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Grace di Jeff Buckley compie 25 anni

Grace di Jeff Buckley usciva il 23 agosto 1994, 25 anni fa, dopo molti rimandi. David Bowie ne parlava così: “E’ uno dei dieci dischi che porterei su un’isola deserta”. Grace si avvicina in maniera paurosa al concetto di bellezza universale, così da essere, come diceva il Duca Bianco, uno dei lavori imprescindibili per gli amanti della musica, un oggetto che non deve mancare in nessuna stanza, macchina, in nessuna casa e, in quest’era digitale, in nessun laptop o telefonino della terra.

25 ANNI FA…
Jeffrey Scott Buckley se ne andò secondo l’immagine indelebile che ci ha lasciato: in maniera innocente, poetica e rock & roll. Keith Foti era il nome del roadie che guidava il camioncino che avrebbe portato Jeff agli studi di registrazione, dove il lungo e travagliato lavoro di composizione del successore di Grace si protraevano tra difficoltà e aspettative gigantesche. “Fermati”, gli ha detto Jeff all’improvviso, colpito da chissà quale voglia o ispirazione generata dalla vista delle acque del Wolf River, affluente del maestoso Mississippi. Così come era vestito, con stivali jeans e maglietta, e canticchiando il ritornello di Whole Lotta Love dei suoi amati Led Zeppelin, si immerse in quello scorrere senza sosta, svanendo per poi ricomparire senza vita, qualche giorno dopo. Era il 29 maggio 1997. Un battello passando di lì aveva creato un mulinello fatale che risucchiò il Nostro nell’oblio, condannando i suoi fan ad una mancanza eterna e una domanda che li avrebbe accompagnati fino alla fine dei loro giorni: cosa sarebbe stato se…

Cosa sarebbe stato Jeff Buckley oggi? Che strada avrebbe preso la sua arte una volta terminati gli anni ’90? Come avrebbe vissuto e musicato la decadenza del genere umano e la morte del mondo che lo ospita? Quanto diverso sarebbe stato Sketches For My Sweetheart The Drunk se lo avesse portato a compimento invece della versione abbozzata che abbiamo tra le mani? I suoi gusti e le sue ispirazioni si sarebbero evolute, aggiornate, o sarebbero rimaste per sempre quelle che tanto emergono nei suoi lavori (dai già citati Zeppelin a Bob Dylan, Leonard Cohen, i The Smiths, passando per Èdit Piaf, Van Morrison e Nina Simone)?

Mai avremo risposta, perché la disgrazia ha dato valore e unicità ad un’opera d’arte che è una pietra miliare della musica. Non ci sarà mai un seguito a Grace a ridimensionarne autori, note e composizione. Tutte le uscite satelliti al pianeta Grace non fanno altro che illuminare come fari la magnificenza di quell’unico capolavoro. Live, retrospettive e anche quella raccolta di materiale non definitivo dal nome Sketches For My Sweetheart The Drunk. Incapsulato in una bolla poetica lontana anni luce da tutto il resto, in quel 1994 a dir poco turbolento per la musica mondiale, con il suicidio di Kurt Cobain e il grunge che, tra una tragedia e l’altra, sfornava capolavori a profusione. Grace in questo marasma non fa il botto, ma pian piano diventa un lavoro onnicomprensivo proprio perché non è rinchiuso in nessun genere, filone o moda.

IL DISCO
Con l’unica eccezione del rock selvaggio e vagamente street di Eternal Life (che nella versione Legacy dell’album del 2004 uscirà ancora più sporca e cattiva sotto il nome di Road Version) tutto il disco ha un’atmosfera sognante, estremamente romantica, dove punte di meraviglioso alternative rock rendono il tutto mai sdolcinato, sempre potente e indomito. Un sound talmente ispirato e riuscito, anche grazie al magnifico lavoro in mixing di Andy Wallace (lui che ha messo mano anche a Nevermind dei Nirvana) che lascia di stucco quando si realizza che ben tre canzoni sono in realtà delle cover.

