Onstage
k-pop

Luci e ombre del fenomeno K-pop

La cultura occidentale non è mai stata impermeabile a quanto proviene dall’Estremo Oriente, ma storicamente è stata sempre attratta da quanto proviene dal Giappone e dalla Cina, con l’enclave Hong Kong, nazioni egemone della cultura orientale. Dal cinema ai fumetti, o meglio manga, passando per gli anime molti nomi sono entrati nell’immaginario collettivo: molti hanno un cartone dello Studio Ghibli tra i loro film di animazione preferiti, quasi tutti hanno allietato i loro pomeriggi con i cartoni nipponici (da Holly e Benji ad Heidi, passando per Ken Il Guerriero, l’Uomo Tigre, Sailor Moon o Il Mistero Della Pietra Azzurra, per citarne uno di meno scontato) e in molti hanno riso a vedere quattro pazzi che a momenti si ammazzano in quel Takeshi’s Castle aka Mai Dire Banzai.

Pesante anche il contributo musicale, che spazia dalle più recenti Babymetal a nomi più underground come i Pizzicato Five o i Melt Banana, passando per le leggende delle sigle dei già citati anime (Ichiro Mizuki dio totale). Per non dimenticare le arti marziali di Bruce Lee, i polizieschi di John Woo ancora oggi all’avanguardia e l’inarrestabile creatività e l’iperviolenza di Takashi Miike e di Takeshi Kitano, con l’ultimo che è uno dei geni più sottovalutati del cinema internazionale. Non che il resto dell’Oriente sia da meno: dall’Indonesia cinematografico che ha sfornato un capolavoro come The Raid o il cinema sudcoerano che ha dato i natali a molte opere clamorose, ultima ma non meno importante Parasite che si aggiunge a capolavori come Ferro 3 o la mitica trilogia della vendetta di Park-Chan Wook.

Ma dalla Corea Del Sud negli ultimi anni sta arrivando negli ultimi anni anche un’ondata assurda di musica definita K-Pop. Anche in questo caso nomi come i BST non arrivano come fulmini a ciel sereno, anzi, alzi la mano chi non ha imitato Psy e quella Gangnam Style che fu uno dei primissimi successi miliardari di YouTube. Il K-Pop, o quella che viene anche definita la Korean Wave, è uno dei più riusciti piani di marketing musicale a livello mondiale. Avete presente quello che è stato fatto negli ultimi trent’anni in Regno Unito e Stati Uniti con gruppi come New Kids On The Block, Fifth Harmony, Take That, Backstreet Boys, Hanson, Spice Girls, Little Mix e non continuo per non fare un elenco e diventare troppo prolisso? Ecco, la Corea Del Sud ha fatto di gran meglio, anche per un semplice motivo: quel coreano che è da molti considerato una delle lingue più difficili da comprendere ed imparare. Quindi, brevemente, se riesci ad esportare con successo una musica della quale non si capisce un benemerito cazzo, hands up, hai vinto.

Il K-Pop è un genere che non è lontanamente paragonabile al cugino J-Pop: al contrario della musica nipponica, fiera delle sue origini e del suo background culturale che ha portato negli anni ad un seguito di nicchia al di fuori dei propri confini, il K-Pop risente molto della cultura occidentale. Questo perché nella sua storia post-WWII la cultura musicale sudcoreana è stata permeata in maniera quasi invasiva dalla cultura occidentale, e nello specifico nordamericana, pur avendo attuato negli anni misure restrittive per quanto proveniva dal mercato non domestico, impedimenti che sono poi svaniti verso la fine degli anni Ottanta. C’è un evento storico che pare abbia dato il via alla nascita dell’industria dell’intrattenimento da quelle parti, ed è la crisi finanziaria asiatica del 1997: per quanto la Corea Del Sud avesse risolto questa problematica nel giro di un paio di anni e ben pochi dei conglomerati industriali cadettero sotto il peso della svalutazione (l’unico fu la Daewoo, che venne smembrata tra Stati Uniti e India causa debiti), in questo contesto nacque l’intuizione di spostare l’attenzione sull’industria dell’intrattenimento, con tanto di contributo statale e di estensione del progetto anche sugli istituti scolastici di tutta la nazione. E proprio alla fine degli anni Novanta esplose la SM Entertainment.

