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Finley: «Quello che siamo lo mostriamo soprattutto sul palco»

A due anni e cinquanta date circa da Armstrong, i Finley sono tornati con We Are Finley, un best of live, che racconta la storia della band di Legnano nella sua forma migliore, quella dal vivo. Sei dischi in studio, un EP, le esperienze in tv e in radio, dove oggi conducono il programma I Trafficanti di R101, svariate partecipazioni a colonne sonore, questo nuovo live album e una miriade di concerti in giro per l’Italia e l’Europa, a partire dall’esordio del 2006 con Tutto è possibile la parabola di Pedro, Ka, Dani e Ivan (che nel 2010 ha sostituito Stefano “Ste” Mantegazza al basso) non si è mai fermata. Nonostante le condizioni avverse di un mercato sempre più inospitale per il punk pop e generi affini, i Finley hanno fatto registrare numeri interessanti anche con il loro ultimo tour, culminato con il sold out del 12 gennaio 2019 all’Alcatraz di Milano. Abbiamo sentito Pedro, per farci raccontare di We Are Finley, della storia dietro alle quattordici canzoni live, che racchiude insieme al singolo da studio San Diego, con cui la band ritorna alle origini e Pedrito festeggia la nascita di suo figlio Diego, arrivato nella grande famiglia Finley a febbraio. E, poi, siccome dal palco proprio non riescono a stare lontani, del tour estivo Finley Live, al via venerdì 24 maggio da Brescia.

Il fatto che We are Finley sia un album live la dice lunga su chi siete.
In effetti questo disco è il coronamento di un percorso dal vivo che abbiamo fatto negli ultimi anni soprattutto negli ultimi tre, in cui i nostri live hanno avuto grandissima continuità, grande affluenza e risultati. Non era per niente scontato, visto che è molto semplice snocciolare numeri da capogiro quando sei sulla cresta dell’onda, mentre per noi, che comunque rispetto agli altri artisti abbiamo dovuto navigare in acque più cattive, dà ancora più soddisfazione quello che siamo riusciti a creare lontani dai network, dai riflettori, dalla tv e dal canale mainstream. Siamo riusciti a creare qualcosa di forte e di grande, che ha avuto degli ottimi risultati soprattutto dal punto di vista live, cosa che abbiamo voluto omaggiare con questo disco.

Come avete scelto i brani?
Sono il meglio della nostra carriera, quelli che hanno ricevuto più consensi da parte del pubblico o che live indossano il vestito delle migliori e più grandi occasioni. La proposta è arrivata dal nostro management, che diceva: “Ragazzi, ma il vostro luogo, quello dove vi sentite più a vostro agio è il palco, perché non facciamo un album live?”. Invece di fare il solito best of con una raccolta di canzoni, che in questo caso sarebbero risultate anche poco contemporanee, visto che stiamo parlando del 2006 e che molti brani hanno cambiato totalmente impronta nel corso degli anni, abbiamo optato per qualcosa che ci rappresentasse al cento per cento, perché quello che siamo lo mostriamo soprattutto su palco.

Nell’album, però, c’è anche un inedito in studio, San Diego.
La storia di questo brano parte da lontano, dall’agosto del 2018, quando con un gruppo di amici abbiamo deciso di fare un viaggio sulla West Coast. Ovviamente tra le mete previste, un po’ in sordina tra le nostre aspettative, c’era San Diego, che, invece, ci ha conquistati subito, ci ha trasmesso uno spirito straordinario, la voglia di stare bene e di stare insieme. Poi San Diego è la città che ha dato i natali ai Blink 182 e che ci ha visti crescere guardando i seni prosperosi di C.J. in Baywatch. A parte queste cose marginali, però, San Diego rappresenta la California, perché è la città dove non piove mai, così tramite questo brano ho voluto celebrare anche la nascita di mio figlio. Il pezzo, quindi, ha avuto una genesi piuttosto lunga, praticamente è durata nove mesi – ride – da quando ho scoperto di aspettare Diego, fino a che non è nato. Nei giorni del ricovero ho presentato ai ragazzi la bozza di questo brano e da lì poi con gli zii abbiamo deciso di pubblicare questa canzone, che non è solo autobiografica, ma rappresenta un viaggio verso un orizzonte inesplorato, che per me era la paternità, ma più in generale è un viaggio bellissimo verso una destinazione, che può rappresentare un futuro roseo.

Come ti ha cambiato diventare padre?
Per ora sinceramente non lo so, è ancora troppo presto per tirare delle somme. Non so ancora che papà sarò, speriamo di essere un papà rock, ma allo stesso tempo pop, perché voglio che mio figlio sia coccolato e non che si trovi un papà scapestrato. Voglio insegnargli quello che ho imparato in tutti questi anni e spero che diventi una persona migliore di me, che ho ancora tanto da imparare.

