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Godsmack a Milano: «Torneremo molto presto!»

I Godsmack del carismatico frontman Sully Erna arrivano in Italia ai Magazzini Generali di Milano freschi della realizzazione dell’ultimo album di studio When Legends Rise del 2018.
La curiosità è quella di vedere incontrarsi due mondi così diversi per dimensioni, colori, cultura. Quello del rock spettacolare statunitense, dei festival e palazzetti e delle grandi folle, quelle che dagli inizi del 2000 accorrono a vedere i Godsmack. Qui da noi invece devono fronteggiare una realtà diversa, minimale.

Poco prima del concerto, siamo riusciti a scambiare quattro chiacchiere con Sully Erna e Shannon Larkin, rispettivamente frontman e batterista del gruppo. Sully è arrivato subito al punto: “Non siamo mai riusciti a costruirci una solida fan base qui in Italia. Per me onestamente è una cosa vergognosa, che mi ha sempre dato un fastidio assoluto. Adoro questo paese, questo popolo, ho qui le mie origini“.
Dicci di chi è la colpa Sully: “Sarebbe semplice dire dei nostri discografici e agenti. La verità è che le cose non accadono per motivi spesso difficili da capire. A inizio Duemila siamo venuti due volte, supportando prima i Limp Bizkit e poi i Metallica. Eravamo davvero in cima al mondo all’epoca negli States, i nostri dischi diventavano Platino e avevamo tour da headliner continuamente. Ma non ha mai funzionato in Europa. Quando venivamo i nostri dischi non erano nei negozi, non facevamo interviste, non c’erano attività che potessero portarci più vicino a chi avrebbe potuto affezionarci a noi. Ora siamo sicuramente più vecchi di allora ma molto più in controllo del nostro presente e futuro. Per noi è una missione avvicinarci a livello internazionale a ciò che siamo in America. Torneremo in estate e nel 2020 mi auguro in venue più capienti“.
Shannon rincara la dose: “Noi negli States facciamo IL concerto: abbiamo un palco enorme, le esplosioni, la nostra produzione è di alto livello. Vogliamo lavorare duro per arrivare a questi livelli anche in Europa, per lo meno faremo tutto ciò che è in nostro potere per provarci“.

Ma che effetto fa suonare in un piccolo club? Shannon non ha dubbi: “Io sono felice lo stesso, a me interessa suonare. Potete darmi tutti i soldi e i premi di questo mondo, non me ne frega niente. Suonare qui stasera di fronte a quei pochi fan che ci aspettano da così tanto tempo senza effetti speciali o sovra strutture sarà magnifico. Saremo vicinissimi al nostro pubblico e non potrei essere più carico di così“.
Sully è più cauto: “Sembra incredibile ma anche per noi sarà una novità. Siamo stati fortunati da subito nel riuscire a esibirci per tantissime persone a festival o nei palazzetti sin dai nostri esordi. Quel che è certo è che non vediamo l’ora di andare sul palco ed esibirci, l’attesa prima del momento dello show è da sempre il momento più difficile da gestire“.

Una distanza così siderale, sia di chilometri che di cultura. Mai mi sarei aspettato di trovarmeli finalmente di fronte in un piccolo club, dopo aver divorato in gioventù i loro primi album, l’omonimo Godsmack nel 1998 e i furiosi Awake (2000) e Faceless (2003) che li fecero esplodere definitivamente.

Tanti gruppi US alternative rock e metal evitano viaggi così siderali, forse sottostimando il pubblico nostrano.
I Theory Of A Deadman, cugini minori dei Nickelback, hanno annunciato e poi annullato ben tre date, e tutt’ora da noi non si sono mai visti. I Breaking Benjamin hanno suonato per la prima volta due anni fa per la prima volta in decenni e chissà se li rivedremo. I Chevelle subirono l’annullamento della data degli Avenged Sevenfold e i loro fan italiani non nutrono molte speranze di vederli. Data che prevedeva anche i Disturbed, che se tutto va bene vedremo in Aprile nella terza data italiana in vent’anni e più di carriera. E, come nel caso dei Godsmack, ben lontani dai loro momenti di gloria che risalgono più o meno nella prima metà del 2000, quando le classifiche erano affollate da gruppi Nu Metal e Alternative.

