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Independent Days 2000, 20 anni fa a Bologna si faceva la storia

Nel 2000 per un ventenne non era uno scherzo spendere una cifra pari a cinquantamila lire per un concerto. Se ancora non lavoravi, se quei soldi li dovevi racimolare tra paghette e impieghi saltuari, quella era una cifra che aveva una certa importanza. Era un pezzo grosso, quella banconota.
Pensare che una giornata di un festival avesse quel costo oggi ci appare irrisorio. Ci basterebbero a malapena per un paio di pranzi al bar. Ma era anche quello che dava ad un concerto un alone di irripetibilità. Era quello il costo di una giornata dell’Independent Days Festival edizione Duemila, la seconda della sua storia.
Ancora oggi esiste l’I-Days Festival, o perlomeno era in programma prima che il mondo incespicasse di brutto sui suoi piedi e si fermasse per vedere quanto si fosse sbucciato le ginocchia. Lo rivedremo? Forse, speriamo. Per ora volgiamo lo sguardo indietro a quell’evento che inaugurava il nuovo secolo, quando tutto era diverso. Quando noi eravamo diversi.

Quella domenica 3 settembre ho preso il treno e sono andato al mio primo grande concerto, capostipite di una serie talmente lunga che ormai molti live li ho belli che dimenticati. Ma quello no, il primo non si scorda mai. Le immagini che trovate sono state registrate da una televisione nazionale, l’allora competitor di Mtv, Videomusic. E quella resta l’unica fonte. Qualche telefono forse aveva già la fotocamera, non ricordo. Di certo non esistevano i social sui quali postare tale materiale.
E’ appurato, pura cronologia di eventi, ok, ma è ad altro che voglio arrivare.
Alla sensazione.
A quel famoso spirito perduto dei concerti pre-social.
Era diverso in una maniera che fatichiamo a ricordare. Allora non avevano sbocco alle nostre esperienze se non nei gesti, nelle parole, in un abbraccio. In una spallata a quello di fianco, nel saltare cantare e ballare. Il nostro mondo era molto più circoscritto. Era epidermico, prossemico. Tenevi queste potentissime sensazioni dentro di te e lì crescevano, ti cambiavano e ti facevano crescere, ti costruivano come persona, per poi esplodere all’esterno in manifestazioni che allora erano naturali e oggi apparirebbero esagerate, fuori luogo.

Oggi quei proiettili emotivi vengono impacchettati, lavorati, patinati e filtrati attraverso mille costrutti sociali, per venire infine venduti, messi in vetrina. Tutto questo diluisce la fruizione di un tipo di evento che ha anche perso il suo carattere di unicità. Mi spiego. Quando ero ragazzo la musica ascoltata era prevalentemente estera. Avevamo appena lasciato con cordoglio il periodo del grunge ed eravamo in pieno marasma nu-metal.
Era un mondo pieno di mistero, maledetto nel caso del grunge, estremo e variopinto nel caso del nu-metal, e a malapena avevamo dei termini critici e di paragone per dargli una collocazione. La bilancia tra musica ascoltata e musica live allora pendeva nettamente verso la prima, mentre oggi è l’inverso.
Questo sfociava nel fatto che il 90% dei gruppi che amavo mai li avrei visti davanti ai miei occhi come persone esistenti, sarebbero rimasti per sempre una mia mitologia personale
Oggi il 90% dei gruppi che mi piacciono li ho visti, più volte. Sarà per questo che i miti faticano a nascere in questa era contemporanea? Per la loro sovraesposizione sia fisica che digitale? Forse, chissà, ne parleremo in un’altra occasione. Ora parliamo di eventi, i concerti, che allora ti davano un’occasione unica di vedere apparire davanti ai tuoi occhi un miraggio, qualcosa che prima era solo un’entità astratta nella tua testa, che si adattava ai tuoi sogni, paure e insicurezze. Era un rituale magico. Quei gruppi apparivano dal nulla di un oblio spesso, con il senno di poi, caritatevole, che fungeva da lente di ingrandimento del loro alone mistico.