Il pezzo rappresenta anche un ritorno alle origini, a quelle notti infinite, piene scorribande e sogni con i Blink 182 nello stereo.
Si, è vero perché c’è quella ritmica in levare sulle strofe, che sicuramente conferisce al brano un sapore molto estivo, ma ci sono anche delle sonorità che riportano alle band pop punk con cui siamo cresciuti, penso ai Blink, ma anche ai Simple Plan e al tutto quel power pop molto spinto e molto orecchiabile, che da subito ti entra in testa e richiama molto le nostre origini, legandosi bene anche al concetto del disco We Are Finley e ripartendo un po’ da dove tutto è iniziato.

Da allora sono cambiati i vostri riferimenti?
Diciamo che prima il nostro era un monoteismo spintissimo riguardo il punk rock e il punk pop soprattutto di matrice americana, adesso le divinità sono diventate molteplici, anzi, quasi non ci sono più delle divinità, ma riferimenti che troviamo interessanti nei generi più disparati. Oggi trovo soluzioni molto più interessanti nel pop e nel rap, che nel rock, che vedo particolarmente stanco negli ultimi anni. Ho letto tante interviste di esponenti molto più autorevoli di me nel genere, da Dave Grohl, ai Kasabian, e si parla sempre di un rock, che fa fatica, non tanto nei numeri, ma nel rinnovarsi e nell’arrivare a un ricambio generazionale. Sicuramente se devo selezionare una band, che magari non rappresenta tutti i gusti musicali dei Finley, ma che è un modello da seguire per i live, per tecnica, attitudine e identità, sono i Biffy Clyro, una band che ha uno standard elevatissimo, sia di composizione, che di performance, ed è quel giusto mezzo tra modernità e classico, che non sta raccogliendo risultati a caso.

E il vostro metodo di lavoro, le vostre dinamiche interne?
Anche lì è cambiato molto. Quando abbiamo iniziato tutto partiva dalla sala prove e effettivamente ogni brano passava dalle otto mani della band. Adesso l’approccio è un po’ meno romantico, ma ognuno ha le proprie vite, le proprie famiglie, facciamo allo stesso tempo un’altra professione, che è quella di speaker radiofonici, bisogna riuscire a far funzionare tanti aspetti delle nostre vite. La sala prove, quindi, rimane un punto importante, ma prima c’è un lavoro che parte dal singolo, idee che vengono poi condivise, prodotte e portate avanti dal gruppo in sala prove per ricercare o migliorare l’arrangiamento del brano. Come ti dicevo, magari è un po’ meno romantico, ma lo trovo molto interessante, una band è composta da diverse anime, diversi punti di vista e stili, quindi se l’espressione di un singolo strega anche gli altri, vuol dire che può vestire i Finley e dare anche qualcosa in più, oppure trovarlo lavorando poi tutti insieme. Mi piace molto l’idea che la band sia un mix di diverse teste e penne.

Non è mai cambiata invece la vostra fame di live. Avete suonato una miriade di date in carriera, tra cui festival internazionali come Rock AM Ring, Rock IM Park, Wireless Festival e Pier Pressure. Sono state esperienze che hanno influito sul vostro modo di immaginare la musica che volevate fare?
Sono state sicuramente molto formative e ci hanno fatto capire quanto siano avanti culturalmente paesi come la Germania, la Svezia e l’Inghilterra. L’Italia è un Paese che adora la musica, ma sotto certi aspetti non ce l’ha nel dna, cioè si fa fatica a vedere la musica come un qualcosa di serio e che possa far sì che la gente condivida dei momenti e degli spazi. Dal punto di vista tecnico e delle strumentazioni quelle manifestazioni sono impareggiabili. E poi mi hanno fatto capire come da noi si affibbino troppo spesso giudizi ed etichette troppo affrettati.

In che senso?
Ricordo benissimo quando abbiamo suonato al Rock Im Park a Norimberga: la terza canzone in scaletta era Diventerai una Star nella versione inglese Dollars and Cars e ho visto un’orda di metallari fare hedbanging in maniera incredibile. Una scena che mi porterò nel cuore e nella mente per tanto tempo, perché mi ha fatto molto specie il contrasto tra la nostra proposta, la tipologia di pubblico presente e quello che il nostro brano rappresentava in quegli anni in Italia e che pubblico era quello che di solito faceva headbanging qui da noi.

In questo senso quanto è stato importante per il vostro percorso la vostra etichetta indipendente, Gruppo Randa?
Noi siamo da sempre un gruppo pop con una certa predilezione con le chitarre, la melodia e la velocità e, benché il background sia quello, non sento molto mia l’etichetta di punk rock band. Sicuramente però il punk rock o i generi affini hanno sempre avuto difficoltà ad affermarsi in Italia e da tanti anni il trend mondiale non aiuta. Se penso al nostro boom e alla nostra parabola folgorante, devo dire che è successo anche grazie a quando successo negli Stati Uniti a partire nel 2004 con i Green Day, che sono riesplosi grazie ad American Idiot e quindi i grossi produttori, anche in Italia, hanno trovato interessante la nostra proposta e la nostra immagine, ma la golden age 2.0 è lontana ormai. Detto ciò, l’etichetta indipendente per noi è stato l’inizio di una seconda vita, perché ci ha permesso di diventare grandi. Quello che si vede e si sente è solo la punta dell’iceberg, ma sotto ci sono tanti altri spetti non facili da gestire e aprire la nostra etichetta sette anni fa ci ha permesso di imparare tante cose, magari sbagliando, che è la cosa più importante e di capire quanto sia bello crescere anno dopo anno, disco dopo disco e avere la fortuna di essere ancora qui a fare questo lavoro dopo quindici anni, non lo diamo per scontato.

