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Jawbreaker, la piccola band che potrebbe…ma sarebbe meglio di no

Non ricordo esattamente dove, ma un po’ di tempo fa avevo letto da qualche parte che i Jawbreaker sono stati i Nirvana del pop punk – che è un po’ come scrivere “TETTE” all’inizio dei post di facebook per tentare di attirare l’attenzione e poi parlare di tutt’altro – . A onor del vero, i Jawbreaker  – come avremo modo di appurare nel corso della serata – sono stati “un sacco di cose” e forse anche quello.

Ma andiamo con ordine: ad aprire il concerto milanese della band californiana c’è una giovanissima e interessantissima cantautrice che non possiamo proprio lasciarci sfuggire: Lucy Dacus.

La ragazza, che ha solo 24 anni e già due album all’attivo, riesce incredibilmente ad attirare fin da subito l’attenzione del pubblico, pur essendo, in realtà, molto distante dai vecchi punk rockers attesi dagli astanti, non solo a livello anagrafico, ma anche e soprattutto a livello di suono. Quello proposto da Lucy-senza-il-cielo-coi-diamanti, infatti, è un indie folk che prosegue sulla scia luminosa della nuova leva cantautoriale femminile esplosa negli ultimi anni, con Sharon Van Etten e Courtney Barnett a guidare una lunga lista di nomi più o meno caldi come Weyes Blood, Aldous Harding , Cate Le Bon,  Angel Olsen, Natalie Prass, Marissa Nadler e chi più ne ha più ne metta. Tra tutte, la Dacus sembra mostrare, almeno dal vivo, una vena chitarristica più distorta e più accentuata delle altre, che in alcuni momenti esplode in un vero e proprio tripudio di chitarre alla Radiohead  prima maniera, altezza The Bend (vedi le conclusioni strumentali di Timefighter  e Night Shift).

Una piacevole sorpresa che scalda il pubblico in attesa della portata principale della serata: i Jawbreaker appunto, conosciuti anche come “la piccola band che potrebbe, ma sarebbe meglio di no (“the little band that could, but would probably rather not”) oppure come il gruppo punk dai cognomi impossibili – Blake Schwarzenbach (chitarra, poesia e voce) Chris Bauermeister (basso) e Adam Pfahler (batteria). Non a caso Il termine jawbreaker in inglese ha tre significati e uno di questi è appunto “parola difficile da pronunciare”; gli altri due, invece, si riferiscono a una macchina per schiacciare il ferro e a un tipo di caramelle “spaccadenti”, dure all’esterno e dolci all’interno. Un tris di significati che calza a pennello per descrivere le varie anime del gruppo.

Un gruppo che, come dicevamo, sarà stato anche piccolo piccolo, ma se solo avesse avuto un po’ più di fortuna sarebbe potuto diventare enorme, essendo una sorta di versione letteraria più intelligente, sensibile e coinvolgente di qualsiasi altro gruppo punk in circolazione all’epoca. Del resto, il singolo spacca-classifiche per fare breccia nell’heavy rotation di Mtv ce l’avrebbero anche avuto ed è proprio con quello che solitamente aprono (o chiudono) i loro concerti. Non sta volta però! Boxcar, infatti, pur essendo prevista come canzone di chiusura della scaletta milanese, non viene eseguita e rimane una vera e propria bomba a orologeria inesplosa che fa storcere naso (e orecchie) a una parte del pubblico. La forza di questo pezzo non è data solo dalla sua immediatezza, ma anche e soprattutto dal fatto di rapresentare un atto di ribellione verso la stessa scena punk all’interno della quale sono cresciuti i suoi autori, cioè quella californiana, strettamente legata alla Bay Area e al triangolo immaginario che collega San Francisco, Oakland e Berkely (sulla quale è stato girato anche un bel documentario, prodotto dai Green Day e narrato dalla voce di Iggy Pop, difficilmente reperibile in Italia,  ma che vi consigliamo ugualmente di recuperare The Story Of East Punk).