La SM Entertainment è una delle aziende che ha contributo all’esplosione internazionale del K-Pop, essendo tra le prime ad aver contribuito alla creazione di molti di quelli che vengono definiti Idol, dando vita agli H.O.T. che sono considerati storicamente il primo gruppo K-Pop di un certo valore. Un successo, condiviso con le concorrenti JYP e YG ma prontamente asfaltato, letteralmente, dalla Big Hit Entertainment che grazie al successo globale dei BTS è passato a fatturare ben 163 milioni di euro. Non male, tenendo conto che si parla di un’azienda privata e indipendente dalle logiche di major. Una sinergia tra pubblico e privato, nata per contrastare la cultura del vicino Giappone e per risollevare un’economia data per spacciata, che ha fatto conoscere la nazione anche al di fuori del continente grazie anche a degli strumenti nati dall’altra parte del Pacifico, come i social media o YouTube. Ma è tutto oro quello che luccica?

Non del tutto. Infatti dietro al successo degli artisti ci sono tutte quelle ombre e quella ipercompetitività nota nei paesi dell’Estremo Oriente che si rispecchia principalmente in quel sistema scolastico molto simile, nella selettività, a quello del vicino Giappone. Un sistema altamente selettivo ma che non si basa sui talent show, come invece avviene in buona parte del mercato occidentale nell’ultimo decennio: il futuro idol infatti si trova davanti ad un percorso di selezione massacrante, fatto a porte chiuse e che porta il “vincitore” ad un lungo percorso di formazione di carattere militare, definito da appartenenti all’industria come uno dei più validi a livello mondiale. Un annullamento della vita privata della persona, di fatto, alla quale viene sì offerto alloggio e studio gratuito, ma a scapito di un’organizzazione del lavoro stressante per un poco più che teenager con la prospettiva, nemmeno certa, di ottenere il successo. Ipercompetitività, ricostruzione da zero della persona sia dal punto di vista caratteriale (la star non deve avere nessuna ombra, nemmeno nella vita privata) e anche dal punto di vista estetico. Sì, se serve è previsto anche qualche rifinitura di chirurgia plastica. Un rincorrere alla perfezione 24/7 che porta spesso ad un burnout del malcapitato che non riesce a reggere psicologicamente quella fama tanto desiderata.

Il K-Pop sta infatti facendo emergere nel corso di quest’anno il suo lato oscuro alla stampa internazionale. E la notizia emersa negli ultimi giorni è di quelle pesanti, visto che vede tra i condannati Jung Joon-young e Choi Jong-hoon, cantautori e membri di boy band che trascorreranno il prossimo lustro in galera per reati che riguardano la sfera sessuale, dal rapporto sessuale con una donna non consenziente alla ripresa di sextape senza, anche in questo caso, il consenso della controparte. Questa notizia arriva a poche ore dal suicidio di Goo Hara, nota per il suo trascorso nelle Kara, e a qualche settimana da quello di Sulli, attrice ed ex componente delle f(x) che proprio nel 2019 pubblicò un pezzo, Goblin, sul disturbo dissociativo. In entrambi i casi le ormai decedute cantanti sono vittime su più fronti: prima di tutto sono state travolte dall’annullamento totale della propria vita privata, dovendo garantire per contratto uno stile di vita sempre positivo e sorridente. Ma, e soprattutto nel caso di Sulli, le due si sono scontrate con le contraddizioni della cultura sudcoreana: pur essendo ormai una nazione di fatto molto vicina alla cultura occidentale, la matrice conservativa e patriarcale è ancora molto forte al punto che diritti dati spesso per scontati, come l’aborto (ancora illegale in Sud Corea) o la difesa dei diritti delle donne, sono stati motivo di critica da parte dei fan. Fan che seguono i loro idol con una ossessione quasi maniacale, trovando come oggetto di discussione anche cose innocue come, ad esempio, una foto fatta in un camerino nella quale Sulli indossa una tshirt senza indossare il reggiseno.

Luci e ombre del K-Pop: dietro ad un successo mondiale che ha ormai varcato anche i confini nazionali, c’è il lavoro massacrante di un teenager che, per il successo, si vede eliminata la sua sfera privata e i migliori anni della sua vita. Niente che non sia avvenuto anche “dalle nostre parti”, e la storia di Michael Jackson è qui a spiegarcelo, ma i fatti successi in questo ultimo anno ci insegnano due cose: la prima è che si può ambire al successo, ma lo stesso difficilmente lo si può ottenere in modo sano e senza sacrifici, anche pesanti. La seconda riguarda invece chi il successo non lo ha e si limita a fare il fan: fate meno gli stalker, fate meno gli ossessivi e non criticate le vite dei vostri idoli: perché prima di tutto sono persone anche loro e, secondo, se voi foste dall’altra parte della barricata sareste contenti a subire critiche su ogni minimo comportamento ad ogni ora del giorno?

Nicola Lucchetta

Foto di Caption from YouTube - Blackpink - Boombayah

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI