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I 20 anni di Colony e del dominio degli in Flames

A metà anni Novanta la Scandinavia dominava il mondo del metallo tradizionale. Gli States erano nel mezzo di una rivoluzione sonora di cui i Pantera guidavano le fila e il nu-metal cresceva inesorabilmente grazie al lavoro di Korn e Deftones. Il Regno Unito era da tempo orfano dei fasti di Maiden e Priest mentre il Nord Europa tra black metal, imminente seconda ondata di powerone europeo e Swedish death metal volava alto.

Se da un lato i pionieri del sound giallo-blu duro e puro furono Dismember, Entombed e Hypocrisy, dall’altro At The Gates, Dark Tranquillity e In Flames codificarono un approccio più “interessato” alle melodie (non era strano parlare di melodeath anni fa) costruito su una solida base death fusa con i dettami e le influenze della new wave of British heavy metal del tempo che fu.

Gli In Flames riuscirono a staccarsi facilmente subito dai canoni classici dello Swedish death (mostrati nei primi Lunar Strain e Subterranean) già in The Jester Race (1995). Da qui, con un percorso quasi decennale, passando per l’eccellente triade WhoracleColonyClayman, affinarono la loro formula sempre più attenta alla forma canzone piuttosto che alla furia esecutiva e alle lyrics gridate senza sosta. Il botto arrivò con Reroute To Remain nel 2002, perfetta sintesi di nu-metal, melodeath e alternative influenzato da inserti elettronici. Da allora e per diversi anni sono rimasti una forza indiscutibile nel panorama heavy continentale, in grado di imporsi a platee importanti come nessun’altro “collega” della scena swedish.

Whoracle (1997) fu un passaggio determinante nel plasmare sempre di più il trademark In Flames, spostando l’approccio death metal oriented verso una musica sì pesante con growl e scream ma attenta alle melodie. Colony nel 1999 riuscì ulteriormente a smussare gli angoli in caso di necessità, di aprire al cantato clean e ai ritornelli coinvolgenti a discapito della furia esecutiva. L’immediatezza di Embody the Invisible, Ordinary Story, titletrack e Resin è la carta vincente del gruppo: brani irresistibili, coinvolgenti, armonie chitarristiche e assoli eccezionali (cfr. The New World), duri quanto basta per gli aficionados, interessanti per la vecchia scuola in cerca di nuove certezze, manna dal cielo per le nuove leve e i casual listeners.

Gli In Flames sono stati la band Swe-death che ha raccolto di più in termini di popolarità, espandendo gradualmente album dopo album il proprio spettro sonoro. Se i puristi parleranno di tradimenti perpetrati ai danni della fede metallica (a causa del progressivo aumento nell’uso delle clean vocals da parte del cantante Anders Friden, piuttosto che per l’invadenza crescente di synth e tastiere nei loro pezzi), i critici dovrebbero invece sottolineare maggiormente il ruolo decisivo avuto da Jesper Strömblad e compagni nel modificare non solo il proprio sound, rendendolo vincente e fruibile da molti, ma anche lo sviluppo di varie correnti future della musica pesante.

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