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Destinazione Paradiso di Gianluca Grignani compie 25 anni

Destinazione Paradiso è l’esordio di Gianluca Grignani, l’album che lo ha fatto conoscere al pubblico, che in qualche modo ha inaugurato una lotta costante tra la personalità dell’artista e l’establishment, che nonostante tutto lo ha lanciato alla velocità della luce nel cuore di una generazione intera. Considerato alla leggera un monumento al rock malinconico, descritto placidamente come una “versione di Battisti grunge”, il valore di questo album che compie ben 25 anni sta, come spesso succede, su più livelli di lettura.

25 ANNI FA…
Grignani arrivò, in quel 1995, sesto nella categoria delle nuove proposte. Sanremo è la vetrina di presentazione di una bomba ad orologeria per la generazione di teenager, troppo lontana da quella Seattle che stava dettando legge nel resto del mondo. Noi avevamo il Cioè, e le ragazzine avranno per anni Gianluca su quelle copertine. Con i suoi capelli lunghi castani,maglioni oversize, il viso da bravo ragazzo che nasconde però un tumulto interiore e una voglia perenne di libertà, quella necessaria a scrollarsi di dosso gli schemi. Uno che ha la poeticità di Mogol/Battisti ma lo spirito indomito del miglior Vasco Rossi. In pratica una gallina dalle uova d’oro.
Ma qualcosa non permetterà un lieto fine a questa storia di sfruttamento dell’immagine di un burattino nelle mani del potere del music biz, e questo si è visto quasi subito.

Nello stesso anno di Sanremo, la famigerata (e mai abbastanza rimpianta) rassegna estiva Festivalbar lo butta in pasto al pubblico, principalmente femminile. Lui si butta tra le braccia dei fan inerme, mani in tasca, senza nemmeno provare a dissimulare il playback imposto a tutti gli artisti dal programma. E’ un modo per denunciare e buttare in faccia a tutti la mercificazione di un artista, in un’esibizione che ha fatto la storia. Grignani non è mai diventato quello che molti auspicavano, e il seme di molte delle vicende future sta proprio in questa esibizione vecchia di 25 anni, che ai tempi è stata presa più come una boutade che altro, il capitolo ‘Jim Morrison’ della caratterizzazione del personaggio Grignani, ma che con il senno di poi si è rivelata il segno premonitore di una personalità burrascosa, sincera e che non scenderà a compromessi per nessuno se non per se stesso.
Questo non gli ha impedito, in quell’estate del 1995, di essere il personaggio numero uno in Italia nel pop: le sue canzoni erano cantate da tutti i ragazzini, che grazie a lui hanno dato bellezza e parole ad una malinconia giusta e dottrinale. Un album che dice molto di più oltre alla sua bellezza di facciata. Senza catene, fugge agli sguardi, e sa che conviene.

IL DISCO
Ha venduto qualcosa come 700.000 copie solo nel nostro Paese, ma ha sfondato anche in America Latina, portando le vendite a numeri vertiginosi. Il merito è, oltre ovviamente al viso di Gianluca, al suo fare da rockstar, le notizie che si accavallavano tra distruzioni di camere di hotel, risse e uscite discutibili in tv e giornali. Hanno contribuito i singoli, praticamente perfetti, che estrapolati dal contesto dell’album hanno scalato le classifiche di ascolto e vendite.
Un album rock non è usuale che inizi con un pezzo come La mia storia tra le dita, una canzone che nel prendere il cuore di un ragazzino deluso da una storia d’amore rasenta il sadismo più estremo. Una specie di impulso all’autodistruzione tutta umana, irresistibile. Un monumento alla malinconia che non fa altro che aggiungere mattoni sul mito di poeta maledetto che Grignani ha intorno.
Dose rincarata da Falco a metà, altro singolo spacca classifiche che mantiene l’album in questa dimensione pop acustica, riflessiva e cantautoriale, storie raccontate con figure e parole perfette. Qui il Grignani musicista e uomo offre una metamorfosi perfetta dell’estraniamento di una personalità scostante e obliqua, che rifugge le masse e le loro ideologie ritrite, ‘le accuse, boschi e città’, tramite la visione alterata e alta di un falco che sovrasta la ‘gente passare’. Un punto di vista che può essere accusato di alterità altezzosa, ma d’altronde questa è l’immagine che il mondo doveva avere. Musicalmente è eccellente, potendo vantare della produzione di Massimo Luca e con una line up di musicisti di prim’ordine. Sono Vince Tempera alla tastiera e Pier Carlo Penta all’Hammond e programmazioni, mentre alla chitarra troviamo Massimo Luca, con Gigi Cappellotto al basso e Lele Melotti alla batteria.

