nei dischi precedenti erano al novanta per cento canzoni d’amore, ma forse parlavo sempre di me, anche in quelle canzoni. Usavo gli altri per parlare di me o per capirmi. Anche questa volta faccio questo, magari non attraverso quel tipo di sentimento. Nell’unica canzone d’amore che c’è i questo disco, L’ago della bussola, dico: L’unico difetto che hai sono io. Alla fine parlo ancora di me.

Mentre in Paura di niente dici: Ho paura solo un po’ di me e di quello che dice la gente. Anche quella è una canzone che mi è venuta un po’ come reazione a questo momento storico, in cui tutti dicono: non abbiate paura, ce la farete tutti, andrà tutto bene. Ho sentito tantissime cose intorno a me che dicevano questo, come fossero dei libri motivazionali. Io, invece, ho delle paure, ho paura di me e di quello che posso fare, ho paura di quello che dice la gente, ho paura della gente, in realtà, perché mi spaventa molto la massa, quando è fuori controllo, come in questi giorni. Oppure prendiamo il famoso caso di Mia Martini, la gente può rovinarti la vita anche così, la massa che segue a gregge un’idea, magari fasulla, mi spaventa molto.

E Trasparente? È una canzone che ho pensato e ho scritto il ritornello in stazione Centrale qui a Milano. Tornavo da chissà dove e ho avuto questa sensazione di essere trasparente, invisibile. È stato uno dei tanti momenti di sconforto che ho avuto negli ultimi anni e, mentre scendevo dalle scale, ho registrato sul telefono questo ritornello e poi quando sono andato a casa ho scritto questa canzone come fosse un piano sequenza della mia discesa dal treno, e della strada a piedi per arrivare a casa. Nessuno sa come mi chiamo, che è anche normale, nessuno se lo chiede, non interessa a nessuno chi sono. Ho vissuto parecchi momenti di sconforto nella vita, questo è stato legato alla sensazione di essere una goccia in mezzo al mare. Puoi immaginare che per uno che fa il mio lavoro essere una goccia in mezzo al mare non è il massimo della vita.

Quel Sarà la musica a cambiare il mondo, l’hanno detto oggi alla Tv, ma se non ce la fa pensaci tu, quindi lo dici un po’ anche a te stesso? Quella frase vuol dire che sei tu il tuo salvatore o il tuo boia, sei tu che decidi, non sono gli altri, sei tu che puoi fare le cose per cambiare, per essere diverso, per salvarti, non sperare che qualcun altro, che sia la musica o altro, possa salvarti la vita, perché potrebbe non farcela. Lo dico a me stesso e lo dico agli altri. A me la musica ha cambiato la vita, sicuramente me l’ha migliorata, anche quando non la facevo, da ascoltatore.

Ci sono artisti o album che ti hanno aiutato più di altri? Sicuramente. Quando ero ragazzino ascoltavo tantissima musica sia contemporanea, quindi degli anni ’90, che vecchia. Di certo, poi, il fatto di poter semplicemente sognare attraverso la musica, di poter aprire la mente e ascoltare le parole di qualcun altro, che mi diceva delle cose, mi ha aiutato, sia a farmi venire voglia di scrivere, ma anche a sognare, immaginare e a non prendere strade sbagliate. Eugenio Finardi è un artista a cui devo molto, l’ho detto anche a lui quando ci siamo incontrati, perché mi ha aiutato a fare delle buone scelte di vita, anche raccontando cosa significhi essere dipendenti da una sostanza. Grazie di avermelo detto Eugenio.

Tu sei anche uno che ha collaborato molto con altri artisti. Già da L’amore non è bello gli arrangiamenti dei tuoi brani sono diventati decisamente meno scarni, anzi, già dall’Ep Le cose che contano. In entrambi al tuo fianco trovavamo Dell’Era e Gabrielli. Poi ai tuoi dischi hanno lavorato anche Vasco Brondi, Max Martellotta, Rodrigo D’Erasmo e il mitico Tommaso Colliva. Con loro sei cresciuto moltissimo, come hanno influenzato il percorso sonoro che ti ha portato a questo disco? La cosa bella del novantanove per cento delle collaborazioni che ho fatto è che sono nate dall’amicizia. Quando ho registrato Le cose che contano, nel 2008, ero agli inizi e mi sono trovato in uno studio con Gabrielli, Dell’Era e Cimino a suonare le mie canzoni. A un certo punto ho alzato la testa e ho realizzato, pensando: ma com’è possibile?! A volte ho dei momenti di lucidità, in cui capisco da chi sono attorniato e l’autostima fa uno scatto quando realizzi che stai suonando con della gente bravissima e che magari ti fa anche dei complimenti. Enrico Gabrielli è una persona straordinaria, oltre che un musicista straordinario. È uno dei pochi musicisti che, quando gli faccio sentire le mie canzoni, si focalizza tantissimo sulle parole. Una volta mi ha detto: “Ti invidio moltissimo, perché tu sai scrivere le canzoni”. Io invece lo invidio tantissimo perché lui sa suonare, benissimo, qualsiasi cosa e scrive per orchestra a mente! Uno così che ti dice che ti invidia perché sai scrivere le canzoni è una persona straordinaria e mi ha dato tanto, anche a livello umano.

