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Gli Elio e le Storie Tese raccontano İtalyan, Rum Casusu Çikti

Da appassionati di musica, se vi chiedessero qual è la cosa più bella da fare con il vostro gruppo preferito, cosa rispondereste? Dopo farsi quattro chiacchiere davanti a una birra o due e andarci in tour con una mansione qualsiasi, anche la più scrausa (perché sognare non costa niente), sicuramente ascoltarsi insieme uno dei suoi dischi, commentandolo traccia per traccia o quasi, scoprendo retroscena e curiosità che solo chi c’era conosce. Noi lo abbiamo fatto ieri con gli Elio e le Storie Tese al Mare Culturale Urbano, nell’incontro Ascoltiamo un disco, rassegna ideata da Luca De Gennaro (che è anche il “papà” della Milano Music Week), appuntamento mensile che si svolge anche durante tutto l’anno, di solito la domenica e che, guidati dall’esperienza di De Gennaro, saprà portarvi all’interno della genesi di un album.

Protagonisti dell’incontro di ieri, gli Elio e le Storie Tese, cioè Elio, Faso e Cesareo, che, a un anno circa dallo scioglimento, ci hanno raccontato il loro İtalyan, Rum Casusu Çikti, la loro seconda opera, uscita nel ’92, a due anni e mezzo da Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu. «È stato il nostro canto del cigno. La difficoltà di pronuncia ha fatto sì che abbiamo perso un sacco di gente, un po’ come quando è uscito Craccracriccrecr. È vero, non siamo mai stati lungimiranti sui titoli», hanno raccontato gli Elii a proposito di İtalyan, Rum Casusu Çikti.

Non che il titolo dell’esordio fosse da meno e se volete farvi altre due risate, andate a vedere cosa hanno scritto sul retro di copertina. Da un debutto così eclatante non si torna certo indietro, così, per il loro secondo disco gli Elii si trovarono, in primis, a dover superare l’ingegno assoluto del titolo Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu, un’opera fondamentale, da cui ha preso nome anche la società degli Elii, la Hukapan, «che non sappiamo ancora cosa voglia dire, ma è meglio del primo nome, che in banca era sempre un casino, perché era Papilli & Gustativi».

«Arrivati al secondo album, tutti quelli che incontravamo ci dicevano: “Attenzione, eh, che il secondo album, poi, bisogna farlo bene. Attenzione eh, attenzione eh!”. Ci avevano mandato in sbattimento totale, allora incominciamo dal titolo, dovevamo farlo ancora più forte», ha raccontato Elio. «Un giorno troviamo il titolo di un giornale turco, lo Yeni Gun, di cui non capiamo un cazzo, ma vediamo di fianco la foto di un certo Massimo Rana, che è lui, il nostro fotografo e amico, che ora ci racconta cosa combinò, perché la fece grossa».

«Ero a Cipro a fare delle foto e mi catturarono», ha spiegato Rana. «Rimasi un paio di settimane in galera, con l’accusa di spionaggio». «Invece tu continui a dire, che eri lì per fare delle foto», è intervenuto Elio. «Nel mentre in Italia, continuavamo a vedere titoli in prima pagina: “Fotografo italiano arrestato a Cipro”, ma non sapevamo che era lui». «Tornando in Italia, dopo essere stato condannato a cinque anni, comunque, andai con i miei amici del complessino, che stavano confezionando questo album, che non aveva ancora nome e raccontando delle vicissitudini eccetera, questo titolo di giornale divenne il titolo del disco e vuol dire: “Il caso dell’italiano spia per i greci” o forse “La spia italiana dei greci espulsa”».

Qualche curiosità sul disco track by track (o quasi… «è un doppio e il tempo è tiranno»):

Servi della gleba: Il pezzo, celeberrimo, inizia con una telefonata emblematica e come spesso accade nel mondo degli Elii, per quanto paradossale, è tutto vero. «Nel video sono io che la faccio – ha spiegato Elio -, ma in verità era Faso a parlare e ci tengo molto a sottolineare che lui non voleva farla. Ho dovuto insistere, motivarlo, dirgli: fa ridere, tu sei bravo». E Faso: «Perché non volevo farla? Perché quella telefonata era una possibile mia telefonata di quaranta minuti prima, vera! Ero in servitù della gleba dirompente con una che mi faceva impazzire e quindi ero pronto a qualsiasi cosa, tipo: vuoi che venga a pulirti le fughe delle piastrelle della cucina? Vengo adesso!». Il resto, uomini o donne, lo conosciamo bene, bene davvero.

