Onstage
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Arena dei Duran Duran compie 35 anni

Arena dei Duran Duran è uno degli esperimenti più bizzarri del music business, sicuramente figlio di anni in cui i fiumi di cocaina erano la fonte principale di idee scriteriate.

Siamo nel 1984. I Duran Duran sono all’apice del successo. In soli tre anni hanno costruito una carriera incredibile: il disco Rio è uno dei simboli degli anni ’80, i loro video hanno strabiliato MTv e alzato lo standard di qualità per il medium, sono giovani e belli e idoli per un fiume di ragazzine urlanti. Qualcuno li chiama addirittura “Fab Five”: nessun gruppo dai tempi dei Beatles veniva tanto idolatrato.

E qua sta un po’ l’elefante nella stanza: il terzo disco (Seven and the Ragged Tiger) è un po’ troppo fumo e poco arrosto: contiene comunque dei singolazzi, ma non sapremo mai quale sarebbe stato il successo dei ragazzi al netto degli ormoni delle teenager. Sono una band seria, sanno suonare e scrivono loro i pezzi…ma senza le lettrici di Cioè avrebbero riempito lo stesso i palazzetti?

Probabilmente no, però in un modo o nell’altro la band fa il tutto esaurito anche negli USA. Viene girato un documentario sul tour trionfale, Sing Blue Silver, ma per qualcuno non è abbastanza, bisogna sparare più in alto: nasce così l’idea di Arena (An Absurd Notion).

Innanzitutto è un live. Però, ecco, la fan media dei DD non è proprio l’acquirente modello dei dischi dal vivo. Magari non ascolta nemmeno tutto il disco, solo i singoli. Sono considerazioni di puro marketing, chiaro, ma stiamo parlando di un tour fatto in partnership con Pepsi, per dire. Insomma, qualcuno si convince che alla ragazzina media faccia schifo sentire un disco dal vivo, si decide quindi di tirare su il tutto con un mix osceno dove il pubblico viene ammutolito e il resto deve suonare il più leccato possibile. Non è così atroce: quando ci consentono di sentire la folla urlante non è male, vedi Hungry Like The Wolf, però poi inspiegabilmente tagliano i loro successi più grandi come Rio e Girls On Film (verranno ripristinate solo nella ristampa del 2004). Il tutto suona come un non-disco dal vivo che vuole essere un non-greatest hits. Insomma lasciamo perdere.

Il live però non basta, perché appunto alle ragazzette non piace, per farlo tirare bisogna metterci l’inedito, un altro singolazzo, piazzato così a caso nel mezzo. I ragazzi sono pronti, non vedono l’ora di tornare a lavorare con il loro nuovo amico: Neil Rodgers. Produttore geniale, hitmaker negli anni ’70 con Chic e Sister Sledge, aveva aperto gli anni ’80 col botto, producendo e proiettando in classifica gente come INXS, il David Bowie di Let’s Dance e la Madonna di Like a Virgin. La band lo incontra l’anno prima, quando fa carte false pur di convincere la casa discografica a farli lavorare insieme (per la medievale EMI of England, Neil era semplicemente di un’etnia non compatibile con gli standard borghesi inglesi-insomma non volevano negri).

Rodgers remixa The Reflex per far esplodere tutto il potenziale del singolo e il risultato è una bomba. Insieme quindi si mettono in studio e viene fuori Wild Boys. Batteria secca, basso pulsante, chitarre che suonano come campionate, tastiere enigmatiche, voci distorte, rulli di tamburi elettronici. E’ al tempo stesso uno dei pezzi più atipici e più famosi degli anni ’80: è un epico pop da battaglia, non è un synthpop spensierato e nemmeno qualcosa di facile da ballare in discoteca, è più un inno da stadio. Diventerà uno dei loro successi più grandi, e soprattutto qui in Italia in molti perderanno la brocca. Uabboi uabboi uabboi diventa l’inno dei paninari e segna una generazione intera, assieme alle Timberland e ai jeans della Levi’s. Rodgers era in estasi: contava di dare inizio ad un sodalizio a livello di George Martin con i Beatles…ma purtroppo le cose andranno diversamente.

Comunque, live e inedito non bastano: ci vuole il video. D’altra parte la band aveva costruito la sua fortuna anche grazie a video spettacolari, dei mini film, e il loro videoconcerto non poteva essere qualcosa di ordinario. Usarono come base le riprese di uno show negli USA, e ci montarono intorno delle scene aggiuntive per costruire la storia di una fan che dal concerto rimane intrappolata in una dimensione parallela, catturata dal malvagio Durand Durand, stesso attore e stesso cattivo del film di culto Barbarella, da cui la band prese il nome. Le parti live sono anche divertenti, vedono la band giocosa, saltellosa e in grande spolvero. Le altre parti…non sono invecchiate benissimo.

Come il disco conteneva Wild Boys, anche qui, a muzzo: nel mezzo parte la sezione dedicata al singolazzo, diretta dallo stesso regista dei loro video più famosi (lo stesso che diresse anche Highlander). Improvvisamente sono tutti vestiti come in Mad Max o Ken il Guerriero, ci sono fiammatone, animatronic e ballerini vestiti da mutanti che saltano a destra e a manca. Posso solo immaginare le montagne di cocaina sui tavoli della direzione creativa, per immaginare tutto questo. Sarebbe dovuto essere solo “demo” per un futuro film con la band intera ma, purtroppo o per fortuna, non se ne fece più nulla.

In definitiva una simpatica pacchianata anni ’80, epica e gloriosa anche nel fallimento, e comunque non troppo molesta e recuperabile a basso prezzo. Capito che forse non era andato come si aspettavano, esiste anche una versione del solo concerto chiamata As The Lights Go Down ed è decisamente più…sobria.

Ci fermiamo qui, ma potremmo anche andare avanti a parlarne, tipo del gioco in scatola di Arena e delle figurine da collezione. Ma c’è un limite anche alla nostalgia.

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