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Espressività, rabbia e dolcezza: Elbow in concerto a Milano

Piove. I primi venti freddi sferzano i baveri dei milanesi che si recano all’Alcatraz per vedere gli Elbow. Una delle squadre di Manchester è stata a San Siro il giorno prima per sfidare l’Atalanta, formazione di Bergamo che in Champions viene ospitata dall’impianto del capoluogo lombardo. Sembra proprio che il fato abbia predisposto una scenografia accurata per accogliere la band di Guy Garvey nel locale milanese.

Non solo il contesto esterno, ma anche dentro le mura del locale l’atmosfera è straordinariamente cosmopolita, raffinata, senza confini. Un pubblico eterogeneo e mediamente più anziano, consapevole, che ha seguito il gruppo nella ventennale carriera. Quando il cantante chiede alla folla di urlare verso il palco la propria città di provenienza nomi di posti escono dal mappamondo per rimbalzare sul soffitto e sul sorriso estasiato di Guy, che assiste all’urlo di orgoglio attraverso il quale vengono nominate città e posti. I presenti alzano la mano e aspettano il proprio turno per far crollare un altro po’ l’orizzonte ideale dello show di questa sera. Leeds e Bristol, ma anche Malta, Finlandia e Texas (“Il tuo Stato è più grande del mio Paese” dice Garvey divertito) e naturalmente più di qualcuno inneggia a Manchester in maniera abbastanza concitata, tanto da essere rimbeccati: “no non fate così, mi state intimidendo!”.

Guy Garvey è il fulcro della band composta da Mark Potter alla chitarra, Craig Potter a tastiere e percussioni e Pete Turner al basso. Due coriste, una bionda (che suona anche in maniera sublime il violino) e una mora creano un quadretto visivo piacevole e completo, che trasforma un palco musicale in un teatro del sublime dove Guy è assoluto mattatore.

Più che Elbow danno l’impressione di essere la sua band per un progetto solista. La sua figura imponente, la sua barba e le sue guance arrossate dalla tipica passione britannica per la pinta, non riescono a minare la sua aurea da rockstar che si sprigiona appena parte la polemica e nuova Dexter & Sinister, introducendo una rinnovata incombenza nell’impegno politico e sociale, che sulle ali della rabbia e del dissenso ha acceso la verve compositiva ed espressiva del gruppo sfociando nel bellissimo ultimo album di studio Giants Of All Sizes.

I pezzi nuovi hanno tutto quello che ci si deve aspettare dagli Elbow. Epicità e melodia, entrambe magnificate da Empires, drammatica e suadente. La Brexit è l’obbiettivo della rabbia politica di Guy che si scusa a nome della sua gente per il “Fuckin’ mess” che ha causato.
Guy è mattatore non solo nel cantare, con la sua voce così dolce e contrastante con il suo aspetto rude ma che crea una continuità armonica con la dolcezza che esprimono i suoi occhi, ma anche nell’intrattenere il pubblico. Simpatico siparietto dove con un sondaggio chiede di votare su chi del gruppo sia il più divertente, e vi lascio indovinare il risultato finale.

Prende anche un cellulare dalle prime file e filma la band mentre suona, a suo agio con i tempi che corrono. Ricorda che l’ultima volta che sono stati su quel palco era nel lontano 2003, sedici anni prima, per aprire un concerto dei Blur ricordando e omaggiando con un bel brindisi Damon Albarn, condito con l’aneddoto di lui che nel soundcheck si è seduto al piano e ha composto due canzoni.
“Questa è una canzone d’amore” enuncia dopo, e partono le note della bellissima Mirrorball. Le luci riproducono i coriandoli colorati tipici della frammentazione dell’iconica palla da sala da discoteca, in un pezzo che fa della poesia un razzo verso l’ignoto del romantico e dell’amore.

Un altro sondaggio con il pubblico per chiedere chi fosse capace di cantare e chi fosse un cantante professionista, e che indipendentemente da questo la canzone successiva sarebbe stata l’ideale per lasciarsi andare e usare l’ugola. Alle prime note un buontempone ha intonato un ‘la la laaaa’ facendo ridere band e pubblico, ma l’attenzione e i cuori sono stati immediatamente rapiti dal capolavoro Magnificent (She Says) e come auspicato il ritornello è esploso nel coro di mille voci estasiate. Le emozioni sono state tante, offerte da un gruppo che è capace di mordere con White Noise White Heat ma anche di aprire i cuori con canzoni come The Bones Of You, My Sad Captains e la nuova Weightless.

Un gruppo, gli Elbow, spesso molto amati dalla critica ma poco seguiti qui in Italia. Di certo non è stato, infatti, un bagno di folla quello all’Alcatraz di Milano. C’era tuttavia un pubblico ben selezionato e presente con cuore e mente. Un suono completo e stratificato è quello che offerto da Guy Garvey e dai suoi dirimpettai, unito ad un’espressività enorme, una dolcezza misurata e una rabbia sovversiva altrettanto chirurgica, ragionata, e non per questo meno furiosa.

Tanti gli elementi di ispirazione in questa fase più oscura, impegnata. Oltre alla disastrosa situazione socio politica del mondo anche morte, suicidio, perdita degli affetti. Tutto questo ha potenziato un’emozione musicale confortevole come poche volte accade. Elbow significa gomito, e nello sceneggiato The Singing Detective l’attore Michael Gambon (ai più conosciuto come preside di una scuola di magia di nome Silente) dice che è la parola più bella della lingua inglese. Una durezza che si esprime con la bellezza, e questo è tutto quello che c’è da sapere sugli Elbow.

Daniele Corradi

Foto di Francesco Prandoni

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