Onstage
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Giorgio Moroder, una danza sulla musica del tempo

INTRODUZIONE AL SUONO
Venerdì sera, mentre il centro di Milano si popolava di pianoforti in vista della manifestazione Piano City 2019, dall’altra parte della città, sotto il tendone di un teatro di periferia andava in scena quello che qualcuno ha già definito come lo spettacolo più bello e più brutto che si possa andare a vedere quest’anno: Giorgio Moroder – The Celebration of The 80’s, ovvero la celebrazione di uno dei decenni musicali più controversi di sempre.

Tanto amati, quanto bistrattati, i “mitici” anni 80 da cui non si esce vivi (e di cui non si sa cosa resterà) furono in realtà un’epoca di grandi successi per il protagonista della serata – Giovanni Giorgio Moroder – che oltre a piazzare diverse hit in classifica, ricevette anche numerosi premi e riconoscimenti internazionali, tra cui due Grammy, tre Golden Globe e soprattutto due Oscar per la miglior canzone originale: il primo nel 1984 con Flashdance…What A Feeling di Irene Cara  (dalla colonna sonora di Flashdance di Adrian Lyne) e il secondo nel 1987 con Take My Breath Away dei Berlin (dalla colonna sonora di Top Gun di Tony Scott).

Ovviamente c’era già allora, c’è ancora e ci sarà sempre qualcuno che ha dei dubbi sulla qualità del materiale prodotto e premiato, ma su una cosa sono ormai quasi tutti d’accordo: Giorgio Moroder ha composto almeno una canzone che ha segnato la storia della musica degli anni 80 e questa canzone è I Feel Love di Donna Summer. Per usare le parole di Simon Reynolds – aka il più grande critico musicale vivente o giù di lì –  “se c’è una canzone che può essere considerata come l’inizio degli anni 80 questa è I Feel Love”.  Una canzone che, in realtà, uscì nel 1977 e per la quale anche un altro gigante come Brian Eno ebbe subito parole di elogio. Si narra, infatti, che appena la canzone giunse alle sue orecchie, l’inventore della musica ambient e del glam-rock corse entusiasta nello studio di registrazione di Berlino dove ad attenderlo c’era David Bowie e gli disse: “eccolo! l’ho trovato! questo pezzo influenzerà la musica disco per i prossimi 15 anni!”.

Ma perché tutto questo entusiasmo? Per di più per un singolo di musica disco? In fondo parliamo di un genere che non è mai stato preso troppo sul serio, anzi nel tempo ne ha subite di tutti i colori. Tante volte, per esempio, nel corso della storia della musica si è dato per morto un genere musicale, il Rock è morto, il Punk è morto, il Grunge è morto, tutti sono morti, ma soltanto nel caso della musica disco ci fu un vero e proprio funerale con una data precisa: era il 12 luglio 1979 – passato alla storia come “il giorno in cui morì la disco” – quando migliaia di persone si riunirono allo stadio dei White Sox di Chicago per partecipare alla “Disco Demolition Night”, una manifestazione antesignana del populismo moderno più becero, durante la quale i vinili di musica disco vennero letteralmente bruciati come in una distopia alla Fahrenheit 451 con i dischi al posto dei libri.

Ma tornando a I Feel Love, cos’aveva di così tanto speciale questa canzone che diceva di “sentire l’amore”  da riuscire a sopravvivere al suo stesso funerale e a influenzare la musica del futuro? In tre parole: un nuovo suono. In due: un sintetizzatore.

Si tratta infatti della prima canzone disco interamente composta attraverso l’utilizzo del sintetizzatore modulare (meglio noto come synth o moog dal nome del suo inventore Robert Moog), uno strumento particolarmente complesso da usare che, però, se affidato a mani sapienti, è in grado di (ri)produrre una vasta gamma di suoni con una precisione assoluta. Giorgio rimase affascinato da questo nuovo strumento e in particolare dall’utilizzo che ne fece Walter Carlos (poi divenuto Wendy) nella sua reinterpretazione dei brani di Bach (sull’album Switched On Bach del 1968) e nelle sue successive collaborazioni con Stanley Kubrick per la colonna sonora di Arancia Meccanica prima e di Shining poi.

