Onstage

Make Yourself degli Incubus compie 20 anni

Il terzo album degli Incubus usciva il 26 ottobre 1999. Make Yourself è il disco perfetto, nell’anno perfetto. Un incastro così a fuoco che per superarlo sarebbe servito Morning View e il momento più alto della loro carriera.
Ma già nel 1999 il background musicale era predisposto al terremoto del cambiamento musicale degli Incubus che da band ‘stramba’ del nu metal, quella del Brandon Boyd selvaggio con i lunghi dread, diventa quella di Drive. Quel video ha cambiato tutto nel rock, e venti anni dopo tale cambiamento appare in tutta la sua dimensione e valenza: un terremoto le cui scosse si propagano ancora oggi nella musica come nella moda, una definizione di immagine e di stile che ha caratterizzato una generazione intera.

20 ANNI FA…
Nel 1999 gli Incubus sono la band preferita dai teenager alternative. Più accessibili dei Korn, che erano una band di psicopatici. Più dei Limp Bizkit, che in Italia piacevano ma erano culturalmente un po’ distanti da noi, con il loro ostentare ricchezze e lifestyle estremo. I Rage Against The Machine un pizzico troppo adulti. Ecco che, in questo gruppo di band che cavalcavano un genere che per i successivi cinque anni avrebbe fatto incetta di acquisti nei negozi di dischi, irrompono loro. La band nata sui banchi di scuola, al cui interno ci sono tutti gli stereotipi della tua classe. Il figo inarrivabile, lo sfigato talentuoso, ma brutto. Quello insignificante ma affidabile, quello matto e imprevedibile.

Già questo basterebbe per garantire agli Incubus quel passaggio che da Fungus Amingus e S.C.I.E.N.C.E li ha portati a Make Yourself, manifesto dell’espressività della gioventù alternative. Quelli non abbastanza impegnati per essere rappresentati da Zack De La Rocha, non abbastanza alienati da identificarsi in Jonathan Davis, non così scapestrati da ergere a loro idolo Fred Durst. In un tempo dove chi portava i tatuaggi veniva visto dai ragazzini di provincia come me alla stregua di un qualche visitatore tolkeniano di una landa al di là della barriera, esce il video di Drive. Brandon Boyd, ripulito rispetto alle ultime immagini che avevamo di lui: penso al video di A Certain Shade Of Green, dove appariva un folletto spiritato tutto ossa e dread, e qui si auto disegna con i suoi insoliti tatuaggi rossi, in un gesto ideale che richiama il mood dell’album nonché il suo titolo.

La definizione di se stessi e la decisione proclamata di cosa essere e cosa fare da grandi. Brandon con i suoi tatuaggi, estensori alle orecchie, il nuovo taglio di capelli sbarazzino abbinato al modo di vestire in stile skater diventa il sex symbol di quegli anni. Forse l’unico nel nu metal, un genere affollato da personaggi che definire mostri è dir poco (vi ricordate il video di Dig dei Mudvayne?). Questa immagine di fighetti del metal alternativo è estesa a ombrello a tutta la band, e il sound prenderà inevitabilmente questa strada, sfociando nel bellissimo Morning View qualche anno dopo (ma implodendo presto su sé stesso e portando il gruppo a sgonfiarsi clamorosamente).

Oggi sono l’ombra di quelli di fine secolo scorso, quando il loro crossover tra metal, jazz e hip pop li aveva messi sul piedistallo insieme ai grandi, con accostamenti importanti come Faith No More e Primus. In tutti i pezzi celebrativi che contano il ventesimo anno di età, vale sempre lo stesso discorso per delinearne il contesto storico. L’età del videoclip. Oggi esistono ancora, in rete e nei canali digitali, ma allora era diverso. Questo tipo di musica era inserito nella quotidianità.

Brandon Boyd e la sua fisicità erano con noi quando mangiavamo, quando studiavamo. I nostri genitori dovevano avere a che fare con questi personaggi, se volevano in qualche modo ottenere un pizzico della nostra attenzione, in ogni momento della giornata. Non erano dentro il nostro telefonino o computer, erano nell’elettrodomestico principale delle nostre famiglie. Elemento di influenza principale, massiccio e costante, per le nostre mode, carattere, modo di percepire il mondo esterno. Molto più dei nostri genitori, infinitamente più dei nostri insegnanti di scuola. In quegli anni, Fred Durst e Brandon Boyd, Jonathan Davis e Chino Moreno erano i nostri principali motori comportamentali, nel bene e nel male. Gli album che uscivano erano ben più che passatempi: erano amici, compagni di battaglia, consiglieri d’amore. Una valenza formativa che oggi si è persa, e sento già qualcuno in fondo alla stanza bofonchiare: ‘…e meno male’.