Avevamo rischiato anche questa volta, dopo l’annullamento del tour europeo nel 2012 per problemi alla voce di Erna e un altro lo scorso autunno per la tragica morte del figlio del chitarrista Tony Rambola, ma ecco finalmente arrivata la volta buona.
I fan di quel filone di successo di ormai quasi vent’anni fa sono pronti a godersi uno degli esponenti più sregolati, gradassi, muscolari della scena. Li vedremo in questa veste essenziale, senza esplosioni, super palchi e scenografie esagerate. Solo musica ad altissimo volume e quei pezzi che ce li hanno fatti amare, così in bilico tra la forza granitica dei Metallica e la maledizione degli Alice In Chains il tutto condito da un pizzico di misticismo tribale.

Puntuali e dopo l’onesto apporto dei Like a Storm (che già avevamo visto in apertura agli Alter Bridge e prima dei Gojira a Bologna nel 2016), i quattro del Massachussets irrompono sul palco con una carica che preannuncia uno show in pieno stile Godsmack: diretto, veloce, potente. Ad essere onesti sui volti e sui corpi del bassista Robbie Merril, del chitarrista Tony Rombola e del batterista Shannon Larkin si vedono tutti gli anni passati da quelli della gloria vissuta a cavallo del secolo, impressione però completamente fugata dalla presenza animalesca di Sully Erna. Impeccabile nel far esplodere il suo timbro potente, senza sbavature e con una gestualità efficace e coinvolgente. Un vero animale da palco, con e senza chitarra. E’ visibilmente entusiasta di suonare nella terra in cui risiedono le sue radici (cita il padre proveniente dalle nostre terre e glorifica il vino e il cibo, come usanza) e preannuncia uno show di canzoni vecchie e nuove, se al pubblico sta bene. E ci sta benissimo. Compressi all’interno del locale le emozioni sono amplificate come in una pentola a pressione, e il gruppo dimostra di sentirsi adulato, a contatto con i propri fan di oltreoceano in un’occasione che sa da subito di piccolo evento.

Come promesso, il set è la perfetta combinazione tra nuovo e vecchio, e conferma quello che è insieme il pregio e il difetto di una band che ha preso lo slancio del rock anni ’90 e ha veleggiato sulla poppa del nu metal negli anni 2000, una solidità omogenea nello stile e nella composizione dei brani. Nessun episodio musicale sconvolge il loro credo, il loro linguaggio consolidato. Nemmeno i nuovi pezzi, che tentano di allargare il bacino di fan addolcendo le melodie soprattutto nei ritornelli, risultano fuori posto. Se l’apertura di When Legends Rise è il giusto tritolo per innescare l’esplosione dello show e Say My Name non alleggerisce la carica, le più mansuete e abbordabili per la massa Unforgettable e il singolone Bulletproof (dal ritornello quasi pop) non sfigurano anche grazie alla convinzione di Erna.

Lo dice chiaro, noi crediamo molto in noi stessi e nel nostro nuovo materiale, non è una scusa per girare in tour.