Una tra queste è sempre tirata in mezzo in uno dei più diffusi discorsi da rocker, ovvero quello sulle “cover che forse sono meglio dell’originale”, anche quando questo pesterebbe i piedi a pilastri della musica o peggio al loro ricordo, come nel caso di Hallelujah di Leonard Cohen.
Ma l’evidenza è spietata, nel caso del gospel religioso come in Lilac Wine di James Shelton, e della versione presa a modello di Nina Simone come del canto tradizionale Corpus Christi Carol, trasformata dal falsetto di Buckley in un canto etereo che riesce a smuovere i più scettici nel ponderare l’eventualità che esista qualcosa di trascendentale alle esperienze terrestri.

Il sodalizio con il virtuoso chitarrista Gary Lucas ha prodotto la parte più squisitamente alternative di Grace, grazie alla co-scrittura di Mojo Pin, che apre il disco, e della bellissima title track. Due commistioni di generi che creano una sospensione dai generi stessi. Mojo Pin è un inizio impareggiabile con l’arpeggio di chitarra e il falsetto che tra le note si insinua, così tenue e delicato ma al tempo stesso deciso e ispirato, da rendere arduo credere sia prodotto di mente e possibilità umane.

Sensazione che si protrarrà per tutte le dieci tracce (è rimasta fuori Forget Her, presente nella versione Legacy), il tutto ispirato nel bene e nel male dall’amore, per Jeff materializzato nella figura dell’attrice musicista Rebecca Moore, vera e propria musa in questo suo periodo artistico. L’ascolto di Lover, You Should Have Come Over è un’esperienza catartica, una canzone da dedicare ad ogni amore che passerà nella vostra vita. Ogni volta diversa, ogni volta in egual misura dolorosa e salvifica. Le note di Grace, una volta ascoltate, non vi lasceranno più. Il giro di basso di Last Goodbye, con il suo ritornello in falsetto (“Kiss me, please kiss me, but kiss me out of desire, babe, not consolation…“) è un dolce miele che avvolgerà ogni disperazione legata ad un rapporto finito. So Real, dall’incedere drammatico e potente, lascia spazio al finale affidato al teatro onirico di Dream Brother, con l’ennesimo arpeggio indimenticabile di chitarra e una drammaticità lirica che cresce progressivamente e si insinua nell’ascolto come mercurio fuso.

E OGGI…
Jeff esplose grazie alla celebrazione del padre Tim, e non solo per la prestazione canora che offrì nel 1991 in un concerto in suo onore. Anche al fatto di esserne stato separato sin da piccolo, quando il genitore gli ha preferito l’arte e la ricerca della notorietà artistica. La sua morte lo ha spronato non solo a prenderne il posto e a seguirne le orme, ma a superarlo. Il suo percorso artistico appare così onesto e sincero, guardando come Grace sia circondato da un substrato musicale formato da live e raccolte che testimoniano il suo amore per la musica e per tutti gli artisti che gli sono stati d’ispirazione.

Decine di cover sono state immortalate nei suoi live prima, durante e dopo la notorietà. Live immensi come il Mistery White Boy tour registrato nell’album omonimo, quello che invece racconta gli esordi sperimentali al locale Sin-é (con gli abbozzi delle canzoni che sarebbero state impresse su Grace) si trova nel fantastico doppio album Live @Sin-é dove Jeff canta e suona la chitarra accompagnato solo dal suo amplificatore, con i rumori del pubblico che sferraglia con le posate mentre mangia, magari ignaro di avere davanti un futuro messia della musica.

Lo stupefacente marasma del seguito incompiuto Sketches For My Sweetheart The Drunk, incompleto non tanto quantitativamente ma in maniera più profonda, approssimativo negli intenti, indeciso su quale direzione impostare un futuro di grandezza. Infine ricordiamo la raccolta ricolma di cover del più recente You And I del 2016. Sono stati annunciati molti altri live che approderanno nelle piattaforme digitali per ampliare ulteriormente un universo artistico amputato prematuramente ma nonostante questo enorme e bellissimo, dove Grace rimarrà per sempre il perno artistico irraggiungibile, impareggiabile, risplendente di luce propria.

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