Questa volta invece il disco è stato prodotto da Federico Laini e Matteo Cantaluppi. È un mondo diverso, com’è stato lavorare con loro? Matteo ha fatto delle cose con i Thegiornalisti e, quindi, è considerato un amante dell’elettronica, però in realtà non lo è. È un bravissimo batterista, un musicista ed è uno a cui piacciono anche le cose alla vecchia. Avevo venticinque canzoni per questo disco, in cui poi ne sono entrate undici, e ho cercato qualcuno che le vestisse in maniera diversa da come avrei potuto fare io, che ho dei grossi limiti e li volevo superare. Mi sono guardato intorno, finché, in un momento di grandissimo sconforto, ho chiamato la band che aveva suonato con me nel tour precedente, i Plastic Made Sofa, e Federico Laini, il bassista, che è anche produttore, mi ha detto di dargli qualche pezzo, che avrebbe provato a lavorarci. Gli ho spiegato che volevo fare qualcosa di nuovo, ma rimanendo me stesso e quando mi ha rimandato i pezzi erano esattamente quello. Allora sono andato in studio abbiamo lavorato per un mesetto e abbiamo portato a casa tutte le canzoni, con lui che mi bloccava quando volevo fare le cose troppo alla vecchia e io quando lui voleva fare le cose troppo alla giovane. Poi, sicuramente mi ha portato anche a scrivere in modo diverso l’aver scritto tutte le canzoni al pianoforte.

Che è stato un cambiamento radicale. Sì, mi ha cambiato tantissimo, infatti già la scrittura è diversa. Tolta la chitarra acustica, che è il mio strumento principe, stava comunque tutto in piedi, anzi, era tutto più bello ed era ciò che volevo, fare una cosa diversa e molto mia. Poi fatta questa pre-produzione in studio con Federico, siamo andati insieme da Cantaluppi e Ivan Rossi, abbiamo registrato tutto là, mettendo in bella il lavoro che avevamo fatto a Bergamo e Cantaluppi, ha aggiunto delle cose, ne ha tolte delle altre, ha fatto un lavoro di fino e ci ha dato svariate dritte su cose, su cui noi siamo molto ingenui, perché lui è un produttore che ha il polso anche sulla radiofonicità e questioni tecniche relative.

Il 13 marzo parte il tour. Essendo Dente un disco diverso, cosa possiamo aspettarci in termini di atmosfere, line-up e scaletta? Ci sarà tanto del nuovo disco, anche se non lo suono tutto, credo che farò nove canzoni. Suonerò tanto il piano, ma anche la chitarra elettrica e ci sarà sempre la band con me. Ho riarrangiato qualche vecchio pezzo, in modo anche più moderno rispetto al disco e ci sarà un momento acustico, in cui rifarò dei vecchi classici. Insomma ci sarà un po’ di tutto, cose molto vicine al disco e cose più alla vecchia.

Tour 2020:
Venerdì 13 marzo – Latteria Molloy – Brescia;
Sabato 14 marzo – New Age – Roncade (TV);
Venerdì 20 marzo – Locomotiv Club – Bologna;
Sabato 21 marzo – Bronson Club – Ravenna;
Venerdì 27 marzo – Casa delle Arti – Conversano (BA);
Sabato 28 marzo – Officine Cantelmo – Lecce;
Venerdì 3 aprile – Hall – Padova;
Sabato 4 aprile – Auditorium Flog – Firenze;
Venerdì 17 aprile – Teatro Alfieri – Montemarciano (AN);
Sabato 18 aprile – Common Ground – Napoli;
Venerdì 24 aprile – Balena Festival – Genova;
Sabato 25 aprile – Spazio 211 – Torino.

Cinzia Meroni

Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

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