Se cercate qualche live in rete vedrete che Blake spesso introduce questo pezzo come “the shitty things people in the punk scene do to each other” (le cose schifose che le persone all’interno della scena punk si fanno l’un l’altra) lanciando un chiaro atto d’accusa contro tutti quelli che hanno trasformato un movimento basato fondamentalmente sul rifiuto delle regole, in una scena governata da precisi codici comportamentali da seguire. Blake non si è mai voluto adattare alla lunga lista di principi contraddittori che cercavano di stabilire a tavolino cosa è punk e cosa non lo è. E il suo non è certo un pensiero isolato. Keith Morris, Il primo cantante storico dei Blag Flag, chiarisce bene questo concetto nella nuova serie Tv dedicata al “PUNK!” (dietro alla quale c’è sempre lo zampino di Iggy Pop, sta volta in veste di produttore) andata in onda sul canale statunitense Epix; e pure John Doe degli X lo dice chiaro e tondo nel suo memoir Storia vissuta del punk a Los Angeles:

i punk stavano sempre lì a discutere su cosa fosse figo e cosa no e su cosa fosse punk e cosa no”.

L’incipit di Boxcar ovviamente lo dice meglio, o se volete in maniera più “poetica” (passatemi il termine o andatevene affanculo, sì anche questo è molto punk):

You’re not punk, and I’m telling everyone.
Save your breath, I never was one.
You don’t know what I’m all about.
Like killing cops and reading Kerouac

Si tratta di un botta e risposta (tipico del songwriting di Blake) in cui il primo interlocutore viene ridicolizzato dal secondo insieme a tutta la scena d’appartenenza. Nella seconda parte c’è anche un chiaro riferimento a un gruppo punk locale leggendario come i Millions Of Dead Cops e allo scrittore della Beat Generation Jack Kerouac, su cui torneremo più avanti quando sarà il momento di Condition Oakland, un pezzo epocale che  marca la differenza tra “gruppo punk tradizionale in stile Ramones” ( One, two, three, four / Who’s punk? What’s the score?) e  grande band di livello assoluto.

Prima di arrivarci però, gli ex-ragazzi ci portano – un po’ per mano e un po’ a calci sonori nel culo – lungo tutto il percorso della loro breve, ma intensissima carriera musicale, che nell’arco della serata tocca tutte e quattro le sue tappe fondamentali:

dagli esordi più emo di Unfun, a quelli più oscuri e sperimentali di Bivouac, passando per l’album capolavoro 24hour Revenge Therapy, fino ad arrivare al collasso di Dear You – il tanto dibattuto album prodotto da una major (La Geffen), cioè quello che sulla carta avrebbe dovuto lanciarli nell’olimpo dei grandi numeri e che invece li portò al tracollo e allo scioglimento prematuro.

Nel repertorio eseguito a Milano ci sono veri e propri inni al monologo interiore, che non ce la fa più a restare chiuso dentro e straborda fuori dalla bocca. Come nel caso di Jet Black, di Accident Prone e soprattutto di Want che in realtà è un monologo composto soltanto da tre parole. Ma siccome stiamo parlando di un gruppo per il quale le parole sono fondamentali, queste vengono prima (stra)caricate di significato e sofferenza attraverso una serie di immagini tragiche: ci sono vascelli bruciati da segreti oscuri (Dark secrets burn their vessel), pezzi di cuore disintegrati dal silenzio (Chunk of heart destroyed by quiet) e altre immagini simili che vengono trascinate per tutta la canzone fino alla liberazione finale, che è un invito a urlarle queste maledette parole prima che ci uccidano (“yell it out before it kills you now” ). Sono solo tre parole. Ma sono tutto quello che abbiamo (e che vogliamo dire): “I – Want – You”.

In confronto il famoso pezzo omonimo di Bob Dylan contenuto su Blonde on Blonde (usato anche da Todd Haynes  in una delle scene più belle di “I’m Not There” con Heath Ledger e Charlotte Gainsbourg) è una passeggiata di salute.