Quanti fan della prima ora si sono arrabbiati dopo aver sentito il nuovo album? Sully è come al solito onesto: “Gli hardcore fan si sono incazzati non posso nasconderlo. Ma noi non potevamo prendere in giro noi stessi per primi. In When Legends Rise abbiamo deciso di provare a proporre il nostro mood attuale, come ci sentiamo noi adesso, come vogliamo suonare al pubblico. So che per molti questo potrebbe sembrare un tradimento, ma abbiamo anche canzoni heavy come ai vecchi tempi nel nuovo disco. La cosa incredibile è che pur rischiando di perdere qualche vecchio fan, ne abbiamo guadagnati molti di nuovi. Non è stata una cosa voluta ovviamente, ma qualcosa che era inevitabile succedesse“.
Shannon è più esplicito: “Parliamoci chiaro. Abbiamo 50 anni, non saremmo credibili se continuassimo a proporre pezzi in cui ci diciamo quanto odiamo il mondo e quanto vorremmo uccidere tutti. Non siamo più così, abbiamo un’idea diversa del mondo e della vita. In passato abbiamo lottato contro i nostri demoni, contro le dipendenze e contro un sacco di problemi che tutte le persone affrontano. Ora siamo diversi, siamo ripuliti da qualche anno e vogliamo essere esattamente come ci sentite sul nuovo album. Abbiamo una fanbase stabile tra i biker, gente grossa amico, di quelli che di sicuro non scherzano quando dicono certe cose. Ebbene hanno apprezzato così tanto il nuovo disco e hanno capito che eravamo noi stessi che sono venuti spesso a dirci quanto i pezzi più lenti e sentiti riflettessero bene le loro vite e i loro problemi. Se non sei onesto per primo con te stesso, non potrai certo esserlo verso chi ti viene a vedere dal vivo e compra i tuoi dischi“.

Assodato anche il loro gusto per le cover dei classici del rock, dall’intro mash up di Beatles, Aerosmith e Queen fino alla cover di Come Together, il set si tinge dei colori dei loro esordi, di quel trittico violentissimo e ispirato dell’esordio Godsmack, Awake e Faceless. C’è Keep Away, Voodoo e Whatever direttamente dall’anno 1998. Ci sono anche Awake, la brutale Straight Out of Line e uno dei loro pezzi più famosi, almeno qui in Italia, grazie alla colonna sonora del film Il Re Scorpione del 2002 (film trascurabile, colonna sonora imperdibile per gli amanti dell’alternative metal) I Stand Alone. Dai successivi album apprezzatissime dal pubblico 1000hp e Cryin’ Like a Bitch.

I Godsmack si coccolano un pubblico accorso numeroso, che li segue da anni e che è rimasto immutato nel tempo, come loro. Non c’è molta speranza che i Godsmack rinnovino la loro fanbase dal punto di vista dell’anagrafe, e quindi serate come questa sono un elogio alla coerenza, alla convinzione in se stessi e allo spunto iniziale di una carriera che li ha portati finalmente al nostro cospetto in una cornice intima, compressa, complice.
Sono tra i pochi regali che la macchina gigantesca dello show business può dare, una condizione che probabilmente i loro fan americani non hanno mai potuto provare. Un concerto da ultra trentenni che non hanno mai dimenticato il piacere che quelle canzoni hanno regalato loro in certi momenti della loro vita, canzoni perfette per sfogare rabbia, inadeguatezza, disagio in una adolescenza che per una serata ci è apparsa meno lontana.

Quali sono stati il momento migliore e quello peggiore della vostra carriera? Sully è molto deciso: “Spero di cuore che il momento migliore sia quello che abbiamo iniziato a vivere con la pubblicazione dell’ultimo album e che durerà ancora una decina d’anni. Non ci siamo mai adagiati sugli allori o dato per scontato il nostro ruolo nella scena. Siamo determinati nell’andare avanti e nel toglierci più soddisfazioni possibili. Guardandomi indietro è inevitabile pensare al tour mondiale insieme ai Metallica come uno dei momenti migliori della mia carriera. Loro sono stati incredibilmente gentili e professionali con noi, è stata un’esperienza indimenticabile. Il momento peggiore è sicuramente stato quello relativo al periodo in cui abbiamo inciso il nostro quarto album. Avevo molti problemi con me stesso e con le persone che mi circondavano, di sicuro quello è stato il momento più brutto e complicato che possa ricordare“.

Avete ottenuto molti riconoscimenti e venduto milioni di dischi. Cosa volete ancora ottenere dalla musica? Risponde Shannon: “Vogliamo continuare a suonare per le persone, divertirci sul palco, incidere dischi e proseguire a fare ciò che ci rende felici e ci ha reso una vera band di amici. Non bisogna mai dare per scontato niente nella vita, noi siamo determinati nel tenere alta la bandiera del rock e della nostra musica. Non potremmo fare niente di diverso“.

Redazione

Foto di Ufficio stampa - Testo di Daniele Corradi, Jacopo Casati

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