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L’album più sottovalutato dei Depeche Mode?

Il 17 aprile 2009 i Depeche Mode danno in pasto agli affamati fan il loro Sounds of the Universe, a quattro anni di distanza dal precedente Playing The Angel.

10 ANNI FA…
Nell’anno d’uscita di Sounds of the Universe, i Depeche Mode sono già da tempo tra i main act del panorama mondiale, con alcuni tra i tour più imponenti e redditizi del pianeta. Ma il 2009 è un anno molto difficile per la band inglese, che proprio in concomitanza con la pubblicazione del dodicesimo album in studio si ritrova a far fronte ai problemi di salute del suo frontman. A inizio anno annunciano la cancellazione di ben 14 tappe del loro Tour of the Universe, giustificata da una gastroenterite, salvo poi rivelare ai fan di tutto il mondo – chiaramente in apprensione – una condizione clinica ben più grave: a Dave viene diagnosticato un tumore alla vescica, fortunatamente allo stadio iniziale. L’intervento chirurgico per la rimozione della massa tumorale riesce senza complicazioni e già nel mese di giugno il combo britannico riesce a tornare sul palco per promuovere il nuovo disco. Inutile dire che ogni stadio e palazzetto delle leg estive e invernali registri il sold out senza alcune difficoltà.

IL DISCO
Il dodicesimo capitolo discografico di Dave Gahan e soci non cambia di certo le carte in tavola, ma evidenzia una scelta molto chiara: invece di inseguire la sonorità pop e dare risalto al loro talento da songwriter, i Depeche Mode danno di nuovo priorità ai suoni. Martin Gore risulta infatti meno ispirato del solito in fase di scrittura, laddove è invece la penna di Gahan a emergere, ma è molto più maniacale nelle scelte compositive, sicuramente influenzate dalla mano di Ben Hillier, ancora in cabina di regia.
Per questo a rimanere impressi sono più le strutture sonore, ricche di particolari, e le atmosfere, a discapito delle singole tracce che faticano a emergere. Peace, per esempio, è uno dei singoli meno ricordati di tutta la discografia e perisce nel tentativo di dare un seguito a Wrong. La potenza del segmento più famoso di tutto il disco è infatti atipica e sta tutta nella sua capacità di diventare una hit senza un vero e proprio ritornello. Una reiterazione aggressiva e compulsiva dall’indubbio fascino, in grado di mettere radici nel sistema limbico. Radici aeree, avventizie, tipiche delle piante rampicanti, che peraltro sono sempreverdi.
Purtroppo quasi nessun altro pezzo (a eccezione della bellissima Hole to Feed che ormai oggi viene considerata una chicca), riesce a reggere il passo di Wrong, forse l’unica creatura vagamente universale del lotto. La debolezza dei singoli segmenti viene però spazzata via nel momento in cui si prende il disco per quello che è: un ottimo lavoro organico, pensato come un formidabile crescendo.

…E OGGI
Nonostante il buon risultato finale della release, fondamentalmente accolta bene dalla critica e dai fan, il dodicesimo lavoro dei Depeche Mode fallisce la prova più importante per Gahan e soci: quella della setlist. A dieci anni dalla sua pubblicazione, di Sounds of the Universe non resta infatti moltissimo. A parte il singolone Wrong, sempre molto potente anche dal vivo, e qualche rara apparizione di Hole to Feed e Corrupt, il disco viene praticamente ignorato nella recente attività live della band e rimane uno dei meno proposti della loro carriera.
Questa tappa di uno straordinario e irripetibile percorso artistico, però, riesce ad arricchire con estrema efficacia l’iconografia della band nell’immaginario collettivo. Il lavoro di Anton Corbijn, sia come art director che come fotografo, è degno della sua fama. Sono infatti i suoi visual a mettere il punto esclamativo sulla produzione live dello scorso decennio e a dare un riferimento temporale indimenticabile a chi ormai scandisce il passare del tempo con i tour dei Depeche Mode.

Umberto Scaramozzino

Foto di Francesco Prandoni

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