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Awake dei Dream Theater compie 25 anni

Bei tempi il 1994, quando c’era ancora l’effetto sorpresa per l’uscita di un qualcosa. Altri anni. Non venivi inondato da mesi e mesi di indiscrezioni, da hype creato inutilmente e, soprattutto, da teaser di teaser, lyric video o singoli di lancio che a volte si traducono nella pubblicazione di metà della tracklist. La cosa valeva per tutto, dal mondo del cinema a quello della letteratura, passando per quello della musica.

Ecco, immaginatevi il fan medio dei Dream Theater il 4 ottobre 1994, che stava vivendo in un mondo dove tutto attorno c’era solo il groove metal dei Pantera, eurodance e un intero mondo alternative che si stava ancora leccando le ferite per il decesso di Kurt Cobain dei Nirvana, al punto che la rivista Hard decise di dedicare un’intera rubrica alle lettere dei fan. Un mondo non facile per un tendenzialmente nerd dello strumento che vedeva in quel gruppo una vera e propria ancora di salvezza.

Nel 1994 i Dream Theater erano un nome pazzesco nel genere metal. Emersi con When Dream And Day Unite, tanto geniale quanto incompreso primo capitolo con al microfono Charlie Dominici (già in vista ai tempi di quello che fu l’embrione della band, i Majesty) al microfono, che poi sarebbe stato sostituito da James LaBrie con il quale avrebbero poi inciso il leggendario Images And Words (recensito da un portale qui in Italia nella maniera perfetta, citando testualmente L’Infinito di Leopardi). In poche parole, in poco meno di un lustro erano passati da sconosciuti a portabandiera della fusione tra il metal e la tradizione progressive rock.

Bene, immaginatevi il fan dei Dream Theater il 4 ottobre 1994, giorno di uscita, che prende il disco in negozio, clicca “Play” e parte 6:00. Non dico che crolli ogni certezza ma quasi: una produzione più potente e dalle tonalità più cupe, un suono più sbilanciato sull’heavy metal rispetto al passato, con quella strizzata d’occhio proprio al groove metal che stava dettando legge in quegli anni con i già citati Pantera lanciati dallo strepitoso Far Beyond Driven. Chitarre che hanno un ruolo preponderante anche sulla canzone successiva, Caught In A Web, ma che è l’esempio più eclatante di una cosa che caratterizzerà molti pezzi di Awake: si mette da parte la complicazione strutturale dei pezzi per una più classica visione strofa-ritornello, come avviene nelle ballad Innocence Faded o Lifting Shadows Off A Dream. Cosa che, al fan dei Dream Theater del 1994, sicuro ha fatto ribrezzo.

Ma il vero colpo finale è nell’accoppiata presente nel lato B, quelle The Mirror e Lie che sono l’autentico manifesto di rottura rispetto al recente passato, con la prima che si apre con un breakdown storico che, insieme a quello altrettanto indimenticabile di Domination dei già citati Pantera, permetterà a molte band *core di costruirsi intere discografie. Una coppia di pezzi che dimostra la visione sempre più ampia di un progetto che, pur avendo già seminato alcuni segnali nel precedente disco, tributava il passato con uno sguardo verso il presente e verso il futuro.

Sì, perché Awake non ha cambiato la pelle del gruppo, facendoli diventare emuli dei Machine Head, ma ha semplicemente portato i Dream Theater ad un livello superiore a quello già strepitoso sul quale si trovavano. Awake, che è anche il loro ultimo studio album con Kevin Moore, è il disco più genuinamente ambizioso della loro carriera, che insieme al successivo EP A Change Of Seasons chiude idealmente la prima fase della storia del gruppo. Awake non è quindi avaro di momenti dove il progetto vira sui territori più strettamente progressive, brani nei quali di fatto si trovano i migliori brani dell’intero disco.

Ne è l’esempio della suite A Mind Beside Itself, introdotta dalla strumentale Erotomania dove vengono trattati temi come la schizofrenia (Voices) e problemi di comunicazione con altre persone (The Silent Man). Di fatto un unico pezzo della durata di poco inferiore ai venti minuti dove la band mostra tutte le sue anime, dal virtuosismo strumentale allo spogliarsi in una sola chitarra acustica nell’ideale conclusione della suite.

Ma è con l’accoppiata conclusiva che i Dream Theater giocano le migliori carte del mazzo: Scarred è un lungo capolavoro dove si mescolano, dopo un inizio dal retrogusto jazz, le anime più sognanti ed hard and heavy del gruppo. Ma è con la conclusiva Space-Dye Vest che esplode in maniera più autentica il genio del collettivo, e più precisamente del loro tastierista Kevin Moore che, vista anche l’uscita dal gruppo poche settimane prima, chiude Awake con quello che sarà a posteriori anche il suo testamento artistico: un pezzo interamente scritto da lui che mette il sigillo al terzo studio album con un brano nel quale è il suo pianoforte a dettare una sorta di struggente epitaffio in quello che è fino a quel momento il loro disco più oscuro.

E che, inizialmente non compreso dai propri fan, si è rivelato anche una parziale delusione dal punto di vista commerciale. Awake è cresciuto con gli anni, diventando con il tempo per molti un ottimo lavoro, e per alcuni il migliore dell’intera loro discografia. Una delusione che però di fatto ha imposto l’agenda dei Dream Theater nell’immediato futuro che, dopo il già citato EP A Change Of Seasons (di fatto scritta già ai tempi di Images And Words), si ritroverà a registrare un Falling Into Infinity che sarà ancora più sbilanciato sulla struttura strofa-ritornello, prima del definitivo ritorno all’ovile con Scenes From A Memory. Per la gioia dei fan più oltranzisti e la delusione di quelli con una visione più ampia che ritengono i Dream Theater, almeno fino al 1998, una delle band progressive metal più valide di sempre.

Nicola Lucchetta

Foto di Mathias Marchioni

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