Con Gruppo Randa avete fatto tre pubblicazioni e poi c’è stato un lungo iato fino all’uscita del vostro ultimo disco Armstrong. Nel mentre avete fatto tv e soprattutto tanta radio. Che fascino esercita su di voi e perché la scelta di stare fermi a livello discografico?
La radio è nata davvero per gioco, perché dopo la collaborazione con LEGO ci sarebbe stata comunque una pausa, per tirare un po’ il fiato e rivedere un po’ di cose. Con grandissimo tempismo ci è arrivata da parte di Radio Kiss Kiss l’idea di proporre un programma. Eravamo appena stati ospiti da loro, ci avevano trovati forti e ci hanno buttato la pulce nell’orecchio. Dopo un po’ di scetticismo iniziale della band, sono arrivate idee interessanti e da lì è nato qualcosa che non è più una parentesi, perché ormai siamo al sesto anno di radio in tre emittenti importanti, Kiss Kiss, Radio Montecarlo e Radio 101. È stato tutto molto interessate, perché la radio ti consente di metterti a confronto con tanti ascoltatori, di migliorare le tue capacità di comunicazione e allo stesso tempo di divertirti nel fare le cose bene, ma con leggerezza. È molto stimolante.

E la pausa?
È stata necessaria, perché tra l’uscita di LEGO e Armstrong di cose da pubblicare ce ne sarebbero state, ma abbiamo praticamente buttato un disco. La produzione non si è mai fermata, avevamo un numero di brani anche molto corposo, ma abbiamo deciso che la direzione che stavamo percorrendo non era quella giusta, era troppo folle, non era la cosa che dovevamo fare. Per fare una cosa estrema ci stavamo mettendo una maschera, non eravamo più noi stessi, quindi abbiamo messo da parte un po’ di roba, ne abbiamo buttata altra e siamo ripartiti da capo. Questo spiega questi anni di silenzio, in cui sono nate altre carriere e sono maturate le cose che ci hanno portato ad Armstrong, un album molto diverso dagli altri, in cui gli strumenti analogici tradizionali della nostra band venivano per un attimo supportati dall’elettronica.

Lo avete suonato tanto in giro e tra due giorni ripartirete in tour. Che show ci possiamo aspettare?
La scaletta sarà rappresentata da We Are Finley, più qualche altro brano per arrivare a un’ora e mezza, un’ora e quaranta di live bello tirato e coinvolgente. Come in una partita di calcio randelleremo di brutto per novanta minuti, sul modello di tanti artisti stranieri, che quasi ti lasciano con la voglia di tornare, perché ne vuoi ancora. Mi piace un sacco quest’idea.

Dopo l’estate?
Credo che a settembre ci fermeremo un po’ con i live, per prenderci un po’ di tempo per pensare a materiale nuovo, anche se un po’ di canzoni ci sono già in cantiere, e magari anche rifiatare un attimo, perché nel frattempo arrivano piccoli nuovi Finley e bisogna dargli attenzione. Mio figlio è nato due mesi fa e da quel giorno siamo usciti con un disco nuovo e abbiamo cambiato programma radio, credo che sia ora di concentrarci su un po’ di vita oltre a quella da palco e su nuovi stimoli, magari qualche viaggio, da buttare nelle canzoni.

Tour 2019:

Venerdì 24 maggio – Brescia – Parallel Festival;
Venerdì 7 giugno – Bovolone (VR) – Froggie Sound Fest;
Sabato 8 giugno – Albiolo (CO) – Festivalbeer;
Giovedì 13 giugno – Asolo (TV) – Hi-Fi Music Festival;
Giovedì 4 luglio – Cassago Brianza (LC) – Freccia Rossa Fest;
Sabato 6 luglio – Sabbioneta (MN) – Sabbio Summer Fest;
Venerdì 12 luglio – Varallo Pombia (NO) – Varallo Pop;
Sabato 27 luglio – Roma – Festa Pressappochista @ Villa Ada;
Domenica 28 luglio – Viagrano Mainarda (FE) – Vigarano S’InCANTA;
Giovedì 1 agosto – Cuneo – Open Baladin;
Sabato 3 agosto – Vagliagli (SI) – Birra & Salsicce;
Giovedì 8 agosto – Villadossola (VB) – Festa della Lucciola;
Sabato 31 agosto – Villanova di Camposampiero (PD) – NovaRock.

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