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25 anni fa usciva il primo album dei Korn

Korn: il disco d’esordio della band di Jonathan Davis compie 25 anni. L’anno in cui muore Kurt Cobain è lo snodo della storia che vede la fine di un genere e la nascita di un altro. Il grunge chiude i battenti, anche se le sue scorie andranno avanti e si propagheranno fino ai giorni nostri come le onde create da un sasso lanciato nel mezzo di uno stagno. Nasce al contempo un genere nuovo denominato nu metal di cui Korn è da considerare non solo il punto di partenza ma ad oggi uno dei più alti esempi di exploit in generis, tanto da indurmi ad una riflessione funambolica sul concetto di classico della musica.

25 ANNI FA…
Questi sono i giorni in cui il mondo sociale è condizionato a livello di massa dall’arte espressiva pop. Non capita spesso. Quando succede, però, riprende vita nel suo incedere ciclico il dibattito su arte alta e bassa. Quando si mescolano è da considerare sacrilegio? E’ giusto creare dei confini di competenza o l’arte ha bisogno di variare tra i generi e tra le classi, fosse solo per un concetto di pura sopravvivenza? Con la sola élite non si campa. Vale per la musica e per il cinema.

Allora se in questi giorni Scorsese si scaglia contro i film derivati dai fumetti definendoli “Giostre da parco dei divertimenti, non Cinema” dobbiamo traslare la diatriba anche nella musica rock? Pensiamo agli album considerati classici, e proviamo a riflettere perché vengono definiti tali.
E’ uno status che deve essere largamente condiviso, a livello globale e trasversalmente nell’arco di più generazioni.
Gli album classici devono essere la punta estrema di un genere e di un movimento, il limite invalicabile e irraggiungibile al quale si deve ambire ad arrivare, ma sempre almeno un passo dietro. Sono quegli album che sbucano ad ogni recensione, a cui sempre si torna per giudicare il presente. Korn aderisce a tutte queste caratteristiche all’interno del suo genere. Il nu metal è il suo campo e lì dentro lui è a tutti gli effetti un classico.

E’ possibile sdoganare questo suo status al di fuori del contesto nu metal? Eccoci al dibattito tra arte bassa e alta. Molti, moltissimi ritengono che il nu metal sia un genere puramente commerciale. Una “marchetta”. Non sono qui a dire che non sia vero, o a cercare di dare nobiltà ad un filone che ha regalato molto divertimento e al contempo non poche cose imbarazzanti, fuori fuoco, effettivamente poco più che mere operazioni commerciali. Ma Korn inteso come suo manifesto, cerimonia di iniziazione ed esponente più illustre e acclamato, è a tutti gli effetti un’opera di rilevanza musicale e di critica del sociale.

Un ritratto crudo e rabbioso del dolore, un’opera sofferta che non può essere vista come semplice esercizio di stile o commerciale. Sanguina ad ogni nota e fa spillare lacrime e sofferenza quando un pezzo di questi viene riprodotto sul palco dalla band, in primo luogo dal compositore delle parole che nelle canzoni descrivono quel parco degli orrori fatto di soprusi e di infanzia corrotta dalla perversione del mondo adulto. E’ a tutti gli effetti un’opera d’arte e così va considerata. I confini sono quelli del nu metal, e la scarsa considerazione data all’etichetta non ne scalfisce il valore, portando Korn ad essere ben considerato da tutti i colleghi illustri del genere metal nella sua totalità.

Per tantissimi giovani fan del grunge, negli anni ’90, l’avvento dei gruppi nu metal è stata una continuità naturale. Per un allineamento di mood e di tematiche, i grandi pionieri del genere, che oltre a Korn si chiamavano Deftones e Rage Against The Machine (i Tool meglio lasciarli in disparte perché ogni volta che vengono presi in causa i discorsi tendono ad allungarsi all’infinito), sono andati a sostituire nel cuore dei teenager i vari Nirvana, Soundgarden, Alice In Chains. aiutandoli spesso ad esorcizzare quelle insicurezze di fine millennio che oggi fatichiamo a ricordare ma che c’erano.

