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Sziget 2019, tutto il cuore dei Foo Fighters

L’ultimo giorno di festival, l’isola di Obuda si sveglia sotto un cielo grigio e minaccioso. La voce che, per martedì 13 agosto, fosse prevista pioggia era già diffusa da tempo, vuoi per il controllo assiduo delle previsioni meteo, vuoi per l’entusiasmo e l’euforia per i nomi in programma: Frank Carter and The Rattlesnakes, Johnny Marr, Twenty One Pilots e ovviamente gli attesissimi Foo Fighters.

Programma che non subirà variazioni, annunciano gli altoparlanti, mentre avvisano che sono previste precipitazioni abbondanti e raffiche di vento. Le vie che, nei giorni precedenti, erano affollate di costumi, shorts e canotte ora brulicano di felpe e kway più o meno improvvisati, nella corsa al primo riparo. Tuttavia, non c’è riparo che tenga per gli irriducibili che, già dalle prime ore del mattino, si posizionano ai piedi del main stage.

Immaginando l’affluenza, decido di prendere anche il mio posto, considerando che, per difenderlo, non sarà più possibile spostarsi. Così è stato, grazie anche alla clemenza delle nuvole che sembrano addirittura diradarsi durante le esibizioni del sempre più scatenato Frank Carter, della leggenda degli Smiths Johnny Marr e dei pirotecnici Twenty One Pilots, acclamati da un’ampia fetta di giovanissimo pubblico. I successi che li hanno resi celebri si susseguono uno dopo l’altro, insieme a effetti strabilianti, fiamme, coriandoli, cambio di costumi e maschere: Josh Dun infuoca la batteria, trasportata e sollevata per due volte direttamente sul parterre e Taylor Joseph, in una pazzia delle sue, si arrampica fino in cima alla torre dello Sziget.

Ok, da ora può partire il conto alla rovescia per i Foo Fighters. Terminati il cambio palco e il “cambio fan” (con la “ritirata” degli affezionati ai precedenti gruppi, sono riuscita ad arrivare in transenna!), l’orologio segna le 20.30. Le luci si accendono, dal backstage arriva il suono potente di pennate sulle chitarre…e dal backstage corre fuori lui, Dave Grohl, abbracciando la Gibson blu e salutando l’infinita distesa di fronte a lui.
Taylor Hawkins, Pat Smear, Chris Shiflett, Nate Mendel e Rami Jaffee prendono posizione. “Sziget, are you ready? Sziget, are you fuc**** ready?” è il grido di battaglia che precede l’esplosione di chitarre, volumi e voce della triade atomica All My Life, Learn to Fly, The Pretender. Viene posta, poi, una seconda domanda: “Allora, amate o non amate il rock ‘n’ roll? Io tantissimo. La risposta esatta allora è: “Amiamo fottutamente il rock ‘n’ roll”.

Il responso è solo quello davanti a lui: una delle ultime e più grandi icone di quello che non è soltanto musica ma è uno stile di vita. Dave Grohl corre da un estremo all’altro del palco, spreme le corde vocali, si lancia in stacchi strumentali, balla, scuote le spalle a tempo. È inarrestabile, come inarrestabile è il batterista Taylor Hawkins che prende la scena con un incredibile assolo e cantando Sunday Rain, in cima alla pedana rialzata.
L’attenzione si sposta sulla passerella e sul microfono, nel mezzo. “Questa band esiste da venticinque anni, quindi abbiamo fan di vecchia e nuova data. La prossima canzone è stata scritta tempo fa ed è per chi ci segue da sempre“.
Sulle note di My Hero, una ragazza tra il pubblico decide di soffiare in aria delle bolle di sapone (mai scelta fu più azzeccata…). “Wow, chi ha le bolle di sapone, mi piacciono, continua, continua. Ehi, sei tu Bubble Girl!“. Un dialogo continuo con le persone, un’emozione che cresce pezzo dopo pezzo, un de-ja vu che punta dritto al cuore quando Hawkins impugna il microfono in una riuscitissima versione di Under Pressure dei Queen e da dietro i piatti si diffonde il tocco inconfondibile dell’ex batterista dei Nirvana.

All’accoppiata nostalgica di Monkey Wrench e Hey, Johnny Park! (eseguita per la prima volta in tutto il 2019), segue l’introduzione per il brano successivo: Era prevista pioggia per stasera. A me non sarebbe comunque importato – ride – ma il cielo, laggiù, è illuminato da fulmini. Voltatevi, guardate che spettacolo di Madre Natura. Voglio dedicarle questa canzone, la prima canzone d’amore che ho scritto…non che abbia molto senso infatti… Grazie Madre Natura, questa è per te. Big Me è eseguita a luci spente: il pubblico con le spalle rivolte al palco e lo sguardo al cielo.
Sapete…adoro il mio lavoro” – riprende la parola Grohl – “È un buon lavoro no? E, soprattutto, mi permette di condividere con voi un momento come questo. Per me è davvero bello e importante. Perciò, non ho la minima idea di smettere di suonare ora. Forza, cantate questa con me”. Best of You si trasforma in un coro senza confini, Dirty Water diventa l’occasione per presentare la figlia, una delle tre coriste, This is a call è un tuffo nel passato, al primo disco.

È successo di tutto. È successo anche che Everlong, capolavoro di chiusura, venga suonata assieme a due ospiti di eccezione, chiamati sul palco: la “Bubble Girl” che ha continuato a fare bolle ma stavolta vicino a Taylor Hawkins e un ragazzo sulla sedia a rotelle, comparso e alzato più volte durante il live, denominato dallo stesso Grohl “l’eroe della serata”. Ed è a lui che viene concesso il vezzo da rockstar di rompere la chitarra (e che chitarra!) a fine set, ricevendo l’abbraccio del frontman.
Perché, in fondo, è questo il potere dei Foo Fighters e della loro musica: farci sentire delle rockstar nella vita di tutti i giorni. Poter dire di avercela fatta, di aver realizzato qualcosa di speciale. Speciale come questa esperienza, lo Sziget 2019, appena conclusa. Speciale come la pioggia che, come in un film, è iniziata a scendere a dirotto a pochi secondi dal saluto di Mr. Dave Grohl.

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