E’ Destinazione Paradiso l’altra canzone che fa impazzire tutta la generazione di adolescenti di metà anni ’90, pur con un testo che ha un’immediata musicalità ma un sottostrato tematico per nulla semplice. Si parla di suicidio, di una fermata di treno chiamata Paradiso che è una meta da raggiungere attivamente e consapevolmente, e non solo tramite il naturale evento della vita. Roba delicata, soprattutto se proposta ad un orda di irrequieti e insicuri ragazzini. Generazione presa di mira dalle potenti parole di Una Donna Così, per un ritmo continuamente compassato, lontano dagli eccessi musicali di ‘Ti raserò l’aiuola’.
Compare una chitarra elettrica, finalmente, in Cammina bambina, che strizza l’occhio a Vasco, dichiarato puntello artistico, visto anche che ai tempi ricordo che Gianluca era uno della miriade di eredi designati a diventare eredi del Blasco nazionale. La melodia di Primo viaggio su Marte è di una bellezza pari solo al suo meraviglioso testo, attestandola ad uno dei momenti migliori dell’album. Il gergo un po’ bambinesco di Ci vuoi stare con me è un chiaro indicatore su a chi fosse rivolto l’album, mentre si cerca di stare un po’ più al passo con i tempi con Tanto tempo fa, che profuma di anni ’90 in tutte le sue note.
L’arpeggio acustico di Come fai, impreziosito dagli archi in sottofondo, annunciando una canzone dolce e intensa, altro tormentone tragico sentimentale per riempire di lacrime gli occhi delle tante fan. Riecco far capolino la chitarra elettrica, e forse è anche grazie a lei che il ritmo si alza in Ae-Au, ‘fuori è per me terra straniera’ che racconta l’avventura di una serata solitaria in casa glorificando ancora una volta la sua cara e coccolata alienazione. Il gioco di Sandy chiude un album che ha nell’unplugged la sua dimensione, ma che non disdegna qualche buon momento elettrico. Come in quest’ultima ballata che ancora una volta ammicca al rocker italiano numero uno Vasco, e che Grignani era destinato a sostituire nei cuori dei fan…

…E OGGI
Abbiamo visto come già all’apice della sua carriera, apice che drammaticamente come spesso accade rimane relegato all’inizio del percorso artistico, Grignani mal sopportasse le costrizioni che il ruolo di sex symbol e di gallina dalle uova d’oro per il commercio musicale gli imponevano.
Questa tensione poi esplode con la delusione cocente del flop del suo secondo (bellissimo) album, La fabbrica di plastica. Un album sorprendente, personalmente il mio preferito, dove si tentava di dare libero sfogo all’ispirazione, un album ruvido e acido, dove la melodia c’è ma richiede uno sforzo relativo per essere individuata e assaporata.
Molti dei suoi eccessi sono imputati a questa disillusione. Ma ora è tempo di ritrovare questa perla incastonata a metà del secolo scorso, gli anni della morte del grunge, gli anni degli ultimi eroi e incarnazione dei sogni di milioni di ragazzini. Destinazione Paradiso viene da un’altro tempo ma le sue parole rimangono universali per chi le vuole ricordare: con quella malinconia un po’ sbiadita attraverso la quale ripensiamo a episodi della nostra vita tanto lontani quanto indelebili, come quel dolce amaro che sentiamo in gola ripensando a tutto quello che è stato, che poteva essere, e che poi non è stato. Portandoci inevitabilmente a ripercorrere le nostre strade facendo bilanci, riflessioni, cercando di scoprire che cavolo di fine hanno fatto quei sogni che ci portavano in alto come un falco, in alto senza farci catturare.

Daniele Corradi

Foto di Elena Di Vincenzo

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