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Fabrizio De Andrè e Pfm. Il concerto ritrovato arriva al cinema il 17, 18 e 19 febbraio

A quarantuno anni dal tour evento Fabrizio De Andrè in concerto – Arrangiamenti Pfm, che unì in un inedito matrimonio alchemico live, almeno per l’Italia, Fabrizio De Andrè e la Pfm, canzone d’autore e progressive rock, il pubblico potrà finalmente godere delle immagini video del concerto del 3 gennaio 1979 al padiglione C della Fiera di Genova. Fabrizio de André e Pfm. Il concerto ritrovato, si intitola così il docufilm, soggetto e regia di Walter Veltroni, al cinema il 17, 18 e 19 febbraio, per celebrare l’anniversario della nascita di Faber.

Testimoniato finora dai due album live Fabrizio De André in concerto – Arrangiamenti Pfm Vol. 1 e Vol. 2, usciti rispettivamente nel ’79 e nell’80, nonché dal libro del 2008, a cura di Guido Harari e Franz Di Cioccio, Evaporati in una nuvola rock, il leggendario tour – nato dall’incontro del cantautore con la band, dopo un concerto tenutosi nell’agosto del’78 a Nuoro, e sfociato in un pranzo casereccio, tra fermentino e funghi, nella tenuta sarda di De Andrè all’Agnata – avrà finalmente le sue immagini live.

«Avrete capito che ci troviamo davanti a una strana cosa, perché dopo quarantuno anni, da una specie di scrigno della memoria, è emerso questo documento – ha raccontato Veltroni, ieri, in conferenza stampa a Milano -. Abbiamo voluto organizzare una specie di viaggio nel tempo, nel quale volevamo restituire anche il clima politico, sociale e culturale dell’epoca. La cosa interessante è che dall’incontro di due diversità musicali, che probabilmente sarebbero rimaste parallele, se a un certo punto non fosse venuta voglia di demolire un recinto e di mettere in comunicazione la canzone d’autore con il rock, è nata una meraviglia, che ritroverete in ciò che si immaginava non esistesse: il concerto ritrovato».

Rinvenuti tra i cumuli di cassette conservate e salvate dal macero da Piero Frattari, tra i cameramen che realizzarono le riprese di quel concerto, i nastri sono stati riportati in vita grazie a un lavoro di restauro, che per le immagini, va detto, è riuscito a fare quel che si poteva, rigenerando invece l’audio in 5.1. «Questo è un bootleg, non ci doveva essere, ed è figlio di una serie di combinazioni astrali. La prima è la registrazione, non so come siamo riusciti a farla, non eravamo clandestini, Fabrizio sapeva che eravamo lì, ma l’importante era non disturbare. La seconda è che abbiamo salvato questi nastri prima da una rottamazione più che decisa e poi dall’oblio, perché erano finiti in un archivio che conteneva quarantamila video casette analogiche di allora, dove rimasero per una decina d’anni, finché abbiamo preso tutto l’archivio e abbiamo deciso di digitalizzarlo».

«Devo ringraziare Franz, che mi è venuto a cercare, perché sapeva che io possedevo queste cose e, qualche anno fa, mi ha chiesto se si poteva fare qualcosa, perché aveva in testa un progetto – ha continuato Frattari -. Se ci sono dei meriti che mi posso attribuire modestamente sono l’amore per la Pfm, di cui avevo registrato anche un concerto del ’78 a Genova, che però è andato perso; la seconda è il fatto che sono un maniaco, non sessuale, ma tutto quello che passa sotto le mie mani ci rimane attaccato, il che può essere patologico, ma ci ha permesso di avere quello che abbiamo visto oggi».

«Ho sentito nostalgia, perché questo concerto è così vero, così fresco e sincero, probabilmente proprio perché nessuno pensava: adesso ci devono riprendere e dobbiamo fare bene – ha confessato Dori Ghezzi -. In queste immagini c’è l’atmosfera che c’era quella sera sul palco, ognuno a proprio agio, come se avessero suonato sempre insieme. Mi piace che chi non ha avuto la possibilità di assistere a un concerto di cui si è sempre parlato, perché ha fatto storia ed era un periodo in cui succedevano veramente molte cose, possa partecipare oggi».

Diviso in due parti, dopo la sezione introduttiva, con i protagonisti di quei giorni, che raccontano qualche gustoso retroscena del tour, il docufilm si tuffa di testa nel live genovese: una scaletta di quattrodici pezzi, grandi classici del repertorio di De Andrè come Bocca di Rosa, La canzone di Marinella, Volta la carta, Via del Campo, La guerra di Piero, Il pescatore, spinti dall’energia prog della Pfm (Franz Di Cioccio, Patrick Djivas, Franco Mussida, Flavio Premoli, Lucio Fabbri e Roberto Colombo).