Il ragionamento fu semplice: se funzionava nella musica classica chissà quali porte poteva spalancare nella musica pop. E così fu. Al di là del successo planetario riscosso da I Feel Love al momento della sua uscita, l’impatto che quella canzone ha avuto sullo sviluppo della musica futura rimane tutt’oggi incalcolabile perché ha travalicato i confini di genere ed è praticamente impossibile riuscire a conteggiare tutti gli artisti che ne sono stati in qualche modo influenzati; basti pensare che lo sviluppo di quel suono ha portato alla nascita del filone Synth-Pop – che ha contrassegnato gli anni 80 con band epocali come Depeche Mode, Simple Minds e Duran Duran – ma ha creato anche a nuovi (sotto)generi come l’Hi-NRG, l’house, l’italo, la techno e la trance, fino ad arrivare all’Edm dei giorni nostri che ha fatto esplodere fenomeni di massa come Skrillex, Calvin Harris, David Guetta e l’ormai compianto Avicii.

Ad essere onesti il successo di I Feel Love non fu soltanto merito di Moroder, ma si trattò di un parto non naturale venuto fuori da una santissima trinità composta in primo luogo dal suono metallico del sintetizzatore creato da Giorgio, in secondo luogo dalle liriche semplici ed efficaci del suo fido collaboratore Pete Bellotte e infine dalla voce sensuale ultra(e)terrena di Donna Summer.

Ma ora bando alle ciance, lo spettacolo sta per cominciare.

IL CONCERTO
Giorgio Moroder appare sul palco alle ore 21:25 anticipato da una band di 13 elementi, basso e moog, chitarra, batteria, altre percussioni, tastiere, quartetto d’archi e ben quatto voci – una maschile e tre femminili – che saranno l’anima in front office dello show, ballando, correndo e saltando da una parte all’altra del palco nei loro vestiti dai mille colori svolazzanti. Giorgio, invece, vestito interamente di nero – con giacca di pelle ringiovanente e occhiali da sole da mettere all’occorrenza – rimarrà per quasi tutto il tempo dietro di loro e dietro la consolle, uscendo solo occasionalmente per regalarci qualche aneddoto, di cui puntualmente non ricorda bene tutti i dettagli, ma con cui riesce comunque a strapparci in qualche modo un sorriso. Per quanto si sforzi di sembrare a suo agio sul palco, si vede benissimo che è abituato a stare dietro le quinte e del resto se a 79 anni questo è il suo primo tour ufficiale un motivo ci sarà. Ironia della sorte, colui che è diventato “il Padrino della disco”  ha sempre ammesso di non saper ballare e i suoi timidi movimenti impacciati stasera sono lì a dimostrarcelo. Ma lui è lì sopra per far ballare gli altri. E in breve tempo ci dimostra anche quello.

Il concerto parte con l’espresso di mezzanotte, che non è un treno reale, ma un desiderio di fuga immaginaria contenuto nella canzone d’apertura (Theme from) Midnight Express, direttamente dalla colonna sonora dell’omonimo film di Alan Parker (in italiano “Fuga di mezzanotte”) con la quale Moroder vinse il suo primo oscar nel 79, nonché l’appellativo di Morricone dell’elettronica. Si tratta di un avvio lento, talmente lento che sembra quasi un regionale di Trenitalia partito in ritardo, ma in realtà è una lentezza che serve per permettere ai passeggeri di mettersi comodi e di godersi il viaggio musico-temporale in programma. Nel film la canzone – di cui esiste sia una versione strumentale che una affidata al canto di Chris Bennett – accompagna i momenti più drammatici di un ragazzo che viene rinchiuso in una prigione turca e sogna la libertà (un po’come tutti gli ex-ragazzi che stasera sono qua):