A Bologna il 3 settembre 2000 c’erano gruppi che spopolavano in televisione (anche la televisione era un contenitore più esclusivo di ora) e vedere dal vivo volti con i quali avevamo passato ore interminabili nelle nostre camere, era una meraviglia difficile da spiegare. L’Arena Parco Nord era la location perfetta per unire e circoscrivere un’area delimitata con la sua conformazione naturale ad anfiteatro. La performance dell’artista diventava più centrale di quanto non lo sia ora, si bruciava letteralmente nell’attesa dell’evento. Non c’erano situazioni accessorie, nessuna distrazione. Eri solo tu e le tue sensazioni, che sapevi di dover assaporare al massimo per tenerle al riparo dal tempo. La gioventù ci diceva ben poco se non che di tempo davanti ne avevamo ancora molto.

La musica. Ultimamente ci siamo un po’ dimenticati di che cosa rappresentava la musica per noi giovani di allora. Di quell’Independent Days vidi la seconda giornata, e per dovere di cronaca devo riportare il fatto che la giornata del sabato precedente aveva avuto un costo ridotto di 35 mila lire per il forfait dei Coldplay e un ridimensionamento di non poco conto del palinsesto, salvato dal solo Mike Patton e l’allucinato show dei Mr. Bungle.

La domenica però offriva il meglio della musica mondiale, e non solo. I nostri Verdena si proponevano già come la cosa più interessante del contesto nazionale, con la loro contraddizione – poi risolta – di idoli del grunge ma che di grunge avevano molto meno di quello che la gente voleva attribuirgli.

Poi i Muse. Uno dei marcatori più efficaci del tempo che passa che io conosca, è il ricordo di Matthew Bellamy e compagni che suonano alle 15.15 del pomeriggio. Oggi dominano il mondo e i loro concerti si vedono praticamente ad occhio nudo dallo spazio, allora salivano sul palco poco dopo l’apertura dei cancelli. Un set strabiliante già allora, con quell’unico piccolo capolavoro Showbiz in discografia e la sensazione di avere davanti dei primi della classe.

C’era tanto punk, e i No Use For A Name sono stati i primi a fare alzare la sabbia al cielo, ad eccitare la folla e dare il via alla festa, seguiti dagli svedesi Millencolin e dai nostri Punkreas, dei veri e propri presenzialisti dei palchi di fine millennio. Chiunque girasse per concerti in quegli anni aveva visto almeno una volta il gruppo della provincia milanese.

Le luci scendono e sale il nu-metal. Una delle immagini più belle che ho in memoria è quella di Chino Moreno che canta tutta Be Quiet And Drive in piedi sopra il pubblico, tenuto a stento in equilibrio dai poveri addetti alla sicurezza. Sotto di lui un mare umano che preme e impazzisce. Il concerto dei Deftones coincideva con il tour del loro successo più clamoroso in una carriera enorme, quel White Pony che ancora oggi mette d’accordo tutti.

Dopo di loro le star Limp Bizkit, oggi caduti in disgrazia e diventati capri espiatori di un livello qualitativo non sempre eccelso dell’era nu-metal, ma che allora dominavano le chart e l’immaginario teenager. Fred Durst era un mattatore assoluto, le note di Take a Look Around fecero impazzire la folla.
Di fatto, gli headliner erano loro.

Per questo se si parla di Independent Days Festival 2000 la cosa che maggiormente viene ricordata è la sassaiola riservata ai Blink-182. Migliaia di persone avevano preventivamente abbandonato l’arena, volendo sottolineare una mossa infelice nella composizione del palinsesto. Un set di poco più di 20 minuti interrotto dalla rabbia del pubblico, per una esibizione parecchio deficitaria e svogliata di quella che di fatto era una boyband del rock, arricchita, senza spirito e tecnica.
Dimostrando ben poca professionalità e ancor meno midollo, i Blink si sono ritirati di fronte agli oggetti di ogni tipo che piovevano sul palco. Di questo avvenimento non c’è traccia.
Se fossero esistiti i social e le dotazioni tecnologiche che oggi tutti abbiamo, quell’episodio sarebbe un piccolo cult della storia dei live. Invece andrà perduto con la memoria dei presenti, che però avevano molte meno braccia e schermi alzati davanti agli occhi, e hanno potuto viversi il momento come oggi non possiamo più.

Quel giorno caldo della mia giovinezza è rimasto nei miei ricordi come un tripudio di zaini, canottiere, un marasma umano le cui fattezze erano distorte dal caldo, dalla polvere sollevata da migliaia di scarpe. Una gioventù più consapevole, concentrata sul vivere il momento. Che all’interno era piena di vita, che esplodeva in tutta la sua potenza. La magia romantica di sapere di essere in quel posto e in quel momento, una sola volta per sempre.

Daniele Corradi

Foto di Francesco Prandoni

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