Onstage
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Eddie Vedder e Glen Hansard: il bello della diretta

Ha compiuto cinquant’anni Glen Hansard, il cantautore irlandese tutto folk ed empatia. La sua è una storia che inizia nel cuore di Dublino, fra le vie popolate da artisti di strada, dove, appena tredicenne, intraprende l’avventura da busker, lasciando gli studi. I The Frames, sua prima band, nascono dopo la partecipazione al cast di The Committents, pellicola sul gruppo europeo dall’anima nera, a cui si affiancherà, dal 2006, il progetto parallelo dei The Swell Season, ispirato dall’unione artistica e personale con la cantante e pianista ceca Markéta Irglová. Se, da un lato, le porte del successo si spalancano in seguito alla pubblicazione del film autobiografico Once (2006) e alla vittoria del premio Oscar per Falling Slowly come miglior canzone (2008), dall’altro, soprattutto nel nostro paese, la carriera di Hansard è conosciuta, riconosciuta e apprezzata grazie al connubio con Eddie Vedder. In Italia, infatti, i concerti in veste solista del leader dei Pearl Jam, dalle tre date del 2017 fino ai due appuntamenti del 2019, sono sempre stati preceduti e accompagnati dalle emozionanti esibizioni del dublinese.

(video di PearlJamOnLine)

Esibizioni che, di questi tempi, a causa dell’ormai nota emergenza sanitaria, anche Glen Hansard dirotta sul web, attraverso il format delle dirette Instagram. In sede di “esordio”, sul canale TheGingerman222 (diverso dall’account promozionale), i fan sono accolti tra le calde pareti della sua casa: arredamento vintage, un pianoforte antico, un grande tavolo a cui sedersi con un quaderno di fronte e la chitarra in mano. Glen intona i brani più famosi, invia messaggi di buon auspicio, dialoga con la moglie, nel ruolo di regista e “messaggera” dei commenti dei partecipanti. Promette, inoltre, di replicare la sera del 21 aprile, in occasione del suo compleanno. E martedì, come ogni festa che si rispetti, non è mancato il migliore amico del neocinquantenne. Proprio durante i minuti iniziali della seconda ora di trasmissione, in un impercettibile clima di attesa, sotto l’immagine di Glen, è apparso a sorpresa il viso di Eddie Vedder. Una versione del tutto lontana dalla seriosità mostrata, pochi giorni prima, in qualità di ospite dell’evento benefico One World Together At Home organizzato sulla rete da Lady Gaga. Nella cornice sacrale del suo studio, la voce simbolo della generazione grunge ha intonato una River Cross da brividi. Non una parola, soltanto un saluto sommesso, rispettoso del contesto.

L’aria di famiglia e il desiderio di festeggiare il compagno di palco permettono, invece, ad Eddie di sfoggiare il suo miglior sorriso (oltre al cappellino di rito). Entrambi i partecipanti alla diretta appaiono quasi meravigliati, scherzano sulle potenzialità nascoste e sul potere dei social, coinvolgono le rispettive mogli, brindano al ricordo di una serata al balcone del pub The Gravediggers e al traguardo del mezzo secolo. Glen sorseggia whiskey, Ed sparisce per un attimo dietro il bicchiere personalizzato di Guinness, invitando l’irlandese a versare virtualmente un altro goccio. Tutto spontaneo, divertente, a tratti sopra le righe (Vedder sottolinea più volte quanto sia inusuale bere a quell’ora, nel primo pomeriggio, per lui che si trova a Seattle). Tra le reazioni estasiate dei fan, a sinistra dello schermo, è proprio l’ospite a porre una domanda: “Da quanto tempo ci conosciamo, Glen?”

“Well, you have suffered enough and warred with yourself, It’s time that you won” – Falling Slowly

Sono trascorsi dieci anni da quando, nel mezzo di un concerto dei The Swell Season, un uomo si toglie la vita lanciandosi sul palco e atterrando ai piedi del frontman. Un’esperienza tragica, la notte seguente vissuta come un incubo, ma l’arrivo di una chiamata inattesa, l’indomani: << Ciao Glen, sono Eddie Vedder e canto in una band, i Pearl Jam. Volevo soltanto sapere come stai >>. Sì, perché Vedder conosce bene la sensazione di estrema vicinanza con la morte. Lo ha vissuto sulla sua pelle, il 30 giugno 2000, al festival di Roskilde, a Copenaghen: nove persone, scivolate sul terreno fangoso, sono morte calpestate nella calca scatenata dagli spettatori presenti, circa cinquanta mila. “Volevo solo andarmene. Era successo tutto davanti ai nostri occhi, eppure non volevo crederci”. Un episodio pesante come un macigno sulle spalle della band che, dopo un processo di elaborazione del lutto, di accettazione del drammatico evento e dopo l’incontro con i familiari delle vittime, fa confluire l’onda di dolore nel songwriting degli anni successivi (riferimenti più o meno espliciti sono contenuti nei brani I Am Mine, Love Boat Captain e Arc). “È una cosa che non si dovrebbe mai provare. Affrontare tutto questo, essere presenti l’un per l’altro, superarlo insieme, avvinarci ad alcune delle famiglie e conviverci: farlo ha rappresentato un punto di svolta. Ci ha avvicinati” – dichiara Eddie, il quale, a un decennio di distanza, non può sottrarsi alla missione di aiutare chi sta fronteggiando la medesima sfida.

