Onstage
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Hotter Than Hell dei Kiss compie 45 anni

In un mondo di playlist di Spotify e discografie a portata di click, è sempre difficile avere la voglia di recuperare un album intero. Soprattutto se è di 300 anni fa. Soprattutto se si sente da schifo. Questo è uno di quei dischi, ed è uno dei migliori mai fatti dai Kiss, a partire dalla storica e stilosissima copertina in stile Giapponese.

Siamo nel 1974. I Kiss hanno già pubblicato un album a inizio anno e sono costantemente in tour. Il debutto però non è andato come previsto nonostante, col senno di poi, contenga un sacco di classici del loro repertorio: non decolla in classifica, si da la colpa al sound troppo pulito e leccato, inadeguato a replicare la forza d’urto della band dal vivo.
In Agosto quindi la band newyorkese segue i produttori a Los Angeles, con l’obiettivo di far uscire a Ottobre il secondo disco, a soli 8 mesi dal precedente.

La trasferta sarà traumatica, con i produttori spaesati e con i membri della band a disagio in mezzo ai fricchettoni californiani (la leggenda narra anche della chitarra di Paul Stanley, rubata tre secondi dopo l’atterraggio). Per caso, o per scelta, il sound del secondo disco sarà diametralmente opposto a quello del predecessore, e niente altro nella loro discografia suonerà così: suona grezzo, ruvido, imperfetto, cacofonico, quasi a livello di demo. Sarà per questo che è il preferito dei metallari, o anche perché ha dentro dei gran riffazzi.

Got to Choose e Watchin You, cantate da Stanley e Simmons rispettivamente, hanno del grande groove, una sezione ritmica scioltissima e una gran cazzimma. Nonostante gli ululati di Stanley, riescono a tenere il testosterone altissimo. Assieme alla title track e al suo riff quadrato e cadenzato, incastrano l’album tra i capolavori di proto-heavy metal anni ’70. E’ un peccato che il disco abbia avuto scarsa visibilità all’epoca: la title track stessa e il suo verso quasi rappato anticipa di un paio di anni buoni Walk This Way degli Aeromisth, ricordata come pioneristica nel fondere rock e rap.

Certo si parla sempre di correre dietro alle sottane, ma Simmons è in grado di portare una semi-ballad dal verso quasi dissonante, che racconta l’amore impossibile tra una minorenne ed un ultra-novantenne (qualcosa mi dice che potrebbe anche diventare autobiografica). A lui comunque andrà Let Me Go, Rock ‘n’Roll, singolo del disco e tra le più suonate dal vivo: un trascinante “rocknrolle” che più classico non si può e pertanto non ci tedia prendendosi solo due minuti e poco più. Inutile dire che Simmons non ha MAI imparato il testo e tuttora dal vivo è in grado di scazzarla.

La vera parte da leone però la prende la grande ascesa di Ace Frehley, il chitarrista solista. Ancora a disagio con le sue capacità canore (se ne farà una ragione), si limita a comporre due grandissimi pezzi per poi lasciarli cantare ad altri. Parasite (cantata da Simmons su disco) è uno dei riff migliori della band, se non del rock: riff portante frenetico e disperato, con la batteria a seguirlo paro paro, fino a sfociare in un altro grandissimo riff per la parte dell’assolo. Strange Ways (cantata da Peter Criss, che si sgola a dovere) ha dentro il miglior assolo del chitarrista spaziale. Di entrambe trovate le versioni metal metal, chiedete ad Anthrax e Megadeth. Frehley impiegherà qualche anno a trovare lo slancio per cantarle dal vivo, ma è innegabile che il suo contributo renda il disco qualcosa di davvero speciale.

Anche le tracce meno note, come All The Way e Coming Home sono dei divertenti hard rock dai riff quadrati, e il tutto è un dieci pezzi da 33 minuti di puro divertimento settantiano.
Il disco andrà pure peggio del debutto (anche per colpa della distribuzione, c’è da dire), costringendo la band a tagliare il tour e correre di nuovo nello studio per un terzo, disperato tentativo. Spoiler: andrà pure peggio, ma questa è un’altra storia.
Tanto vale prendersi mezz’ora e alzare il volume A PALLA, che in questo modo i suoni grezzi ci guadagnano solamente, e scatenarsi un po’ con il sound di quando i Kiss erano magri perché non avevano da mangiare.

Marco Brambilla

Foto di Francesco Prandoni

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