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Ed Sheeran a Roma, un one man show perfetto

Quel che resta il giorno dopo il concerto di Ed Sheeran a Roma è la sensazione di aver assistito ad un evento che difficilmente si potrà replicare. Non perché manchino i talenti nel mondo della musica contemporanea, sia chiaro: ma mancano altri talenti così. Trasversali, genuini, autentici. In grado di spaziare tra ballad in punta di dita e inni che fanno ballare come in una festa irlandese di reel. Ed Sheeran mette in scaletta canzoni che zittiscono lo stadio Olimpico, immobile a trattenere il fiato con il cellulare sguainato, e le alterna a brani che fanno tremare di energia la collina di Monte Mario. A fine serata si conteranno almeno tre proposte di matrimonio tra tribuna e distinti, d’altronde brani come Perfect (con strofa finale in italiano), Thinking Out Loud e Tenerife Sea sembrano fatti su misura per liberare il romanticismo.

L’apertura affidata a James Bay è piacevolissima, il cantautore inglese è bravo nel presentare i suoi pezzi e scaldare quanto basta gli ultimi ritardatari. Tra il pubblico fa la sua comparsa Ultimo, proprio sotto l’area stampa, ed è un corto circuito di urla e telefonini accorsi da ogni lato della tribuna per immortalarlo. Tempo che il cielo scurisca in una serata di giugno perfetta e Ed Sheeran è puntuale come il più preciso degli inglesi: ore 21.00, si comincia. Chitarra inforcata, sorriso gioioso, buonasera Roma!

Sul palco è da solo. Ed Sheeran ha con lui solo le sue chitarre e la loopstation per costruire l’ossatura ritmica dei pezzi, con una rapidità fluida e una sicurezza invidiabile nel preparare i loop e far assaggiare i pezzi mano mano, godendosi l’esaltazione della folla. Di fronte a 60mila persone Ed Sheeran è tranquillo come se si stesse esibendo al pub, con gli amici di sempre a fargli il tifo tra birre e freccette. Ci vuole del sangue freddo e una capacità incredibile per non farsi sopraffare dai decibel delle urla, che probabilmente così potenti non si sentivano dai tempi della Beatlemania. Ripetiamo insieme: da solo, chitarra e voce, 60mila persone. E, tanto per stupire di rispetto il più smaliziato dei giornalisti, non sbaglia una nota che sia una. Ha dell’incredibile pure per chi ne ha viste tante. Viene difficile pensare a qualcun altro che si metta in gioco per un tour negli stadi praticamente da solo, nemmeno Bruce Springsteen o Bob Dylan arriverebbero a tanto (o ci sarebbero arrivati in passato).

Ed Sheeran gioca con le sue ispirazioni più colte (Nina Simone, il funky degli anni ’70 nelle pennate di chitarra di Sing che ricordano i Doobie Brothers, la musica popolare nell’infuocata versione veloce di Nancy Mulligan), fa partire i singalong nei momenti giusti, non risparmia energie e omaggia persino le nazionali di calcio italiane indossando la maglia azzurra per i bis finali. Con l’Olimpico completamente conquistato, Shape Of You diventa un coro e un ballo unico. Ed Sheeran si congeda in un’ultima vampata di volumi che fanno scappare i gabbiani, gli occhi ballano sull’orologio: un’ora e cinquanta minuti serratissimi con canzoni che non riescono mai a stufare. La chiave di tutto questo è l’autenticità: un ragazzo di 28 anni che scrive pezzi gioiosamente pop e ama coinvolgere le persone con le sue canzoni. Chapeau, Ed.

La scaletta
Castle On The Hill
Eraser
A Team

Medley: Don’t/New man
Dive
Bloodstream
I don’t Care
Tenerife sea

Medley: Lego House/Give Me Love
Galway Girl
I See Fire
Thinking Out Loud
Photograph
Perfect
Nancy Mulligan
Sing

Shape Of You
You Need Me, I Don’t Need You

Le foto

Arianna Galati

Foto di Roberto Panucci

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