Quello dei Jawbreaker invece è un viaggio interiore che ti lacera e che prosegue su una barca che il mare non l’ha mai visto e se lo sogna di notte dall’alto di una collina. The Boat Dreams From The Hill è uno dei pezzi più tirati e più amati dal pubblico che si scalda e urla a squarcia gola I wanna be a boat, I wanna learn to swim sebbene a un primo ascolto distratto del testo non si capisca bene come qualcuno possa desiderare di essere una barca antropomorfa, che non ha mai avuto un’occasione nella vita ed è ormai vecchia, in disuso, ancorata a terra e prossima alla pensione come il suo proprietario intento a ristrutturarla.

La risposta, my friend, sta volta non sta soffiando nel vento – che pure accompagna questa serata milanese all’aperto – ma si trova nella pioggia ancorata anch’essa ai versi finali della canzone e in particolare a quelli che “fanno piovere la meraviglia giovanile” –Sometimes rainy days drop boyish wonder –  e che proprio grazie a questa meraviglia, che da secoli spinge l’essere umano verso la filosofia  (vedi Aristotele, Metafisica, 982b-983a), ci spingono in qualche modo al rinnovamento, a cambiare faccia(ta) e a diventare qualcosa di nuovo: “Begin Again” dice, pensa e urla Blake alla fine del pezzo e ora che ne siamo certi, lo diciamo, pensiamo e urliamo anche noi.

Certo può sembrare un atto disperato. Ed è per questo che un altro dei pezzi più coinvolgenti della serata “Ache”una Boulevard of Broken Dreams più sincera e pura – comincia proprio con questa affermazione: “I believe in desperate acts”  e prosegue con un altro botta e risposta sottolineato dal “cambio” di voce tra un verso e l’altro e dall’andamento più rallentato di tutti gli strumenti:

the kind that make me look stupid, Look like a fool
Just keep reinventing myself, it’s move or die
I change my form

Non c’è alcuna paura di apparire come degli stupidi o dei folli, lo capiamo guardandoci in faccia e scambiandoci sorrisi di approvazione tutti noi che siamo qui appoggiati alla transenna, mentre cantiamo con convinzione assoluta versi fatti di contraddizioni e di opposti come So right, so wrong / another winter’s coming on / You win, you lose / it’s the same old news ) e tanti altri che messi nero su bianco potrebbero sembrare ridicoli, come quelli della successiva Jinx Removing, ennesima storia d’amore finita male a cui non ci si vuole rassegnare:

I love you more than I’ve ever loved
anyone before, or anyone to come.

Ed è in quell’anyone to come , che può sembrare stupido e adolescenziale, che sta tutta la differenza. Come si può amare qualcuno più di qualcun altro che deve ancora arrivare? Non si può, ma si può pensare che si può.  E se nel Re Lear di Shakespeare il folle alla fine è quello che dice la verità, per il Re delle Chesterfield (Chesterfield King sarà il primo dei due bis) i folli  sono quelli descritti da Kerouac in On The Road:

per me  l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh”.

Questa passione/ossessione per Kerouac diventa ancora più tangibile in Condition Oakland che ci appare come il monolite di 2001 Odissea nello spazio o più semplicemente come il miracolo che è. Un pezzo monumentale senza la cenere  –Ashtray Monument è forse l’unica altra grande assente della serata insieme a Boxcar– dei bracieri su cui ardono i tramonti della California: quel “The Clarity of Cal to break you heart” che, dopo il muro di suono iniziale, emerge in tutta la sua nitidezza dalla lettura del racconto sperimentale “Ottobre nella terra della ferrovia”, piazzato lì in mezzo quasi a caso, come qualcosa che non c’entra niente e che invece c’entra tutto. La leggenda vuole che mentre i ragazzi si trovavano in studio per incidere il pezzo a un certo punto abbiano deciso di accendere la radio in cui era contenuta questa cassetta con la registrazione di Kerouac accompagnata al piano da Steve Allen: incredibilmente le note del piano erano nella stessa chiave della canzone e il punto in cui è è partito il nastro era proprio quello in cui le parole di Kerouac dicono che “tutto confluisce”. Quelle stesse parole poi si perdono nella descrizione di “meravigliosi squarci di nuvole sopra i vicoletti, della tristezza di fineterra  e dell’allegrezza di finemondo”, sposandosi così in maniera perfetta con la gloriosa coda strumentale, puramente noisy, che fa svanire la canzone insieme alle sue immagini come se fossero parti integranti di una lunga dichiarazione d’amore alla bellezza della California.

