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Fantastic Negrito arriva in Italia: «È un ottimo momento per essere un artista»

Partirà domani, con il sold out al Largo Venue di Roma, la leg italiana del tour di Fantastic Negrito a supporto del suo secondo disco, Please Don’t Be Dead. Una nutrita serie di quattro date, che proseguirà il 12 giugno al Circolo Magnolia di Segrate (MI), il 14 all’Acieloaperto di Cesena e il 15 al parco della Musica di Padova, riportando il cantautore californiano in Italia a un anno circa dal suo ultimo passaggio.

Classe ’68, ottavo di quindici fratelli in una famiglia di origini somale e con un padre profondamente legato alla religione mussulmana, Xavier Amin Dphrepaulezz (vero nome dell’artista) arriva a Oakland, California, dal Massachusetts all’età di dodici anni. Da allora l’artista e l’uomo dietro l’artista sono rinati almeno tre volte.

Entrato giovanissimo in giri poco limpidi, tra crack e armi, Xavier decide di imparare la musica da autodidatta ispirandosi a Prince e arrivando, attorno ai vent’anni, a realizzare le sue prime cose. Il trasferimento a Los Angeles arriva dopo un poco piacevole incontro con un uomo mascherato e decisamente armato. È la fine della sua prima vita e l’inizio della seconda, celebrato nel ’93 con il suo primo disco The X Factor, pubblicato sotto il nome di Xavier.

Coinvolto nel ’99 in un grave incidente d’auto, che lo lascerà in coma per circa quattro settimane, compromettendo in maniera irreversibile l’uso della mano destra, una tragedia per un chitarrista, Xavier, dopo mesi di dolorosa riabilitazione, arriva ad abbandonare la musica e nel 2008, torna a Oakland. Lì si dimentica per qualche anno dell’industria, ma nel 2014 accade qualcosa e dalle ceneri di Xavier nascono Fantastic Negrito e il suo mix di Rock, Funk, Blues, Soul e R&B, che ci riporta alle radici della black music, attualizzandola in una sintesi potente, tanto per suoni, quanto le per tematiche sociali e razziali, tutta roba terribilmente attuale, che affronta senza peli sulla lingua.

The Last Days Of Oakland e Please Don’t Be Dead, i due dischi, con cui si è presentato al mondo nella sua nuova vita, sono due capolavori, entrambi vincitori, tra l’altro, di un Grammy come Miglior Album Blues Contemporaneo. Abbiamo sentito Fantastic Negrito in vista del suo arrivo in Italia, ecco cosa ci ha raccontato.

Hai da poco chiuso il tour negli States, com’è andato?
Molto bene, è sempre un grande onore suonare della musica davanti a degli esseri umani.

L’album che stai portando in giro, Please Don’t Be Dead, ha vinto un Grammy come Miglior Album Blues Contemporaneo, così come il precedente, The Last Days Of Oakland. Il blues è una questione contemporanea e in che modo Fantastic Negrito è un artista contemporaneo?
Due su due! Però, sai, non penso mai ai Grammy, ai generi o a che tipo di artista sono, lascio che siano gli altri a deciderlo e intanto penso a muovermi verso la luce per dare vita al prossimo lavoro. Il mio obiettivo è semplicemente quello di creare qualcosa di avvincente, essere interessante e dare un contributo al mondo in cui vivo.

Arrivare dove sei oggi è stato un viaggio, nel corso del quale sei rinato almeno tre volte. Com’è cambiato il tuo modo di concepire il ruolo del musicista in queste tre ere della tua vita?
Quando ero all’inizio stavo sempre a guardare quello che potevo trarre dalla musica, ero giovane e volevo avere la più bella casa, una macchina favolosa, le donne più belle, i migliori drink, il miglior vino. Come dici, sono passato attraverso diverse incarnazioni dell’essere un musicista, in questa fase credo di essere molto più maturo e ho iniziato a guardare, invece che a quello che posso prendere dalla musica, a come posso contribuire alla famiglia umana attraverso la musica. Credo che questa sia la differenza principale ed è un bel posto in cui trovarsi.