«Concepimmo gli arrangiamenti uno a uno, perfetti per la canzone, perché dovevamo vestire la poesia di Fabrizio – ricorda Di Cioccio -. In più non volevamo che ci fossero equivoci, i pubblici erano due, quello della Pfm e quello di de Andrè, uno contro l’altro, non amavano questo progetto, per cui i nostri arrangiamenti iniziano sempre con un grande affresco sonoro, che ti porta poi nella canzone. Questo gioco serviva alla gente per farla entrare in una storia completamente diversa, perché no c’era un esempio antecedente in Italia, mentre all’estro sì, con Bob Dylan che ha avuto il coraggio di elettrificare tutte le sue canzoni e di andare in giro con la band o Jackson Brown, che faceva con gli Eagles delle tournèe pazzesche. Perché in Italia no?»

«L’idea ha funzionato, ma la cosa più bella per un musicista è poter vedere questa cosa. A noi non è capitato, perché quando ci organizzammo per fare i dischi live, Fabrizio mi disse, ok, ma che assolutamente non voleva essere ripreso. Io che ho poche chance di vedere un concerto della Pfm, se non è ripreso, ho avuto sempre questo tarlo. Poi ho visto il video del live di De Andrè al Brancaccio di Roma e ho pensato: che peccato. Ne parlai a un amico e lui mi disse che c’erano delle riprese della Pfm con De Andrè, le aveva fatte lui! Mi diede delle informazioni e vestito da Sherlock Holmes mi misi alla ricerca di Frattari. L’ho tampinai talmente tanto che andò a cercare e ricercare ed è venuto fuori questo film e io sono l’uomo più contento del mondo! Ma la cosa più bello è che finalmente tutti possono godere di questo concerto».

Sì, perché quello che avvenne su quel palco fu davvero una storia a sé, un esperimento ritenuto folle, ma dal quale, come affermato da Veltroni, nacque qualcosa di unico e meraviglioso. «Ci sono delle emozioni particolari per un artista: una è quando riascolti qualcosa e ti piace così tanto che ti dimentichi di averla fatta tu – ha osservato Patrick Djivas -. È una bellissima sensazione, che capita raramente, anche perché a distanza di anni ogni nota che hai suonato ti rimane in testa, ce l’hai, volte però te lo dimentichi completamente. È successo a me quando ho visto questo film, una specie di tsunami artistico e musicale, che ti arriva così ed è talmente forte, che quando uno lo vede capisce perché è successo tutto questo casino per quarant’anni per questo concerto, perché ancora adesso va in giro, vende dischi e i ragazzi lo conoscono a memoria».

«È stata un’esperienza unica, della quale ci siamo resi conto durante il percorso. Abbiamo fatto un tour l’anno scorso, che continua (Pfm canta De Andrè – Annivrsary) dove in prima fila ci sono ragazzini di 15 o 16 anni, che cantano a memoria tutto il concerto. Sicuramente i genitori hanno fatto un buon lavoro, ma quello che è il contenuto dell’arte di Fabrizio, evidentemente, è qualcosa che rimane e rimarrà sicuramente anche quando noi non saremo più sul palco in prima persona a portarlo in giro – ha aggiunto Flavio Premoli -. In questo film ci sono delle cose che mi hanno impressionato, soprattutto il modo in cui canta Fabrizio. Eravamo in un postaccio, credo che avesse l’acustica peggiore all’epoca in tutta Italia, eppure lui non fa una nota stonata, fuori tempo, una cosa veramente impressionante. Ma la cosa che mi ha colpito di più è che è la prima volta che vedo la faccia di Fabrizio dal davanti, come tutti, anch’io stavo dietro sul palco, ed era sorridente. Fabrizio non aveva questo carattere così cordiale, anche con noi, era concentrato, ma qui l’ho visto felice. Evidentemente il lavoro che abbiamo fatto è stato un gran bel lavoro, è il motivo per cui siamo ancora qui».

«La voce di Fabrizio qui ha un’apertura e una capacità di raccontare con serenità, che mi ha meravigliato. Pareva che non avesse tensioni», ha chiosato Mussida, a cui ha fatto eco Djivas: «Era come se non si sentisse addosso il peso di tutto il concerto, forse perché l’ha condiviso fra tutti noi, che in quel momento eravamo un’entità unica e credo che sia la cosa più bella di questo filmato e la ragione per cui, dopo tanti anni, arriva così prepotentemente».

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