Onstage
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Dummy dei Portishead compie 25 anni

Il 22 agosto 1994, nel cuore dell’estate, usciva un disco che sembrava arrivare non solo da un’altra stagione, ma addirittura da un altro pianeta, un “oggetto volante” non identificato meglio noto come Dummy. Titolo ambiguo per i Portishead, un gruppo altrettanto ambiguo e misterioso, caratterizzato soprattutto da un nuovo suono – fatto di sample, scratch e strumenti inusuali – non inquadrabile nelle definizioni canoniche della stampa specializzata di allora, tant’è che ne verrà coniata una nuova di zecca, ovvero Trip Hop.

Distante dal rock psichedelico anni 70, a cui spesso il termine “trip” viene associato, qui ci troviamo di fronte a una musica al 50% suadente e al 50% inquietante, fatta per viaggiare nel tempo e nello spazio infinito, che non è quello esteriore, ma al contrario quello ancora più profondo che abbiamo dentro di noi e che spesso abbiamo così tanta paura di esplorare.

25 ANNI FA…
Bristol, 1994. Un posto che nessuno aveva mai sentito nominare prima è ormai da qualche anno una polveriera di artisti eccellenti in vari campi che si influenzano tra loro; in particolare quello della Street Art (Banksy è uscito da qui) e quello della musica nata dai collettivi che sono a loro volta un melting pot di culture e stili diversi, che si compenetrano in un sincretismo musicale mai udito prima al cui interno c’è davvero di tutto: Hip-Hop, funk, reggae, dub, free-jazz, acid-jazz, house, elettronica e soundtrack music per film che esistono solo nelle menti dei loro creatori.

Da uno di questi collettivi (“The Wild Bunch”) nascono i Massive Attack che saranno tra i primi fautori del cosiddetto Bristol sound. I secondi, forse ancora più incisivi nel definirne il suono, saranno appunto i Portishead, il cui nome, foriero di tanti misteri per chi è poco avvezzo alla geografia inglese di quella zona, in realtà, non è altro che quello di una piccola cittadina limitrofa affacciata sull’oceano. Da questo ambiente si sviluppò l’incontro tra le sperimentazioni musicali di Geoff Barrow, la chitarra jazz di Adrian Utley e (soprattutto) la voce ultra-emozionale di Beth Gibbons, una timida ex-cantante da pub, dentro la quale si nascondeva una sorta di Billie Holiday astrale fluttuante nell’iperuranio, eternamente sospesa all’incrocio magico tra l’ultraterreno celeste di Antony Hegarty e la sensualità metafisica di Sade, una voce unica, capace di tenerti in bilico tra la veglia e il sonno, in quel posto preciso tra il nulla e l’addio dove speri di trovare qualcosa che non sai bene nemmeno tu cosa sia. Da ascoltare per credere. In cosa poi lo decidete voi.

IL DISCO
Undici tracce che sono undici elementi diversi come suggerito dal bellissimo saggio di R.J. Wheaton che associa ad ognuna di esse una parola chiave per descriverne al meglio il sentimento avvolto tra musica straniante e liriche oscure: Etere (Mysterons), Memoria (Sour Times), Shock (Strangers), Intimità (It Could Be Sweet), Solitudine (Wandering Star), Narcotico (It’s a Fire), Alienazione (Numb), Conforto (Roads), Risonanza (Pedestal), Perdita (Biscuit), Sirena (Glory Box). Tra questi l’etere era, per gli antichi, la parte più pura, alta e luminosa dello spazio, per altri un non luogo destinato a ospitare le anime e le voci dei morti.

Ed è proprio da lì che sembrano arrivare certe atmosfere spettrali del disco create con un sapiente utilizzo del theremin. La memoria di un tempo fuori dal tempo, l’asprezza di una vita fatta di solitudine e alienazione sono riprodotte con strumenti vintage filtrati dalla tecnologia, melodie jazz ricoperte di riverbero, suoni che sembrano andare in direzioni diverse e versi che significano molto di più di quello che dicono per il modo in cui si allungano nel canto fino a toccarti nell’anima: “Nobody loves me”, “Cause I’m still feeling lonely – feeling so unholy”, “Can anybody see the light?” “Did you realize no one can see inside your view?”. In Wandering Star la condizione umana viene paragonata all’eterno esilio delle traiettorie erranti degli astri destinati all’oscurità: The blackness of darkness forever. Ma c’è qualcosa che “potrebbe essere dolce” persino in un album come questo, quando i suoni si livellano in superficie, lasciando spazio a una voce registrata così da vicino da trasmettere un senso di profonda intimità che è quasi troppo, come in quel “It could be swe-ee-ee-ee-ee-eet” dove la Gibbons si lascia andare in estasi a un ultimo attimo di dolcezza, in cui puoi sentire tutta la sua nostalgia e il suo rimpianto, ma non solo, puoi sentire persino i suoi sospiri, le sue labbra, la sua bocca. Potrebbe sembrare quasi “osceno”, se soltanto non fosse così sublime.

Per effetto di qualche sortilegio musicale, ogni canzone rappresenta un mondo a sé stante eppure è allo stesso tempo strettamente legata alle altre in un continuum umorale che scende sempre più in profondità negli abissi della nostra psiche e ogni tanto riemerge soltanto per prendere fiato e poi tuffarsi di nuovo verso l’ignoto. L’unico modo per uscirne definitivamente è staccare la spina e spegnere la musica. Ma forse non è questa la soluzione perché quel suono e quella voce sono destinati a restarti dentro a lungo.
E infatti a 25 anni di distanza sono ancora qui.

E OGGI…
Dopo un esordio del genere era difficile ripetersi e fare qualcosa di altrettanto epocale. I Portishead ci hanno provato prima nel 1997 con l’omonimo Portishead e poi nel 2008 con un terzo e ultimo album intitolato altrettanto semplicemente Third. Ma è stato forse il lavoro solista della Gibbons del 2002 – scritto in collaborazione con l’ex bassista dei Talk Talk , Paul Webb aka Rustin Man (recentemente uscito con un album meraviglioso intitolato Drif Code) – ad avvicinarsi al capolavoro del 1994 per qualità e quantità, soprattutto con tracce come Tom The Model, Show e Mysteries, destinate a rimanere nel pantheon di quanto uscito da quell’ugola d’oro dal 94 ad oggi. Un canto che è un abbraccio dal calore algido all’interno del quale all’inizio hai un po’ paura, ma dove alla fine decidi comunque di restare. O forse semplicemente non sai più come andare via.

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