Egli chiama il nuovo amico ogni giorno, per quattro giorni di fila, gli racconta di Roskilde, si sincera delle sue condizioni. Una maledizione che si converte in benedizione, qualche mese dopo, quando i due si incontrano a Seattle, si conoscono, incidono insieme il primo pezzo: Sleepless Nights – loro che delle notti insonni hanno contato anche i secondi – inserita in Ukulele Songs. Nel 2011, gli artisti si ritrovano per l’anniversario dei vent’anni di carriera dei Pearl Jam ad Alpine Valley (per la reunion dei Temple of the Dog, c’è Glen ai cori), nel 2013 registrano con Jake Clemons la cover di Drive All Night, per poi condividere palco e pubblico in altri numerosissimi concerti, fino allo scorso anno.

“This gift will last forever, this gift will never let you down” – The Gift

È incredulo Eddie dinnanzi alla risposta: “Sono dieci anni che ci conosciamo”. Forse perché certe connessioni sono senza tempo e l’intersezione di determinati sentieri è guidata dalla mappa del destino. Come se fosse tutto già scritto. Come quelle parole impresse dall’inchiostro della macchina da scrivere, diventate il componimento letto, donato, dedicato da Vedder al festeggiato. I cinquant’anni appena compiuti sono paragonati ai cinquanta anelli di un albero, circonferenze identitarie dell’esistenza. Essi, sviluppandosi in andamento concentrico, necessitano di liquidi, linfa, nutrimento (“e anche di un po’ di merda” – viene specificato). Nel caso dell’irlandese, la commistione di latte materno – a questo punto la fotocamera gira maldestramente sull’immagine della sezione di un tronco a forma di seno femminile – della pioggia di Dublino e di cascate di Guiness è stata la formula perfetta. Le radici sono ferme e robuste, il calore e i raggi del sole accendono lo sguardo di chi è stato investito di tanto talento nel plasmare canzoni da consegnare all’eternità. I rami, coraggiosi, si sono protesi fino al cielo, non hanno avuto timore, pur non godendo dell’altezza della montagna, pur dovendo arrampicarsi da laggiù, sotto il livello del mare. “Questa è magia, Glen. Forse dovrei tagliarti in due per verificare che i cerchi siano davvero cinquanta. La corteccia, fuori, è troppo bella!” – e lo sguardo, ora, è talmente convinto e cristallino da attraversare lo schermo. “Buon Compleanno, amico mio. Grazie a te sono diventato un cantante, un padre, un marito migliore. E, soprattutto, un uomo migliore”. Poco altro da aggiungere. Basta osservare la gioia e la riconoscenza di quell’albero dai colori rossastri, nella parte superiore dei nostri dispositivi.

“May the song of good hope walk with you through everything” – Song of Good Hope

Dopo la sorpresa ricevuta, Glen Hansard ha pubblicato una polaroid, in bianco e nero, che lo ritrae abbracciato all’amico e collega: “Grazie Eddie per la tua partecipazione. La poesia sugli anelli è stata così d’ispirazione e conforto. Questa è una foto scattata prima della distanza forzata”. La posa è naturale, l’appoggiarsi l’uno sull’altro ridisegna i tratti della fiducia reciproca e della possibilità di abbandono sicuro. Un’immagine quotidiana che si aggiunge alla collezione di momenti impressi nei ricordi dei fan: i duetti su Falling Slowly, le voci che si uniscono in modo complementare su Society, sublimazione in musica della lezione “la felicità è reale solo se condivisa” di Chris McCandless, Sleepless Nights cantata a cappella e lo squarcio del religioso silenzio del teatro antico di Taormina, la festa corale nell’iconico finale di set con Hard Sun. C’è un momento, però, in cui il legame osmotico Vedder/Hansard ha raggiunto il picco di massima intensità. Fondamentale un elemento, una canzone, la stessa che risuona come mantra in questi giorni di traballante incertezza: Song of Good Hope. Lo scenario è quello del Firenze Rocks 2017. Eddie prende in prestito il brano, lo fa suo, non esita a scendere tra la folla per eseguirla aggrappato alle braccia dei suoi sostenitori, aggrappato alla forza di quei versi per non perdere l’equilibrio, per esorcizzare l’ennesima perdita, la più incolmabile, forse. È aggrappato allo sguardo che rispecchia il suo, dal palco, da dove lo accompagna l’autore di quella specie di preghiera. La chitarra del dublinese si unisce al microfono immerso nell’arena con un filo immaginario ma incredibilmente resistente, impossibile da spezzare. Tappa, anche questa, di rispettivi cammini di artisti e di uomini che hanno condotto sino all’umanissimo sipario della sera del 21 aprile. Qualcuno, tra i fan più affezionati al profilo di Vedder contrario alla “commercializzazione” di contenuti, nella nostalgica memoria di ritiri dalle telecamere e muri costruiti di fronte alla sua abitazione, ha tacciato l’episodio di eccessivo buonismo.

A riguardo, o in anticipata risposta, già in occasione dei vent’anni di carriera dei Pearl Jam, il diretto interessato ha sottolineato la necessità di continuare a crescere e migliorare: “Ma c’è in ballo anche l’età” – ha aggiunto – “Il rock e la ribellione sono cose da giovani. Però non è detto che il fuoco che hai dentro debba spegnersi con il passare degli anni, a meno che tu non lo permetta”. E quella fiamma, nel tempo, oltre che dalla rabbia, dal dissenso e dall’urgenza di prendere posizione, è alimentata anche dalla valorizzazione dei legami che la tengono in vita. Se, in uno scenario di “abbraccio proibito”, il contatto deve passare attraverso un canale di comunicazione di cui si rivaluta l’uso in direzione consapevole, perché no? Perché per il resto del mondo sì – compreso il macrocosmo “musica” – e per Mr. Vedder no? Trattandosi, oltretutto, non di affari, ma di affari personali. È un po’ come se, a distanza di dieci anni, si fosse ripetuta quella chiamata, in forma diversa e contemporanea: “Ciao Glen, sono Eddie. Come stai? Volevo augurarti buon compleanno!”.

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