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Defenders Of The Faith dei Judas Priest compie 35 anni

Chissà chi ha coniato il termine ‘heavy metal’. L’internet è grande e di sicuro pure Wikipedia avrà una pagina tutta dedicata all’etimologia. A me è sempre piaciuto pensare che, nel genere più che nel termine in sé, i Black Sabbath ci abbiamo messo l’ “heavy” e i Judas Priest il “metal”. Il sound robusto della doppia ritmica, le schegge nei duelli delle due chitarre soliste, le incredibili bestie meccaniche nelle copertine, le borchie del cantante…

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35 ANNI FA…
Dopo anni di gavetta nei ’70, dopo la soddisfazione e i riconoscimenti ottenuti con British Steel, dopo finalmente il meritato successo commerciale di Screaming for Vengeance, gli inglesi siglano definitivamente la loro leggenda con Defenders Of The Faith: un disco che, a partire dal titolo, diventerà sinonimo di Metallo Puro e Incontaminato.

IL DISCO
Quando il precedente si apriva con l’epica The Hellion, qui non c’è tempo da perdere e si va subito al sodo: Freewheel Burning, nel 1984, è velocità della luce, e rimane uno dei pezzi più spezzacollo, carismatici e impegnativi della band (chiedete a Rob Halford se ha voglia di cantarla). Fa il paio con Jawbreaker e il suo riff speed metal nel gettare le basi di parecchia musica pesante a venire. Rock Hard Ride Free, pur abbassando la velocità e spostandosi in territori più orecchiabili, è il pezzo più lungo del disco e ha tutti gli elementi dei Judas Priest migliori: ottima strofa, gran riff, parte quasi progressive con duelli di assoli e ottime melodie.
A proposito di progressive, il lato A si chiude con The Sentinel: forse il più grande pezzo epico scritto dai Judas (prima di sbandare paurosamente con Nostradamus), una mini-opera piena di atmosfera, sangue e chitarre, ideale se siete a corto di munizioni durante un agguato. Curiosamente nello stesso anno usciva Powerslave degli Iron Maiden: quando l’epico dei Maiden però sono 8 brani in 51 minuti, i Judas ne piazzano 10 in 39. Dritti al punto, insomma. Il metallaro cinquantenne vi direbbe senza alcun dubbio “Si, mh, bravini gli Iron Maiden. Ma i Judas Priest erano gli originali”.

Registrato nuovamente ad Ibiza e completato negli USA, Defenders of the Faith continua la serie di album ‘americani’ della band, dove il sound è più compatto, effettato e secco rispetto agli esordi.
Il flirt con il pubblico americano è ancora più evidente nel lato B, anche solo per Some Heads Are Gonna Roll, commissionata ad un autore di robetta da rocchettari USA del periodo. Chissà poi perché al colossale Live Aid suoneranno a Philadelphia, non a Londra. Tornando al disco, Love Bites è il singolo che non ti aspetti, un’anomalia nella loro discografia: una struttura e un riff minimale, su cui si incastrano nell’ottima seconda parte una serie di chitarre effettate…antipasto del terremoto nel sound che arriverà in un paio di anni.
Eat Me Alive sarebbe potuta essere solo un’altra buona canzone veloce con un’ottima strofa, ma gli americani la resero un caso mediatico. Additata dalla PMRC (l’organismo di controllo superbigotto USA che invento gli sticker ‘contiene parolacce’ da appiccicare sui dischi), inserita in un elenco di brani indesiderati (tra cui roba di Prince, Twisted Sister e WASP), venne accusata di dipingere una scena di sesso orale dietro minaccia armata. Ah, gli americani e la loro fobia per il sesso.
Avessero saputo dei gusti del buon Rob Halford, avrebbero intuito il vero significato di una strofa come “Bound to deliver as you give and I collect, squealing impassioned as the rod of steel injects”. Fossero tutte rose e fiori. Purtroppo queste noie da paolotti repressi non saranno niente rispetto alla causa che li porterà in tribunale con l’accusa di aver indotto un omicidio. Ma questa è un’altra storia.

…E OGGI
Defenders of the Faith è un pezzo di storia, è l’ultimo capolavoro anni ’80 dei Judas e chiude un’era. Gli si perdona un lato B un po’ sottotono, frenato dall’obbligatorio lentone (Night Comes Down) e dall’accoppiata Heavy Duty/Defenders of the Faith che è in realtà un mini-finale fatto per interagire con il pubblico. E’ una bella lotta stabilire quale sia il migliore tra Screaming for Vengeance e Defenders of the Faith…ma se il termine ‘defender’ è usato ancora oggi, un motivo ci sarà. I Priest nel frattempo sono ancora in circolazione sui palchi di mezzo mondo. A dispetto di problemi di salute, età e incomprensioni, la band non fa passi indietro, per lo meno nella resa live. Memorabile, in questo senso, il concerto dei Nostri a Milano (Rho Fiera) al Gods Of Metal 2011.

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