Davanti a una canzone del genere non possiamo far altro che sentirci immensamente piccoli o, per usare un’altra immagine di Blake poco adatta al linguaggio del punk duro e puro, siamo come una bustina di tè nell’oceano.

Un’altra canzone che annichilisce gli ascoltatori è quella con cui Blake ci invita a proteggerci gli occhi: Shield Your Eyes è un pezzo che racconta la storia di un uomo che a furia di fissare il sole ha perso la vista e ha ricevuto in cambio il dono della conoscenza:

There was a sun once.
It lit the whole damn sky.
It kept everything,
everything alive. 


And there was a man once.
He looked it straight in the eye.
He saw everything.
Everything. He went blind.

Si tratta di una riflessione sulla conoscenza che nell’antichità veniva spesso associata alla cecità per cui gli indovini erano quasi sempre ciechi, come se fosse necessaria questa rinuncia per poter sapere le cose che gli altri non sanno e vedere le cose che gli altri non vedono ed è anche la stessa cosa che succede nella mitologia greca ad Edipo quando si cava gli occhi dopo aver scoperto chi sono i suoi veri genitori e a cui giunge anche John Milton ne Il Paradiso Perduto riflettendo sulla sua  condizione. Ed è proprio questo senso di smarrimento perenne a cui è condannato l’uomo che ritroviamo anche nelle canzoni dei “Jaw”.

Infine l’altro grande tema, ovvero l’amore, quasi sempre incerto o andato a male, viene ripreso in maniera particolare dalle ultime due canzoni, ovvero Chesterfield King e Kiss the Bottle, due superclassicissimi della band che scatena l’ultimo pogo selvaggio prima di congedarsi con un verso emblematico:

I kissed the bottle.
I should’ve been kissing you.

Ma quindi cosa c’entrano alla fine i Jawbreaker con i Nirvana? Perché questi due gruppi vengono spesso associati?  Le ragioni potrebbero essere molteplici, ma non essendo questa la sede più opportuna per affrontare questo tipo di analisi ci limiteremo a citare tre perchè legati a dei punti di contatto oggettivi: innanzitutto perché il loro disco migliore 24 Hours Revenge Therapy è stato inciso da Steve Albini (cioè dallo lo stesso produttore di In Utero), in secondo luogo perché entrambi i gruppi quando incisero per una major furono visti come dei traditori dai fan della prima ora e lust but not least perché alla fine con i Nirvana i Jawbreaker ci andarono anche in tour per sei date. Fu lo stesso Kurt Cobain a volerli. E quello fu il loro periodo di massimo splendore. Prima che andasse tutto a rotoli e le relazioni – sia quelle interne alla band che quelle esterne con i fan – si spezzassero.

Ed è forse proprio questo tema delle relazioni spezzate che tiene insieme tutte le canzoni dei Jawbreaker in un meraviglioso ossimoro concettuale. A questo proposito, a Zagabria, proprio all’angolo di una tranquilla stradina della città alta, si trova una delle più grandi collezioni del mondo di relazioni interrotte: il Museum of Broken Relationships. Si tratta di un museo sociologico che raccoglie migliaia di oggetti donati da tutte le parti del mondo e appartenenti a relazioni d’amore finite, di cui i legittimi proprietari hanno deciso di disfarsi per non soffire. Puoi trovarci di tutto: braccialetti, portachiavi, libri, dischi, pupazzetti, vestiti, lettere, cartoline, persino un tappo di sughero stappato a capodanno che è andato a colpire la persona  giusta e invece era sbagliata, qualsiasi cosa a cui sia stato dato “quel” significato particolare oltre al valore intrinseco dell’oggetto in sé. In un certo senso tutte le canzoni dei Jawbreaker che abbiamo sentito stasera hanno quel significato particolare e non fanno altro che andare a comporre una grande collezione delle relazioni spezzate itinerante.

Speriamo soltanto che almeno le canzoni non si spezzino mai.

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