Pippero®: Nonostante nel disco arrivi dopo, lo inseriamo a questo punto, perché il brano segna l’apogeo di una delle tante e illustri collaborazioni presenti in questo disco, sintomo, tra l’altro, della credibilità, che gli Elii erano riusciti a conquistare, anche a livello internazionale, in così pochi anni di carriera. Parliamo, ovviamente, del coro bulgaro, Le Mystère des Voix Bulgares: «Claudio Trotta le portava in Italia e ci ha chiesto se ci interessava fare qualcosa con loro. Ci siamo ascoltati un sacco di roba loro, tra cui anche un disco di canti contadini bulgari e ci siamo intrippati. Siamo andati in studio e ci siamo inventati in cosa coinvolgerle, una cifra di cose, che loro hanno poi fatto in poche ore. Sono arrivate con il pullman con uno del KGB, serissimo, come nei film, siamo entrati in studio e abbiamo fatto tutto, Pippero, Urna, Essere donna oggi e anche altre vaccate, che non abbiamo mai messo, come le presentazioni singole Faso, Cesareo eccetera», ha raccontato Elio.

La canzone, come sapete, nasce proprio dall’adattamento di un brano originale del coro bulgaro Dilmano Dilbero: «Il pippero è il peperoncino e la loro canzone parla del peperoncino, ma siccome c’è quello del KGB che controlla, sono tutte canzoni che parlano di farfalle, di natura, concetti alti e inattaccabili. Poi dopo, quando siamo diventati un po’ più amici di queste donne, abbiamo capito che dentro ci sono una marea di doppi sensi», ha spiegato Elio. «Nel caso del Pippero – ha aggiunto Faso – noi per anni, onestamente, abbiamo respinto qualsiasi interpretazione maliziosa, insistendo sul fatto che la canzone parlasse delle tecniche di coltivazione del peperoncino. Così ci avevano detto loro. Molti anni dopo incontriamo una di queste ragazze, che si era nel frattempo trasferita in Italia e sposata con un italiano e parlando ci ha detto, in un italiano ormai forbito: “Voi siete stati fantastici a intuire subito che quel pezzo lì c’ha il doppio senso pippero/cazzo”».

Uomini col borsello: Sempre in ambito internazionale, anche in questo brano, troviamo un gruppo straniero: The Chieftains, formazione di musica tradizionale irlandese, finita nel disco di Elio «assolutamente a caso e suonano questa cosa all’inizio che non c’entra un cazzo». Ma com’è nata la figura mitologica dell’Uomo col borsello? «Io, ma tutti quanti abbiamo sempre avuto in mente questa moda orribile degli anni ’70 del papà che arrivava a casa con questo borsello orrendo, che poi avevano mantenuto per motivi misteriosi quelli dell’ATM», ha ricordato Elio. «E noi che prendevamo per il culo tutto, siccome erano gli anni della grande moda, il fascino eccetera, noi ci eravamo inventati questo modello di uomo elegante perché? Perché aveva il borsello». Elegante almeno quanto Riccardo Fogli, ospite d’eccezione di questo brano: «Beh, era il simbolo dell’eleganza e del fascino in quegli anni lì, pieno di donne, pazzesco! E poi è un omaggio a quel mondo con quel tipo di canto come i Pooh, che a me ha sempre ispirato molto». Nel pezzo, inoltre, troviamo Sir Oliver Skardi, cantante dei Pitura Freska. «Il primo disco dei Pitura Freska era stato prodotto da Feiez e me, quindi eravamo amici, mi faceva molto ridere e ci è venuto in mente che poteva inserirsi con questa roba, che all’epoca era molto strana, questa specie di reggae o rap reggaeggiato».

