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Violator dei Depeche Mode compie 30 anni

Uscito il 19 Marzo 1990, Violator è il settimo album di studio dei Depeche Mode. Già nell’agosto del 1989, quasi sette mesi prima della pubblicazione, viene lanciato il primo singolo, Personal Jesus, ancora oggi una canzone riconoscibile dalle primissime note. Enjoy The Silence invece diventa il loro più grande successo commerciale. Violator è ancora oggi l’album più venduto della band.
Premi e riconoscimenti piovono negli anni senza sosta e i Depeche Mode diventano globali, conquistando tutti gli angoli del mondo, e imprimono come mai prima di allora il loro stile e la loro impareggiabile immagine musicale.

30 ANNI FA…
Il World Violation Tour contava tre leg: quella Americana, quella Australiana e quella comprendente Giappone e Europa. Quasi cento spettacoli praticamente tutti sold out celebravano il nuovo mito globale dei Depeche Mode. Assieme al Devotional Tour (di Songs Of Faith And Devotion), sarà l’unico tour in cui sono state suonate tutte le tracce dell’album promosso.

Memorabili i concerti a East Rutherford al Giant Stadium, e a Los Angeles al Dodge Stadium, dove gli statunitensi vengono invasi in pieno dalla Depeche Mode mania. Dave Gahan e compagni diventano rock, abbracciandone tutti i crismi e soprattutto quelli più dissacratori, svianti, allucinati.
Alan Wilder si improvvisa batterista, con un sound più strumentale, anche se spesso lavorato tramite sintetizzatori. Dave canta più roco, con più spigoli, diventa sempre più come gli interpreti maledetti del rock come Jim Morrison o come i frontman della nascente scena di Seattle. Martin Gore imbraccia la chitarra e sembra non volersene più separare.

Dave è in una delle sue migliori e più conturbanti espressioni della carriera, un mix tra Bowie, Mick Jagger e Trent Reznor. Spiritato, sinuoso come un serpente, costruisce un’immagine da sex symbol maledetto che si porterà avanti per tutta la sua vita musicale.
Martin crea, Dave esegue, Alan produce, Andrew gestisce e amministra il tutto. I Depeche funzionano come gli eredi dei Kraftwerk, oscuri e negativi come i Joy Division, universali come gli U2, un’armonia di protagonisti ognuno colonna portante del sistema.
Gore si inventa nove pezzi che possono essere suonati anche solo voce e chitarra, grazie alla loro bellezza pura e basilare. Wilder li trasforma in poesie cupe e ammiccanti, dove la personalità e la voce grave di Gahan può danzare come un fuoco fatuo.

IL DISCO
E’ spesso difficilissimo trovarsi a non riuscire a distinguere dove finisce il computer ed inizia la chitarra o la batteria: incredibilmente, questo lavoro certosino di ingegneria sonora, non inficia per niente la godibilità di ascolto, che con le sue nove tracce è una unica botta annichilente.
Un disco che regge la prova del tempo grazie al lavoro maniacale di produzione, che consente come mai prima la convivenza tra parti suonate con strumenti, soprattutto la chitarra, e parti elettroniche. A fare la voce grossa però, oltre a questo lavoro corale e di pianificazione tanto professionale quanto puramente poetica e geniale, sono le canzoni.

I diamanti estrapolati dagli album dei Depeche Mode possono vivere di luce propria, essere protagonisti indisturbati di una gamma impressionante di contesti, che siano colonne sonore, ricordi umani, party, qualsiasi cosa.
Il synth pop mescolato al rock e al blues dà vita ad un suono sensuale che viaggia tra le note di brani dalle melodie indimenticabili, dai ritmi irresistibili. Enjoy The Silence è probabilmente una delle canzoni pop più belle esistenti, immortale nella sua accessibilità senza confini, unita ad una grandiosità nelle melodie e nel ritmo che innalza tutto il mondo del pop a piani superiori di eccellenza, ospitando in un gala sfarzoso i semplici ascoltatori ricolmi di meraviglia.