IL DISCO
Pardon Me è stato il primo singolo, seguito da Stellar e Drive. Già con le anticipazioni era chiara la volontà espressa esplicitamente dal titolo, creare una nuova versione della band. Una formula in grado di lanciarli nel mainstream per i successivi vent’anni. Ora l’immagine che la massa ha degli Incubus è infiacchita da troppi anni di album prevalentemente radiofonici, immobili in quella che una volta era la loro principale prerogativa, quella dello sperimentare e di stupire.

Gli ultimi lavori sono all’insegna dell’unica preoccupazione del vendere il proprio brand inanellando un singolo incolore dietro l’altro. All’uscita di Make Yourself la formula era ancora nuova e fresca. Il riff di Privilege mette subito in chiaro che una nuova cura per la melodia. e un allagamento della contaminazione crossover con jazz e hip pop e pop puro, è comunque assecondata da un sound ancora pienamente aggressivo.
La chitarra di Mike Erzinger ha fatto scuola in questo senso: mai banale sia nell’elettrico che nell’acustico, nelle ritmiche e nel modo di dialogare con la voce di Boyd. Questo nuovo modo di concepire il sound è magnificamente rappresentato da Pardon Me, un pezzo che partito in sordina è poi esploso per la completezza del suo sound, e dal fatto che la sua versione acustica, come spesso succedeva nel nu metal, ha dato una chiave di lettura diversa e una finestra sulla sua anima melodica impareggiabile. Il cantato freestyle di Boyd è una gemma in più che ha reso la formula degli Incubus così redditizia negli anni.
Nowhere Fast, Out Of Under e Consequence con la title track attestano la capacità di mescolare più stili e ritmiche, ergendoli a principali esponenti del genere nu metal, e anche di un contesto che già si autoalimentava, ed era onnipresente nella cultura di massa. Il video di Drive era onnipresente in quel 1999, una delle clip più famose. Tutti conoscono il ritornello della canzone, ancora oggi cantatissimo ai concerti. Dopo Smells Like Teen Spirit, il rock è di nuovo nel mainstream più spudorato.

L’Incubus nella mitologia medioevale è un demone che tormenta gli uomini nel sonno inducendogli terribili incubi, ingravidando di soppiatto le donne. Non è un accostamento perfetto? State pensando a Brandon Boyd? Ma certo. Andate ad un loro concerto, ancora oggi, e provate a distinguere le note dalle urla di giubilo delle ragazze. Non semplice. In Make Yourself ci sono le prime di una lunga serie di canzoni che hanno fatto sognare tutte le ragazze amanti del rock da lì in avanti, canzoni che noi maschietti abbiamo dovuto inserire in tutte le nostre compilation (oggi playlist) se volevamo avere una qualche possibilità di essere dei consapevolmente ridimensionati avatar del loro sogno Brandon Boyd. Stellar, The Warmth e ovviamente I Miss You.

…E OGGI
Credo sia già emersa la mia considerazione sugli Incubus di oggi. Il calo vocale di Brandon Boyd è clamoroso ed ha sicuramente inficiato tutta la fase compositiva. Il gruppo è dovuto venire a patti con la realtà, ovvero che il loro cantante non fosse più in grado di fare molte cose. In più, questo continuo successo legato a loro facili produzioni radiofoniche li ha bloccati nel loro motore giovanile più spregiudicato. Non c’è quasi più traccia di funk e di jazz, solo del pop alternative che raramente regala qualche emozione. Se in If Not Now When? del 2011 c’era ancora del buono, in 8 il discorso si fa problematico. La voce nell’ultimo album di Brandon appare logorata anche in studio, e le idee sono pochissime. L’impressione è che gli Incubus non siano riusciti a rimanere al passo della contemporaneità, quando ai tempi di Make Yourself erano addirittura avanti.
Un tempo l’immagine era il loro primo e più potente biglietto da visita, coadiuvato da una proposta musicale all’avanguardia. E’ strano che in quest’epoca di ridondanza visiva e comunicativa gli Incubus siano rimasti alla sbarra, inadatti con tutta probabilità ai nuovi strumenti e canali comunicativi. Gli Incubus sono una band da Mtv e non da YouTube, in pratica. La consapevolezza è quella di un momento impresso in Make Youself che non ritroveremo mai più, possiamo solo riascoltarlo e pensare a quanto in realtà ci manchino.

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