Postilla: Ma cos’è il parco Capello, citato al minuto 1.31 della canzone? «Il parco Capello nasce da uno scherzo telefonico – ha rivelato Faso -. Quello era ancora un periodo di contatti, tipo ci sarebbe da fare la festa qua, il locale là, allora telefonai a Elio facendo la voce finta, tipo Fantozzi e proponendogli un concerto. Al momento sembra che abbocchi, ma è diffidente, pensando magari di dire di non rompere le balle a uno vero». E Elio: «Cosa che ho fatto». «A un certo punto, però, mi fa una domanda e mi coglie impreparato, perché avevo pronte una serie di risposte, ma non quella alla domanda: dove si svolge il concerto? Allora gli risposi: al parco Capello. Dopo una pausa di silenzio siamo deflagrati in una risata».

Il Vitello dai piedi di Balsa: Anche qui immense le collaborazioni: «In pochi sanno che il Vitello dai piedi tonnati è Sting – ha subito sottolineato Cesareo -, lo interpreta lui, però il Vitello dai piedi tonnati non dice niente. Quindi, di fatto, Sting lo interpreta, ma non si sente la sua voce». Tra gli ospiti c’è anche Enrico Ruggeri, lui c’è sul serio. Ma come è nata questa ballata prog che dal boschetto della loro fantasia, passa a parlare di microchip inseriti nei piedi di balsa, storie di spionaggio e di… finali a sorpresa? «Era partita come una canzone dello Zecchino d’Oro, poi diciamo che abbiamo perso il controllo. Mi ricordo solo che neanche noi sapevamo che cazzo stavamo facendo mentre la facevamo e che nello studio affianco al nostro, mentre la registravamo, c’era Massimo Riva, che stava incidendo il suo disco. È venuto in studio, perché voleva sentire cosa avevamo fatto e quando è arrivato alla fine del pezzo, che non aveva mai sentito prima, si è buttato per terra e rotolava… all’epoca era un finale un po’ forte».

Supergiovane: Che dire, è il pezzo d’esordio di Mangoni, «del quale, non voglio sentire niente mi assumo tutti i meriti, perché se ha cantato qui è perché ho fatto scudo del mio corpo», ha detto Elio. «Non eravamo pronti», si sono scusati Faso e Cesareo. «Ma Supergiovane, ci tengo a dirlo – ha precisato Faso – è il pezzo sul quale mi sono convinto della potenza di Mangoni. Sono arrivato in studio e senza sapere nulla ho sentito: “Argentovivo, sbiancate, Oklahoma” e ho pensato che fosse fantastico». E pensate che uno dei candidati a interpretare il supergiovane era Piero Pelù: «Sono andato apposta a un concerto dei Litfiba per dirglielo – ha detto Elio -. Poi purtroppo quella volta era morto uno, investito da un treno mentre andava al concerto dei Litfiba, quindi non gliel’ho neanche chiesto, non me la sono sentita». E poi c’è Diego Abatantuono, il Matusa, che protesta contro i tamarri con la moto scureggetta.

Postilla: Ma cos’è il catoblepa? «Non è nato da un caso, il motivo è più stupido, è nato per fare rima con Tepa, le nostre Tepa Sport, che da un lato erano le scarpe dei campioni di calcio come Facchetti e Maldera e dall’altro erano le più brutte possibili, ma tutti le volevano perché ce le avevano loro. Poi siamo andati a vedere cos’era il catoblepa: un animale mitologico e allora sì, sì, mettiamo catoblepa!».

Ma non è finita qui, perché questo capolavoro assoluto degli Elii termina con uno dei classici messaggi nella segreteria telefonica di Rocco Tanica: «In un disco dopo c’era quella che diceva: “Ti perseguiterò fisicamente e pisicologicamente come hai fatto con mio figlio”. Questa era la prima volta che c’era una madre preoccupata, perché era uscito con tre ragazze, che la madre ci tiene a sottolineare che sono tutte e tre “minorenne” …“regòlati”!». E, poi, nel modo in cui tutti conoscete, inizia Essere donna oggi

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