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Umanità e ricordi: Duff McKagan in concerto a Milano

Se vi trovate qui a leggere ed eravate presenti al concerto in Santeria a Milano, non avete bisogno di una presentazione di Duff McKagan. Riordiniamo le idee allora, una contestualizzazione per capire il mondo che si cela dietro quegli occhi gentili di quel biondo dal fare placido, di un marinaio che ne ha viste veramente troppe in quell’oceano del rock, che ama alla follia nonostante tutte le onde in faccia che si è preso, nonostante la consapevolezza della sua ostilità pericolosa.

Adoratore del punk puro, quello dei primordi, dell’autolesionismo che non sdegna però un occhiolino compiacente e complice al divismo e allo spettacolo: il punk di Sid Vicious, suo modello artistico e carismatico. Duff si muove in questo mondo underground che è ancora uno strato più sotto di quello già alternativo che darà vita al sound di Seattle, sua città Natale che gli sta stretta da subito. Può sembrare al tempo stesso naturale e assurdo, per la sua formazione e struttura caratteriale, il suo saltare totalmente il fenomeno del grunge, spostandosi nei lidi variopinti ed esplosivi della diversissima Los Angeles.

Nel 1985 inizia l’avventura con i Guns N’ Roses e viene risucchiato nel calderone del glam rock con tutti i suoi eccessi. Avete visto The Dirt il film tratto dalla autobiografia di Nikki Sixx dei Motley Crue? Sesso, droga, tanto rock suonato come meglio si poteva, visto lo stato di lucidità precario. Anche tanta violenza, overdose, prigione, drammi umani. Tutto questo ci ha regalato la musica che amiamo, che nei migliori dei casi viene dal sangue, mai dimenticarlo. Sembra ricordarcelo proprio Duff in questa sua veste così umana, scoperta. Molto simile a The Dirt è anche la prima parte della sua carriera di scrittore di sé stesso, nella autobiografia It’s So Easy…e altre bugie (2013) con al centro la pancreatite, il bersi vomito alcolico in mancanza di meglio, la naturale disgregazione dei rapporti con le persone vicine e con la propria anima che porta l’abuso di sostanze.

E’ invece l’artista che ha scritto la seconda autobiografia Come Diventare un Uomo.. e Altre Illusioni, e che ha prodotto il suo terzo album solista Tenderness, quello che abbiamo di fronte in questa data milanese dell’8 settembre 2019. Un album che era nato come racconto scritto ed è evoluto in un album di musica intima e diretta, senza le pomposità rock dei Loaded e soprattutto dei Guns.

Grazie alla maestria nel campo di Shooter Jennings che lo accompagna in tour e che lo ha aiutato ad arrangiare l’album, Duff ha acquisito una capacità comunicativa tipica del folk e del country, adatta a tirare fuori sentimenti spesso nascosti da pudori di ogni tipo. È proprio Shooter che avrà il compito di scaldare pubblico, palco e orecchie del presenti con il suo southern rock creando un’atmosfera di altri tempi, altri luoghi, quasi che ognuno di noi avesse una moto parcheggiata fuori dal locale. Il suo sound di Nashville pare spazzare via da Milano l’autunno incipiente. Particolare menzione per il violino di Aubrey Richmon, grande solista che spicca sovente nel background folk della serata.

Duff ha l’esigenza di raccontarsi e di raccontare il mondo che ha visto in uno stato di salute precario in questo ultimo, mastodontico, Not In This Lifetime Tour della sua riunita band madre. Mostrare al mondo la figura di un sopravvissuto, l’amore e la comprensione per i colleghi perduti così teneramente raccontata in Feel e che lo vede commuoversi al loro ricordo: Scott Weiland è stato con lui nei Velvet Revolver, ma Duff era molto amico anche di Chris Cornell e Layne Staley, viste le sue origini nella città di Seattle, alla quale è rimasto sempre molto vicino con il cuore. Origini omaggiate dalla cover della stupenda River Of Deceit dei Mad Season, alla cui reunion del 2015 partecipò sostituendo il povero bassista originale John Baker Saunders, mentre Layne Staley venne sostituito da Chris Cornell, in un domino di morte da lasciare atterriti.

Il pubblico è pieno di fan dei Guns che subito vengono estasiati da alcuni pezzi poco conosciuti ai più ma non da loro. You Ain’t The First e So Fine (da Use Your Illusion II), Dust ‘N Bones (Use Your Illusion I), You Can’t Put Your Arms Around a Memory (Spaghetti Incident, 1993) e l’unica concessione alla hit con l’accenno del finale di Patience (G N’ R Lies, 1988), ovviamente cantata a squarciagola da tutti, mentre la parte vocale originariamente cantata da Axl è stata presa in carico dalla brava violoncellista Aubrey. Il Duff tutto sentimenti ha anche tempo di dedicare Wasted Heart dei Loaded alla sua ‘Bella’ moglie Susan (e bella lo è davvero). Tanto Tenderness, oltre alla title track anche la già citata Feel, ma anche Parkland, Chip Away, la ballatona Don’t Look Behind You.

Duff è pieno di sentimenti e completamente allo scoperto in questa versione Tenderness. Tra una canzone e l’altra, ci dice che siamo la sua famiglia ormai da 40 anni, e che qualsiasi cosa di brutto ci succeda, abbiamo sempre gli uni per gli altri. Una grande comunità rock che ha il potere di cambiare le cose, e un cambiamento è necessario, perché il mondo che ha visto cavalcando il Not In This Lifetime Tour dei Guns è un mondo malato e morente. I politici cambiano ma noi siamo sempre gli stessi rockettari di sempre e abbiamo i nostri valori che dobbiamo far valere. Magari non cambieremo il mondo, ma di certo non ci faremo cambiare da lui. Un Duff pieno di consigli da dare, e noi siamo recettivi al massimo nel riceverli. Insomma, se a 55 anni si presenta così, io lo ascolterei.

Daniele Corradi

Foto di Elena Di Vincenzo

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