Dopo esserti rimesso dall’incidente sei tornato a Oakland, dimenticandoti dell’industria musicale per qualche anno. Che periodo è stato?
Non è che abbia smesso di pensare all’industria musicale, ho smesso e sono diventato un amante dell’erba, quindi direi che non pensavo affatto in quel periodo, ero davvero in California, fumavo un botto, ho aperto una galleria d’arte, mi stavo godendo la vita, insomma, una fase diversa della vita. Il bello era che non è che non pensassi più al music biz, ma era una cosa che non volevo più, non desideravo suonare o pensare a chi volessi essere musicalmente parlando, poi però è successo ed è stato molto catartico, naturale ed è la ragione per cui adesso è meraviglioso. A volte è meglio quando non pensiamo alle cose e non abbiamo desideri, le cose possono succedere in modi bellissimi.

Quando è scattata la molla che ti ha riportato alla musica?
È iniziato tutto quando è nato mio figlio, a lui la musica piace moltissimo, ho trovato la cosa interessante e mi ha messo nell’ottica di approcciare la musica attraverso gli occhi di un bambino. Così ho accantonato tutte le nozioni preconcette che avevo e mi sono riavvicinato alla musica come un bambino, ricominciando a godermela.

Poi hai iniziato a suonare per le strade di Oakland. Che ruolo ha giocato la cosa nel tuo ritorno alla musica?
È stato parte del processo, perché non volevo nulla che non fosse molto bello e remunerante, anche a livello spirituale, perché quando suoni in strada o ti connetti con la gente oppure no e questa è una cosa spaventosa, ma bellissima.

Qual è il tuo messaggio alla Negrito Nation?
Il mio messaggio è siate dei donatori, camminate verso la luce, qualsiasi cosa è possibile, se mettiamo le nostre menti e i nostri spiriti nella giusta prospettiva. Tutto è possibile in questo mondo e come dico in Bullshit Anthem, dobbiamo prenderne le brutture e farle diventare qualcosa di buono, è una cosa importante.

Anche perché di schifezze in giro ora ce ne sono davvero tante.
Assolutamente! È un ottimo momento per essere un artista.

Parliamo di Please Don’t Be Dead, cosa c’è dietro al significato letterale del titolo?
È arrivato mentre stavo girando l’Europa in tour. Pensavo al concetto di America e quindi Please Don’t Be Dead, perché stiamo assistendo al ritorno del neofascismo, alla crescita di questo strano, bizzarro populismo, in cui la gente inizia a sentirsi a suo agio nell’essere retrograda e intollerante. Tutto questo non è quello che l’America rappresenta, ma diciamo di rappresentare qualcosa di nobile e così è arrivato quel titolo: America, ti prego, non morire, sei una buona idea.

Nell’album c’è una canzone Dark Window, che hai scritto per Chris Cornell. Eravate buoni amici, avete girato in tour insieme, tu aprivi le sue date: quanto ti manca e cosa conservi di più caro di lui nel tuo cuore?
Chris manca moltissimo, ma porterò sempre con me la sua capacità di dare. Era questa umile mega superstar, non ti faceva mai sentire quella parte, la superstar, ti avrebbe dato qualsiasi cosa, perché aveva un cuore grande come il Texas.

Non sarà dimenticato.
No, mai.

Parliamo del live. Sei uno di quegli artisti che cambia molto la scaletta, anche nel corso del concerto.
Suono sempre con il cuore. Faccio la setlist ma non la seguo sempre, perché quello che faccio è tipo una catarsi, succede nel momento. Cerco di ricordarmi sempre che ovunque vada, sono un ospite, e che sono lì per contribuire a creare qualcosa di fantastico per le persone del mondo e questa è la connessione degli esseri umani attraverso la musica, un linguaggio comune.

In Italia farai ben quattro date. Ci sentiamo abbastanza privilegiati!
Il pubblico italiano è sempre stato grandioso con me, quindi sono grato e adoro l’Italia, è uno dei miei posti preferiti nel mondo, mi piace sempre un sacco venirci a suonare, è una specie di ritorno a casa.

Cosa vorresti che portasse via dal tuo show chi verrà a vederlo?
Ispirazione.

Cinzia Meroni

Foto di Lyle Owerko

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