A dream that keeps my soul alive
Believing in an open sky

Più avanti nel corso della serata quel sogno si realizzerà con l’esecuzione di Chase – il pezzo più famoso della colonna sonora- che nel film accompagna la scena di fuga dalla polizia e nella realtà quella di fuga della mente degli spettatori che per otto minuti e trenta secondi si estraniano dai loro corpi e li guardano ballare dall’alto come se fossero in trance.

Del resto è impossibile restare fermi quando a mettere la musica è un signore che da più di 40 anni fa ballare milioni di persone con la sua musica. Anzi, a dire il vero lui a un certo punto si era anche ritirato dalle scene e passava le sue giornate a fare le parole crociate e a giocare a golf. Ma poi nel 2013 sono arrivati i Daft Punk a dargli nuova linfa vitale e a fargli vivere una seconda giovinezza grazie ad una collaborazione storica che ha portato alla registrazione della canzone Giorgio By Moroder, frutto di un’intervista di due ore che è diventata una sorta di autobiografia dance di nove minuti in cui il baffone di Ortisei racconta la sua vita. Un pezzo che manda in visibilio il pubblico presente in sala non appena viene pronunciata la famosa frase che dà l’avvio al delirio: “My name is Giovanni Giorgio, but everybody calls me Giorgio”.

Tutto lo spettacolo ruoterà intorno all’alternanza tra questo tipo di musica, creata appositamente per ballare, e quella delle colonne sonore hollywoodiane dove, invece, la musica va oltre sé stessa e diventa immagine scolpita nella memoria collettiva.

Per quanto riguarda la prima tipologia:

  • si parte dagli albori di una Looky Looky beachboysiana appartenente a un passato remoto ancora parecchio distante dal “suono del futuro”;
  • si passa poi per un ponte immaginario che va “da qui all’eternità” (From Here To Eternity cantata dallo stesso Moroder) e ci si ferma un attimo, giusto un lampo di tempo infinito che serve per ricordare Donna Summer e le sue canzoni migliori.
  • e infine si approda alla realtà del qui e ora con Right Here, Right Now , la collaborazione con Kylie Minogue estratta dall’ultimo album del 2015 Deja Vu:

Ma è quando entra in scena la musica dei film anni 80 che la selezione musicale proposta dal Commendatore della Repubblica (nomina ricevuta da Carlo Azeglio Ciampi nel 2005) diventa un vero e proprio colpo al cuore dei ricordi.

Il primo sussulto arriva quasi subito con Neverending Story ovvero La Storia Infinita, il film più bello dell’infanzia e quindi della vita: la canzone (così come la storia) la conosciamo tutti a memoria e la sentiamo arrivare da lontano, da un posto che (forse) non esiste e nonostante questo nel giro di pochi secondi siamo già là, a esprimere desideri nella Torre d’Avorio dell’imperatrice, a sfrecciare con Atreyu al galoppo di Artax o sopra le nuvole in sella al fortunadrago, con il pugno alzato come Bastian e i rocker che non siamo. Perché in questo momento siamo “soltanto” dei bambini/eroi dentro una storia che è dentro una storia che è dentro un’altra storia e allora forse Fantàsia esiste eccome e Il “Nulla” che ci circonda non ci fa più paura perché se “è più facile dominare chi non crede in niente” noi vogliamo ancora credere in qualcosa.

Quel qualcosa che può essere tutto, può essere un sogno, può essere la musica, può essere la danza e può essere anche tutte queste cose insieme come nel caso di Flashdance…What A Feeling ( What a feeling / I am music now / Bein’s believin’ / I am rhythm now / Pictures come alive / You can dance right through your life) l’altro pezzo che manda in paradiso il pubblico perché mentre si scatena ha negli occhi la scena del saggio finale da cui è tratta, che è pura iconografia anni 80 al pari del colpo della gru di Karate Kid, del salto di Dirty Dancing o di E.T. che fa volare la bicicletta all’altezza della luna.

