Onstage

L’effetto nostalgia e la longevità dei Good Charlotte

Il mio primo ricordo dei Good Charlotte risale a quando avevo 11 anni, facevo la prima media e cercavo disperatamente di capire come sembrare più grande perché ormai non ero più una bambina. O, almeno, era quello che mi dicevo. Mi ricordo un ritornello di quelli che non dimentichi più, anche se sai a male pena i nomi dei colori in inglese e non vai oltre al maccheronico “hey, how are you?”.
“I just want to live
Don’t really care about the things that they say
Don’t really care about what happens to me
I just want to live”

L’ho capito solo dopo, con qualche anno e qualche lezione di inglese in più, che quella canzone dannatamente orecchiabile era un inno a tutto quello che vuoi essere quando sei giovane. Vuoi essere libero e ribelle e di successo e forte e non fregartene di quello che pensano gli altri, ma solo vivere. Che detta così sembra la fiera della banalità. Ma non lo è quando è cantata dai Good Charlotte che, anche a distanza di più di dieci anni, ti ci fanno credere ancora. E, a guardare le facce di quelli che mi circondano, impazienti che le luci si abbassino e la festa cominci, direi che non sono la sola.

Ma facciamo un passo indietro. Questo è il primo concerto italiano dei Good Charlotte dal 2010, quando si esibirono a Cesena con il tour che anticipava l’uscita del loro album Cardiology. 9 anni fa. L’attesa è notevole, non è difficile avvertire l’adrenalina che riempie l’Alcatraz a poco a poco, con le primissime persone in fila da questa mattina che finalmente raggiungono la transenna davanti al palco.
C’è un clima frizzante, che sa di attesa, “quell’attesa del piacere che forse è essa stessa il piacere”, come diceva una vecchia pubblicità. Ma noi a questa cosa dell’aspettare pazientemente non ci abbiamo mai creduto. Anzi, ci è sempre sembrata una boiata retorica. L’idea di tre band di supporto un po’ ci fa soffrire. Ma solo per poco perché, – spoiler- , sono state tutte belle scoperte o piacevoli secondi incontri.

I primi a salire sul palco sono i The Dose, duo losangelino composto da Indio Downey (voce, chitarra – e, si, figlio di Robert Downey Jr.) e Ralph Alexander alla batteria. Un set minimal: nessun backdrop, nessun gioco di luci, solo i due ai lati opposti del palco intenti in un grunge/garage rock che tanto ricorda un mix di Nirvana e Sex Pistols. Anche Indio Downey ricorda spaventosamente Kurt Cobain; con la sua Fender, i jeans strappati, i vestiti larghi e quella postura un po’ ricurva in cui Kurt si appallottolava per soffocare il mal di stomaco. Fotocopia dell’originale? Direi di no. I The Dose hanno portato in scena un set convincente e personale. Forse solo meno coinvolgente delle due band successive, soprattutto per un pubblico che aveva una gran voglia di saltare, pogare e fare casino in pieno stile punk rock.

Altro giro, altra corsa e tocca ai Boston Manor, band punk pop inglese nata a Blackpool, Lancashire nel 2013. Qui il gioco si fa duro. E allora i duri iniziano a giocare. I cinque ragazzi inglesi rimbalzano sul palco come mine impazzite e, alternando salti ad una buona dose di headbanging, servono su un piatto d’argento un set con i fiocchi, di quelli che ti fanno venire solo una gran voglia di cercarli su Spotify una volta tornato a casa. Il frontman Henry Cox ha la presenza scenica e la capacità di reggere il palco di chi fa questo lavoro da anni, da decenni: fa rimbalzare l’Alcatraz sui piedi, fa aprire wall of death e circle pit perchè “se stasera siete venuti ad uno show punk perché volevate fare casino e cambiare le cose questo è il momento giusto per farlo”. Touchè. Una delle opening bands migliori che abbia visto negli ultimi mesi, quindi: teneteli d’occhio (e recuperate l’album di cui parlavamo qui).

Alle 21.00 salgono sul palco gli Sleeping with Sirens, con i loro ciuffi neri e jeans strappati sulle ginocchia, la band per cui molti ragazzi giovanissimi hanno fatto la fila dalle 10 del mattino, con tanto di numerini scritti a pennarello sulle mani. “Ho portato mia figlia da Ferrara per questi qua, siamo in fila da questa mattina; ma d’altronde, se non si fa per i figli?” Borbotta dolcemente un papà dietro di me. “Anche mio figlio! E’ lì in prima fila, ma non conosce nessuno”, gli risponde una mamma incredibilmente preoccupata. Mentre, di fianco a me, una ragazza scoppia in lacrime non appena Kellin Quinn inizia a cantare, con quella voce inimitabile che mi ricorda un po’ il Vince Neil degli anni d’oro. Piaceranno anche ai ragazzini, ma questo non significa che non ne veda il motivo. Il set che regalano all’Alcatraz è notevole: suoni compatti, una voce che non ne sbaglia una, neanche quando si lancia in fraseggi a cappella. E un’energia che ancora non mi riesco a spiegare (si, Kellin Quinn ha 32 anni e salta impazzito con l’energia di un quindicenne pieno di zuccheri).

Ed eccoci qui, quasi tre ore dopo, pronti per il viaggio nel tempo. I Good Charlotte si sono formati nel 1996, quando tanti ragazzi accalcati contro il palco ancora non erano se non un pensiero nella mente innamorata dei loro genitori. Ma chi se ne importa? L’influenza dei re del pop punk non risparmia nessuno. E per fortuna. I fratelli Madden sono ancora capaci di calcare un palco come pochi altri nel genere. Non c’è bisogno di correre e saltare di qua e di là; ci pensano la musica e ci pensano i ricordi. Generation X, ultimo album in casa Good Charlotte dopo 2 anni, non ha deluso le aspettative e funziona bene anche nella cornice live, come dimostra la risposta del pubblico a Self Help, secondo singolo estratto.

Ma nulla in confronto al boato che accoglie The Anthem, dritto dritto dal 2002. Un coro che fa riecheggiare un Alcatraz che non è sold out, ma è come se lo fosse, perché l’energia è talmente tanta che i numeri quasi non contano più.
“Quanti di voi ascoltano i Good Charlotte da tantissimo tempo? Quanto eravate alti? Quanti hanno avevate? 10? 8? Addirittura 5? Beh, allora in pratica siamo cresciuti insieme”, dice Joel, che accompagna un’ora e mezza di set con un po’ di chiacchiere che sanno di una rimpatriata tra vecchi amici.

“Alle ragazze non piacciono i ragazzi, ma belle macchine e soldi”, canta in Girls & Boys. E il pubblico va in visibilio, perché è il coro degli sfigati, anche se ora i Good Charlotte non lo sono più. E dal 2002 fast forward fino al 2018 con Actual Pain, “la mia preferita del nostro nuovo album”: una ballad dolce e carica allo stesso tempo, in pieno stile pop punk. Sul palco si alternano fasci di luce, scariche di fumo e scintille alte fino al soffitto, ma la scenografia non è mai stata meno importante. Sul palco ci sono i ricordi di un’adolescenza che non se ne vai mai del tutto. Un mix di vecchi cori e qualche pillola di novità, che si mischiano insieme come una cosa sola.

Quando ero un bambino a scuola sentivo che nessuno credeva in me, nessuno tranne mio fratello Benji. Volevamo mettere su una band, così nel 1995 abbiamo iniziato a provare, poi nel 1996 abbiamo incontrato Paul. Tutti ridevano di noi quando gli dicevamo che avremmo fattto una band. Ma ce ne siamo fregati e abbiamo creato i Good Charlotte nel 1996. So come ci si sente quando nessuno crede in te e quando la vita è dura, ma questo è quello che mi ha reso capace di combattere. Se non fosse per voi, questa band non avrebbe mai significato nulla per nessuno nel mondo. Sono diverse le ragioni per cui continuiamo a suonare. Innanzitutto, credo che questa band abbia salvato la mia vita. Ogni notte quando posso stare su un palco davanti a persone che ci ascoltano da molto tempo come voi mi sento così grato, grato che ci abbiate dato una chance per essere chi abbiamo sempre voluto essere. Questa canzone è per chiunque si sia mai sentito da solo, come se non ci sia speranza. Vi voglio dire che la speranza c’è. Devi solo credere in te stesso e combattere. Meritate di vivere la vostra vita migliore e noi vogliamo aiutarvi come voi avete aiutato noi”, sussurra Joel prima di lanciarsi in un’ottima performance di Hold On.

E a volte queste possono sembrare frasi fatte, ma non questa volta. Perché la capacità dei Good Charlotte è stata quella di restare sempre fedeli a sé stessi e dannatamente veri, anche se adesso la loro vite assomigliano un po’ di più a quelle dei ricchi e famosi che tanto detestavano.
Sono rimasti genuini e credibili: sia musicalmente – non importa se le canzoni sono quelle appena uscite o i tormentoni di dieci anni fa – sia sul palco. Quella di ieri sera è stata la performance di una band che non molla il colpo e sa fare ancora dannatamente bene il proprio lavoro.

E alla fine con l’encore arriva anche lei: la canzone dei miei 11 anni. “I just want to live
Don’t really care about the things that they say
Don’t really care about what happens to me
I just want to live”
E i Good Charlotte mi ci fanno credere oggi come ieri. Si accendono le luci e mi sento un po’ nostalgica. La mamma e il papà dietro di me ritrovano i loro figli. “Fate amicizia, così avete qualcuno con cui condividere questa passione”. E così si scambiano i numeri di telefono, e io sorrido. I Good Charlotte uniscono ancora generazioni e ragazzi come nessun altro. Anche 10 anni dopo.

Paola Marzorati

Foto di Ufficio Stampa, Elena Di Vincenzo

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