I testi hanno una capacità di sintesi immediata di concetti fuggevoli e profondi, che danno una sensazione di sognante distacco dalla realtà, regalando una delle peculiarità più preziose della musica popolare e non solo. Una serie di proclami brevi e potenti si dipanano dalle note fantastiche di questo album: Reach Out and Touch Faith, Words Are Very Unnecessary e tantissime altre.

Strabiliante come Personal Jesus unisca due mondi opposti come il blues e la techno house. Sembra una cosa impossibile, ma ce la fa, creando un mood semplicemente irresistibile impreziosito da una ricerca di spiritualità fine, delicata ed evocativa. E i Depeche di questo non si accontentano, ripetendosi con Policy of Truth.

Il ritmo con cui si parte in World In My Eyes è invece costituito da un mastodontico mix di batteria e ritmo sintetico, che sorregge una canzone cupa e dalla bellezza arrogante, sensuale, dove le voci di Dave e Martin si rincorrono e sfociano nell’esplosione di sensi del ritornello. Subito i Depeche definiscono uno stile inimitabile, anche se negli anni innumerevoli devoti ci hanno provato con alterne fortune.

C’è Sweetest Perfection, che nella tradizione delle canzoni cantate da Martin (quasi tutte in fase demo sono cantate da Martin, ma solo una piccolissima parte rimangono con la sua lead vocal anche nell’album definitivo, per lasciare spazio ovviamente a Dave) carica di drammatica poeticità un mood già grave e oscuro, che avrà uno sviluppo ulteriore nei successivi due album fino all’apoteosi dark di Ultra.

Oltre alla bellissima Halo, che nel tour apriva i concerti, anch’essa un sunto del nuovo stile dei Depeche, l’album offre delle piccole perle sempre apprezzatissime quando proposte dal vivo. Mi sciolgo sempre quando ad un loro concerto partono le note della ballata Waiting For The Night, un corso sotterraneo di melodica bellezza dal pathos progressivo, che si insinua tra le pieghe e gli anfratti della nostra anima come metallo fuso. Con lei la potente rabbia che vibra nell’ipnotica Clean, senza dimenticare la cupa e grottesca Blue Dress, che attraverso la voce di Martin finisce in una dolcezza che i fan del biondo menestrello ben conoscono.

…E OGGI
La copertina di Anton Corbijn è perfetta per raccontare Violator, non per niente l’artista è stato scelto in un impegno praticamente a vita per definire l’espressione iconografica del gruppo agli occhi dei loro fan. Nei video, come nelle scenografie live e nelle copertine degli album. Una rosa rossa su sfondo nero, con Violator scritto in un elegante corsivo bianco. E’ questo il modo in cui i Depeche Mode decidono di dettare leggi di musica e stile al mondo per i successivi decenni. Un album che ha iniziato una china di produttività figlia dell’estremo, del party hard, una creatività stimolata dall’eccesso, dal flirtare con la morte, più che con la vita.

Una tendenza che li porterà ad un passo dall’auto distruzione ma al tempo stesso nell’Olimpo della storia della musica, “Because when you learn, you know what makes the world turns“. Il ritmo delle uscite degli album rallenterà dopo il pesantissimo stress generato dai continui impegni di questo tour, che porterà, dopo il Devotional Tour, al crollo di Dave e alla sua overdose di speedball, alla depressione di Andy e all’allontanamento irrimediabile di Adam.

I Depeche Mode oggi sono ancora sulla vetta, a dipingere il mondo con maturità estrema, sempre più blues e soul, sempre più impegnati nella politica e nell’ambiente. Where’s the Revolution? cantano in uno dei più recenti successi, loro che una rivoluzione continua hanno perpetrato negli anni sopravvivendo al pop, al grunge, al rock. Prendendo il meglio da tutto e rimodellandolo ad arte per creare un marchio unico idolatrato da milioni di fan nel mondo. A quanto si sente in giro non hanno nessuna intenzione di fermarsi e presto potremmo sentire musica nuova, un’ennesima occasione per imparare e godere di una lezione dei maestri.

Daniele Corradi

Foto di Francesco Prandoni

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