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Gulliver: «In Terranova ho cercato la mia fragilità»

Gulliver, si chiama così, proprio come il celebre personaggio del romanzo di Jonathan Swift, il nuovo progetto di Giò Sada con Marco Fischetti, alla produzione, e Terranova è la sua prima creatura. O forse sarebbe meglio dire il primo mondo che, dopo avere esplorato, il nostro Gulliver ci racconta in musica, perché qui si tratta di ricerca, costante, personale e musicale. Cantautore, musicista, attore e vincitore di X Factor nel 2015, Giò Sada, uscito dopo il talent con l’Ep Giosada e l’album di inediti Volando al contrario, torna così con un progetto all’insegna della libertà espressiva, svincolato da qualsiasi legame con il personaggio, l’immagine, l’esteriorità, a favore di un’autentica esperienza di condivisione.

Anticipate dai singoli 100 vite, L’essere meccanico, Se non sono necessario e Figli, le otto canzoni di Terranova tratteggiano un mondo completamente nuovo, il primo attraversato da Gulliver in questa sua nuova avventura, fatto di suoni liquidi, musica da alto tasso emotivo e contaminazioni senza limiti di genere. Un mondo in cui trovare se stessi, lontani dalla frenesia, dal culto dell’apparenza e della forza, che la società contemporanea ci impone. Un inno alla fragilità, come ci ha raccontato Giò Sada, che da Terranova riparte, cambiato e più consapevole che mai.

Hai affermato: «Questo disco è me, ma è anche completamente diverso da me». Raccontaci Giò…
È nato tutto dal fatto che sono andato a smuovere una parte di me in modo abbastanza forte e la parte che è venuta dopo non la conoscevo, l’ho conosciuta mentre scrivevo. Ero spaesato e senza appigli, una circostanza in cui devi per forza avere profondamente a che fare con te, quindi trovare veramente la motivazione per cui fai musica. Io non me lo ero mai chiesto, l’ho sempre fatta istintivamente. Qui, però, siamo entrati in una dimensione nuova e non è stato complicato, ma è stato un lavoro costante, sia a livello personale, che musicale.

Cosa ha dato inizio a questa ricerca?
Un grande stimolo, che è sicuramente stato quello di X Factor e dei due anni successivi, che mi hanno messo in una dimensione, che non avevo mai provato. Avevo intuito come andavano le cose, ma quando poi ci siamo arrivati dentro e volevamo portare dalla nostra parte quel mondo, che è qualcosa che ti può dare una grande opportunità, ma ti può anche snaturare, ecco, tutto quel percorso mi ha portato a concepire Gulliver, con tutti suoi contenuti, che poi sono semplicemente quello che abbiamo passato.

In che cosa sentivi il bisogno di differenziarlo da Giò Sada?
Ogni progetto per avere un proprio sviluppo ha bisogno di un nome identificativo, che ne possa spiegare le aspirazioni, più di quanto possa fare il mio nome e cognome. Io rimango sempre Giò Sada nel progetto, in cui c’è anche Marco Fischetti, che suona con me e ha prodotto tutto il disco. Ho sempre apprezzato chi di punto in bianco chiudeva un progetto e ne iniziava un altro con un nuovo nome, ma ovviamente non da zero, perché hai tutta una serie di conoscenze in più per affrontare il percorso. Magari tra cinque anni avremo in mente un altro progetto, lo cominceremo e ci metteremo la stessa voglia che abbiamo messo in questo, che è continuerà a essere una costante ricerca.

Per quello che dici e anche ascoltando un pezzo come Vado con l’aria, è chiaro che con certi meccanismi dell’enterteiment musicale hai voluto chiudere.
Sì, ho preso coscienza e sono più consapevole dell’ispirazione e dell’obiettivo che abbiamo adesso. La nostra voglia è sempre la sessa, quella di suonare sempre di più e possibilmente davanti a sempre più gente, quando supereremo questo brutto periodo. Certo che dopo aver preso coscienza di certe cose, siamo più concentrati sulla strada che vogliamo fare, sul creare connessioni con chi vogliamo creare connessioni e, soprattutto, sugli argomenti di cui vogliamo parlare. Non ho nessuna rabbia, nessun rimpianto o frustrazione, sono tutte cose che ho affrontato dentro di me, perché nessuna persona che abbiamo incontrato era malvagia, semplicemente era impostata in un’altra maniera e andava in un’altra direzione. Noi abbiamo preso coscienza di com’è il mondo, nel quale ci siamo addentrati e adesso costruiamo la nostra cosa.

Come nel personaggio di Swift c’è un elemento di critica sociale tuo Gulliver.
Più che una polemica a livello politico, nel disco ho cercato di dire delle cose che a me sembrano normali, come il trovare un modo per andare d’accordo, invece di alimentare un certo tipo di animo competitivo, l’estrema voglia di superare gli altri, di primeggiare. Tutta questa serie di sentimenti, ho cercato di scavalcarli io per primo, per augurare agli altri di poter fare lo stesso. Non significa stravolgere la propria vita, ma accorgersi di come, in alcuni momenti, certi limiti che ci auto imponiamo, potrebbero essere semplicemente superati. Potremo essere foglie, come in Amaranto, lasciarci trasportare dalle cose, senza la pesantezza, che ti fa cadere a terra rovinosamente, facendoti male. Ho cercato la mia fragilità in questo disco, più che un’affermazione di forza. In questo scenario gira tutto attorno alla delicatezza o comunque a domande diverse.