Tutti casi in cui ci si solleva in qualche modo da terra proprio come quando si balla o come succede letteralmente in Top Gun, il film ha fatto esplodere Tom Cruise e che viene omaggiato con due canzoni che hanno fatto epoca:

1) Una è una ballata sensuale che ti toglie prima il fiato –Take My Breath Away – e poi i vestiti, usata sia nelle fasi di “corteggiamento” che nella scena di sesso tra Tom e Kelly McGillis. La cantante di turno invita il pubblico ad andarle dietro con la voce, ma quasi nessuno della mia fila se la sente di entrare con la propria e di rovinare l’intimità del pezzo. Due ragazze si appartano, si abbracciano e piangono. È una canzone che si vive con il corpo.

2) l’altra, invece, è rappresentata dal rock fm tamarro tirato in lungo e in largo per il cielo e per il palco da Danger Zone di Kenny Loggins, che aveva già fatto il botto qualche anno prima con Footloose (altro film anni 80 dove si vola ballando). Giorgio qui sfodera finalmente gli occhiali da sole che tutti conosciamo e completa la sua trasformazione in re della notte alla faccia di Game of Thrones.

È chiaro che questi pezzi riescono sia a commuovere che a esaltare gli animi perché sono legati a un immaginario cinematografico che, indipendentemente dalla qualità, ha segnato in maniera indelebile quegli anni.

La stessa magia accade anche per il pezzo di chiusura del set, estrapolato dalla scena iniziale di American Gigolò che si apre con l’immagine di un Richard Gere in stato di grazia, nell’eleganza assoluta del suo completo di Armani, mentre sfreccia con la sua auto su una strada semideserta, accompagnato dalle note irresistibili di Call Me dei Blondie. Per l’occasione Giorgio scende dalla consolle e si mette a dirigere il coro del pubblico che risponde a dovere ad ogni suo gesto della mano. L’aneddoto che NON ci racconta perché non c’è più tempo è che in origine la canzone era stata affidata a Stevie Nicks dei Fleetwood Mac sia per la scrittura del testo che per la sua esecuzione, ma poi non se ne fece più nulla e allora passò a Debbie Harry che la fece sua e la trasformò nella bomba che conosciamo. La stessa che esplode a fine concerto e lascia tutti quanti a cantare e a urlare con gli occhi luccicanti al “cielo” – che non si vede perché è coperto da un tendone, ma c’è e si sente eccome – .

Menzione d’onore anche per altre due canzoni magnifiche che non hanno riscosso il successo meritato soltanto perché abbinate a film meno conosciuti:

1)Together In Electric Dreams (scritta in collaborazione con il cantante degli Human League Philip Oakey per la colonna sonora del primo triangolo amoroso uomo-donna-computer della storia – Electric Dreams di Steve Barron – ) crea un corto circuito di sogni elettici che manda letteralmente in tilt il pubblico.

2)Cat People ( tratta dall’omonimo film di Paul Schrader – aka Il Bacio della pantera – e poi ripresa anche da Taratino in Bastardi senza gloria nella scena pre incendio ) viene lasciata alla voce originale di David Bowie e ha l’effetto del suo ritornello (Putting out fire with gasoline) cioè tenta di spegnere il fuoco gettandoci su altra benzina.

