Onstage

Sono passati 20 anni dalla scomparsa di Fabrizio De André

Non avrebbe avuto vita facile di questi tempi, il buon Faber. Anche se è impossibile prevedere in quale direzione e con quale reazione un genio muove i propri passi. Un cantautore raffinato, originale e fuori dagli schemi come lui, molto probabilmente avrebbe dovuto fare i conti con la fine di un mercato di distribuzione della musica che repentinamente si è spostato sulla velocità della fruizione, e ancor peggio della comprensione facile e immediata del messaggio. Quale poi?

Possiamo giusto perdere qualche minuto nell’immaginare una sua direzione, cosa ne sarebbe stato se avesse continuato nella ricerca delle radici della lingua italiana, infischiandosene delle vendite, o se si fosse concentrato nel riproporre i suoi più grandi successi in tour “anniversario”, oppure se, come Guccini, avrebbe optato per la scelta del ritiro. Oggi, a vent’anni esatti dalla sua morte (11 gennaio 1999), ognuna di queste scelte sarebbe un dono, soprattutto perché lo avremmo ancora con noi a raccontarci, consigliarci, farci pensare.

Non staremo qui a raccontare quello che è stato in vita, la sua genesi come artista, i traumi subiti ed il suo modo di reagire, le influenze e i vizi che lo portarono ad una morte prematura. Tutto questo è facilmente scolpito nella memoria dei più “vecchi”, raggiungibile con un click dai più giovani e curiosi. Ci interessa piuttosto omaggiarlo come se stessimo sfogliando un album di fotografie, con gli occhi colmi di emozione e con i pensieri che volano, commentando a voce alta le didascalie scritte da altri sotto i suoi ritratti.

Fabrizio de André è stato davvero il più grande cantautore italiano?
La risposta è sì. Soprattutto se a cantautore si affianca la definizione di cantastorie. Nessuno come lui è stato in grado di unire così tanti personaggi, vite e storie in una produzione artistica che ha toccato tre decadi, passando da brani dove Faber stesso è il protagonista (ma noi con lui), ad altri dove in primo piano sono gli emarginati, i reietti, i soldati, la borghesia, i più realizzati secondo i canoni che regnano nella nostra società, infischiandosene anche dei tempi, passando dal medioevo ai giorni nostri in un’antologia della storia umana e delle sue debolezze.

Fabrizio de André è stato un anarchico?
Non nella definizione che spesso si dà ad anarchia. Non il caos, non il non rispettare le regole imposte solo come gesto fine a se stesso: assolutamente non al suo essere una scelta politica. Lo studio, il rispetto della musica come forma “precisa”, aritmetica è stata alla base della qualità delle canzoni di Faber, così come la metrica e l’uso della parola italiana. Non ci sono slogan, invettive e nemmeno giudizi nelle canzoni del cantautore genovese. Piuttosto è stato un fulgido esempio di democrazia, alla costante ricerca di un messaggio universale di uguaglianza e comunanza che trascendesse, questa volta sì, le regole e le tradizioni di rango che ci vengono imposte dalla società. Anarchia come pensiero libero, questo sì.

Fabrizio de André è stato il cantautore degli emarginati?
No. La sua discografia è piena di canzoni dedicate ai reietti della società, elevati a un ruolo necessario e fondante della nostra società appunto. Personaggi capaci di essere anche per pochi minuti al centro del mondo dove vivevano.
Non solo il suo talento fu capace di descrivere in maniera ineccepibile situazioni, uomini e donne che altri non hanno mai nemmeno considerato, ma riuscì a mettere ognuno di noi dentro queste storie, come semplici spettatori o co-protagonisti. Ha cantato di tutti noi, facendoci viaggiare nel tempo e nello spazio attraverso il cantare e musicare le nostre debolezze, curiosità e peccati.

Non è facile capire de André, e lo sarà sempre di più se l’abitudine alla superficialità, alle divisioni e alle contrapposizioni che oggi permea la nostra quotidianità, continuerà ancora a lungo ad essere la visione della maggioranza. L’insoddisfazione dell’essere umano, vera terribile malattia dei nostri tempi, ci porta a non vedere il grande insegnamento di questo poeta: il liberarsi del giudizio, uno dei suoi più grandi lasciti. Faber ha sempre cantato di storie grigie, né bianche né nere, dove i protagonisti, costretti a subire umiliazioni e privazioni, trovavano la forza per ribellarsi, ma si rendevano presto conto che gli ideali che li avevano portati a reagire erano semplicemente utopie.

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