A livello macro sociale si sentiva l’incombere della fine del millennio e un devastante divario di incomunicabilità tra generazioni, tra genitori e figli. E’ proprio in questa landa di desolazione e rabbia che si sono posizionati la miriade di gruppi che nell’era nu metal si sono moltiplicati. Il sound rispondeva a tutte queste esigenze mescolando più generi, più linguaggi. Così il metal per la rabbia e le svariate soluzioni stilistiche per dare voce a tutte le sfaccettature di una generazione. Rap, funky, jazz, musica tribale e folkloristica. Korn è ancora inserito nel tempo del grunge, ma il sound di Seattle è condannato. E’ tempo di aria nuova, è il tempo dei Korn.

IL DISCO
Non so voi, ma a me piace girare tra i pochi negozi di dischi rimasti e guardare le copertine. La copertina spesso dice molto più del semplice impatto visivo.

Colorate, provocatorie, nell’era dello scaffale e del supporto fisico spesso attiravano il potenziale acquirente. La copertina di Korn è stata, ed è tuttora, una di quelle che in quel marasma di figure emerge con più prepotenza, proprio come il sound del disco che contiene.
Nel caso dell’omonimo album della band, l’artwork è parte integrante del concept che regge tutte le tracce e le tematiche. Eccoci di nuovo ad usare un termine, quello di concept album, di solito usato per episodi di musica alta.

State pensando ai Pink Floyd no? I Korn hanno irriverentemente coverizzato proprio Another Brick In The Wall e la propongono spesso e volentieri live. Nell’album d’esordio la copertina dice tutto sul concept tematico. La ricordate? Una bambina in un parco giochi, seduta su un’altalena, guarda una figura che la sovrasta e che è fuori campo. Noi però vediamo la sua ombra, che copre minacciosa la bambina. Sul retro del cd la stessa altalena è ora vuota, nessuna ombra. I due non ci sono più, ed è lasciato all’osservatore immaginare il proseguo della scena immobile, e non presagisce nulla di buono.
L’adulto è un mostro che distrugge l’infanzia con la sua violenza, con la sua cupidigia e le sue depravazioni. Korn parla di innocenza rubata e distrutta in maniera drammatica, brutale. Parla di violenza, di soprusi e di cicatrici che non possono essere guarite da nulla. Non dal tempo, non dai sentimenti o dall’empatia comune. Non c’è modo di esorcizzare il dolore se non interiorizzandolo e sputandolo fuori con rabbiosa sincerità. In questo, l’album diventa un’opera d’arte della sofferenza e in quanto tale universalmente condivisibile.

Quando si parla di concept, quello vero, la tematica centrale permea tutti gli strati comunicativi dell’opera e così è in Korn. Non solo le parole ma anche i suoni e le scelte strumentali. Il ricorrere del motivetto infantile che diventa addirittura vera e propria filastrocca, incastonato in un sottobosco oscuro di violenza sorretta dall’impianto ritmico del batterista David Silveria e soprattutto di Fieldy, le cui slappate al basso sono delle percosse vere e proprie, l’arma della violenza perpetrata al debole.

La voce di Davis è perfetta per veicolare questi concetti, brutale e corrosiva ma al tempo stesso delicata e precisa nelle parti meno distruttive, più opprimenti e colloquiali. Il tema della litania bambinesca è presente in quasi tutto il disco ma diventa esplicita citazione in Shoots And Ladders, dove una serie di filastrocche della tradizione popolare vengono sciorinate una dopo l’altra, da London Bridge Is Falling Down a Ring Around The Rose, il tutto introdotto da uno dei marchi più conosciuti della band, il suono della cornamusa, che fa letteralmente impazzire i fan quando viene imbracciata dal frontman sui palchi di tutto il mondo. Altre filastrocche sporcate in Clown con l’immagine di una delle grandi contraddizioni dell’infanzia, il divertente pagliaccio che spesso e volentieri è una figura terrificante (chiedere a Stephen King).

Il tono si mantiene sempre sul medesimo contrasto, l’innocenza infantile contro la brutalità adulta. Anche le chitarre dei Korn giocano su questo contrasto, dove i riff di Munky sono la durezza crudele della maturità, contro le note devastanti e sofferte di Brian Welch che ricordano il pianto di un bimbo impaurito. