Onstage
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Greta Van Fleet a Milano: la conferma di cui avevamo bisogno

E’ finalmente giunto il momento dei Greta Van Fleet e del loro concerto in Italia all’Alcatraz di Milano. Show che lo scorso 24 febbraio è saltato a causa di problemi alla voce del cantante Josh Kiszka. Un forfeit quasi provvidenziale in un’atmosfera che si era fatta pesantissima e piena di aspettative sulle spalle di questi ragazzi che sono poco più che maggiorenni. Basta nominarli sul web e si scatena immediatamente una polemica senza fine nel nome del rock originale, colpevolizzandoli spesso di essere nient’altro che una copia carbone di qualcosa che già è avvenuto.

Eccoci quindi al momento cruciale in cui possiamo dare risposta alla domanda che serpeggia tra gli appassionati di musica dal 2017, da quando le prime hit dei Greta hanno cominciato a circolare in radio: futuro del rock o solo una cover band che ce l’ha fatta? Quei due primi EP pubblicati a breve distanza Black Smoke Rising e From The Fires che avevano dato in pasto alla massa hit dalla grande carica rock e di grandissimo impatto come Highway Tune e Safari Song, avevano fatto gridare al miracolo in molti. Altrettanti però avevano sentito tra le nuove note dei ragazzi troppe assonanze con il mito dei Led Zeppelin, scomodando nei numerosissimi dibattiti dalla gente comune agli addetti ai lavori fino ai diretti interessati, tra cui Robert Plant, che aveva speso parole non proprio leggere e accomodanti.

Ora che sono a Milano davanti a noi i nodi vengono al pettine, i fratelli Kiszka (Joshua alla voce, Jacob alla chitarra, Samuel al basso e tastiera) con Daniel Wagner alla batteria sono sul palco ora, zona franca dove gli strateghi delle case discografiche non sono ammessi, dove i maghi del suono non possono nulla con le loro leve e i loro filtri e i loro software. I Greta Van Fleet sono soli con i loro strumenti e devono dimostrare di essere qualcosa di più di semplici cloni di qualcosa che c’è già stato.

Il loro album Anthem of The Peaceful Army del 2018 offriva una gamma di idee e di potenzialità molto più ampia rispetto ai già buoni EP d’esordio. Se anche è vero che la prova del nove sarà nell’album che seguirà, dove i musicisti in erba dovranno dimostrare di prendere una direzione ben precisa e di stupire e zittire i detrattori, in questo show di Milano devono già far vedere al pubblico italiano di avere cartucce da sparare. Di essere, a prescindere dalle strade stilistiche che prenderanno, dei cavalli di razza del rock.

I tre fratelli occupano lo stage e subito si percepisce una carica elettrica potentissima. Sembrano tre folletti usciti da una fiaba di Tolkien e la voce di Joshua irrompe potentissima e dalle vette vertiginose, lasciando intendere che sarà lei la protagonista assoluta della serata. Il cantante non si risparmia e pare divertirsi un mondo, così come i due fratelli al suo fianco, che coadiuvati dal buon drumming di Wagner dimostrano di non essere solo scenografia dietro all’istrionico frontman ma di avere anche loro parecchie frecce nell’arco. Soprattutto Jacob alla chitarra merita una menzione speciale: si dimostra già un piccolo fenomeno con buonissima tecnica e una già spiccata propensione allo spettacolo. Il pubblico in visibilio lo vede suonare la chitarra dietro la testa, e a lui sono affidati i momenti necessari a dilungare lo spettacolo che prevede solo una decina di pezzi più un paio di interludi con le cover di John Denver (The Music Is You) e di Labi Siffre (Watch Me). Samuel, oltre a seguire diligentemente Wagner nell’impianto ritmico con il suo basso, si destreggia abilmente anche dietro le tastiere dipingendo con un suggestivo tono retrò.

Il pubblico che riempie l’Alcatraz al limite della sua capienza è eterogeneo ed entusiasta, e già questo è lo spaccato di un successo clamoroso. I Greta sono sulla bocca di tutti e questa sera dimostrano di meritarselo. Incendiari sono pezzi come Higway Tune all’inizio e Safari Song in chiusura, con in mezzo canzoni che sono già conosciutissime per essere passate più volte in radio, come Edge Of Darkness e Black Smoke Rising, la ballatona You’re The One e la cantatissima When The Curtain Falls. Non mancano dei veri altari del rock come Edge Of Darkness e la mastodontica Age Of Man, dove i nostri dimostrano di possedere una profondità e un arte d’altri tempi, e che le assonanze a certi gruppi non s fermano alla superficie di melodie e timbri vocali.

La polemica sulla presunta sovrapponibilità di idee con il passato è sterile e già in parte superata con la pubblicazione dell’LP Anthem of The Peaceful Army. Perché è vero che il rock sta vivendo un momento di stanca e di non rigogliosa salute, momenti che si sono già visti nella storia e che sono spesso sfociati in tentativi di differenziare l’offerta musicale che di fatto è stato solo un allontanarsi dal rock. Quindi che c’è di male? I Led Zeppelin ci sono stati, non sono soltanto passati. Sono diventati il rock stesso, come praticamente nessun altro nella storia del genere.

Omaggiare loro equivale in tutto per tutto ad omaggiare il rock. Quello che non deve mancare è lo spirito e la voglia di suonare. Il rock è un grande fiume che ha la sua foce lontano nel tempo, che è passato dai Led Zeppelin e che dopo lunghi anni e infiniti chilometri, album, anime e passioni, morte e dolore è passato anche sotto i nostri occhi questa sera all’Alcatraz. Che se ne parli è bene, che si comprino gli album e si vada ai concerti, con tutte le polemiche e le aspettative e tutto l’amore di cui siamo capaci. Perché non sia mai che questo immenso fiume un giorno si prosciughi lasciandoci dentro un vuoto incolmabile.

Daniele Corradi

Foto di Elena Di Vincenzo

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