È evidente, infatti, che ti sei fatto parecchie domande mentre scrivevi queste otto canzoni. Attraverso quali viaggi sei arrivato a Terranova, che esce a tre anni da Volando al contrario?
Ho vissuto tante esperienze, alcune delle quali fondamentali. Da quattro anni, per esempio, convivo con la mia ragazza e non è una cosa che avevo mai vissuto prima. Il trovarmi a voler portare avanti un rapporto, invece che volermene liberare, mi ha portato a ragionare sul fatto che spesso cerchiamo la libertà nel distacco dall’altro o da quello che crediamo ci circondi, chiudendoci gli orizzonti. Io ho scoperto la cosa opposta, la ricerca di tutto quello che poteva tenermi vicino le persone che per me hanno un’importanza molto rilevante, mi ha portato alla scoperta di tutta una serie di mondi. Un pezzo come Ma che razza di finale lo racconta: “Se poi ci lasciamo andare, non è un finale per cui ritenersi liberi”. Per Figli, invece, c’è stato tutto un altro viaggio, attraverso le esperienze di premorte, tra cui quella di mio padre, che ha visto delle cose dal momento, in cui il suo cuore ha smesso di battere e poi è stato riportato in vita con l’adrenalina. Tutta questa serie di esperienze o racconti sono molteplici nella mia vita e sono profondamente parte di me, dovevo assolutamente approfondirli con quello che faccio, cioè la musica.

Parlando di suoni, questo è un lavoro molto libero. Tu in carriera hai attraversato diverse fasi, sei partito dal punk rock, per arrivare a un raffinato cantautorato pop. Che mondi sonori ti interessava esplorare in Terranova?
Di sicuro il mondo delle colonne sonore, soprattutto quello legato a Vangelis, che è uno dei miei capisaldi nel mondo della musica o, comunque, quell’approccio molto liquido al mondo dei suoni. Mi interessava questa forma acquosa del tutto, quindi molto aperta. Marco, invece, voleva approfondire l’utilizzo dei synth modulari e delle drum machines, infatti ha fatto tutto attraverso quelle macchine. Poi io ho sempre amato il cantautorato e il fatto di essere riuscito a fare tutte le canzoni del disco nel modo in cui volevo farle, cioè attraverso dei toni emotivi e delle esperienze, che vanno a smuovere un po’ il corpo per fare uscire le parole.

In che modo?
È una cosa che ho imparato a teatro ed è chiamato dono emotivo. In sostanza per andare a interpretare qualcosa in scena, per renderlo verità, devi essere tu verità, devi addentrarti in qualcosa, andare a stimolarti con qualcosa di nuovo, oppure aprire una porta pregressa per ritrovare il sentimento che hai provato, quando hai vissuto quella gioia estrema o, il più delle volte, quel forte dolore, per essere verità in scena. Per un periodo sono stato stimolato e spesso anche in maniera negativa, nel senso che sentivo che c’era qualcosa che mi stava portando fuoristrada e quella cosa mi metteva in conflitto anche con le persone più vicine. Dopo l’ennesima litigata, di cui non capivo l’origine, ho cercato di usare quell’emozione ed è nata Vado con l’aria, il primo pezzo del disco. Non l’ho cercato, l’ho semplicemente lasciato uscire, questa è la differenza tra come ho fatto il vecchio disco e come ho fatto questo. Le canzoni di Terranova sono uscite automaticamente dopo essermi esposto a degli stimoli, le ho bloccate e poi ci abbiamo lavorato tanto, un anno e mezzo circa, per trovare il vestito giusto. È stato un lavoro interessante che ho fatto anche con Pasquale Pezzillo, il leader dei JoyCut, una band di Bologna, che ha arrangiato Terranova, la canzone. Volevo approfondire delle cose, ci siamo trovati ed è stato bello, perché lui ci ha introdotti in quel mondo sonoro più liquido, di cui ti parlavo prima.

Giò, ma nelle copertine dei tuoi dischi voli sempre?!
È vero! Credo che dentro di me non sia mai cambiata la base del mio pensiero, cioè il credere, consciamente o inconsciamente, che non siamo liberi. Quella voglia di staccarmi, di volare l’ho sempre avuta, questo sentimento di non lasciarsi inscatolare, ingabbiare troppo dal compromesso. Forse la copertina volante è una cosa che ci viene naturale. In questo caso la figura è in ombra, perché volevamo che chiunque ci si potesse riconoscere ed è rappresentativa della voglia di abbandonare delle macerie, di qualsiasi tipo, qualcosa che ti lasci alle spalle che lasci per andare da un’altra parte, verso questa ipotetica Terranova, un luogo dove sei più consapevole.

Non ho notizia di date live, difficile di questi tempi, ma stai già immaginando come ti piacerebbe tradurre Terranova dal vivo?
Noi non vediamo l’ora di suonarlo in giro, ma purtroppo dobbiamo aspettare, c’erano cose programmate, ma non le abbiamo annunciate, perché la situazione non lo consente. Ad aprile dovrebbero esserci un paio di cose in Puglia, poi per il tour vero e proprio ti posso solo anticipare che alcune date le faremo in tre e altre, situazioni un po’ più intime, in due. Abbiamo preparato entrambi i set, siamo pronti e aspettiamo solo che ci venga dato il via libera.

Credito foto: Ufficio stampa

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