Infine non potevamo lasciar fuori dal discorso il tributo a Donna Summer, la regina della disco,  che nel corso della serata verrà omaggiata con ben sette brani. Ci sono quelli più “bollenti”, che sono veri e propri inni al sesso, come Hot Stuff  (usata come primo bis per riaccendere gli animi che in realtà non si erano mai spenti) e Love To Love You Baby (il pezzo dei famosi 23 orgasmi di Donna conteggiati dalla BBC, 22 secondo Time Magazine e addirittura 78 per Giorgio che evidentemente col passare del tempo ha perso il conto). Non mancano, poi, altri grandi successi radiofonici come Bad Girls, che parte subito a razzo e On The Radio (nomen omen), che invece parte in maniera soft-romantica e poi si accende come una miccia, seguendo uno schema classico morodoriano che viene riproposto anche in altri pezzi di successo come MacArthur Park  (la cover di Jimmy Webb con la famosa immagine della torta nuziale che si scioglie sotto la pioggia)  lasciata alla voce originale e alle immagini della cantante scomparsa nel 2012. Andando verso la fine della serata, la musica della Queen of Disco diventa anche colonna sonora hollywoodiana con l’ultimo ballo per l’amore prima dei bis, ovvero Last Dance, contenuta nel film Thank God It’s Friday che insieme a La Febbre del sabato sera contribuì a diffondere l’estetica disco presso un pubblico più ampio poco avvezzo ai club notturni. La scena madre vede proprio Donna Summer salire sul palco e cominciare a cantare con una voce che parte quasi come una supplica nell’indifferenza generale e poi diventa incontenibile come la luce di una stella che esplode nella notte. Una scena che riassume una vita, stroncata purtroppo troppo presto da un tumore ai polmoni.

Sarebbe stato un sogno poterla vedere di nuovo sul palco a cantare le sue canzoni insieme al suo amico e collaboratore di una vita, ma purtroppo un sogno rimane e dobbiamo accontentarci della sua immagine riprodotta su un maxischermo. Può sembrare poca cosa, ma basta e avanza per far commuovere un teatro.

Ma per chiudere dobbiamo tornare per forza di cose al punto di partenza: I Feel Love è uno dei momenti più emozionanti di tutto il concerto: il pubblico si lascia andare ballando una danza sulle note del tempo come se stesse percependo fisicamente il suo fluire attraverso la musica. Non a caso Pete Bellotte, appassionato di letteratura inglese, ha dichiarato che il disco su cui fu pubblicata la canzone (I Remember Yesterday del 1977) in origine avrebbe dovuto intitolarsi come il ciclo di romanzi di Anthony Powell da cui prese spunto e che a sua volta era stato ispirato da un dipinto omonimo del pittore francese del 1600 Nicolas Poussin: “A Dance to the Music of Time”  – Una danza sulla musica del tempo.

LA CONCLUSIONE MANCANTE
In Italia molte persone non hanno mai sentito nominare Giorgio Moroder, ma ciò nonostante conoscono, inconsapevolmente, le sue canzoni. In particolare c’è almeno una canzone di Giorgio Moroder che conoscono proprio tutti gli italiani. Non appartiene agli anni 80 perché la sua ragion d’essere è arrivata all’inizio del decennio successivo, ma forse proprio per questo motivo poteva essere posta a chiusura di questa lunga serata celebrativa, come sigillo di splendore imperituro. Si tratta dell’inno ufficiale dei mondiali di Italia 90, cantato da Paul Engemann nella sua versione internazionale To Be Number One e riadattato da Edoardo Bennato e Gianna Nannini nella versione italiana che tutti conosciamo. Quella delle “notti magiche” di Toto Schillaci e Roberto Baggio e di Un’estate italiana che cominciava con un dubbio:

“forse non sarà una canzone. A cambiare le regole del gioco…”
O Forse sì. Perché come abbiamo visto dipende dalla canzone. E dipende anche da noi. Perché se ci credi veramente
quel sogno che comincia da bambino
 E che ti porta sempre più lontano
Non è una favola

e allora anche se ormai sono passati quasi 30 anni, per una sera ancora
dagli spogliatoi
escono i ragazzi e siamo noi.

Andrea Pazienza

Foto di Roberto Panucci (data di Roma)

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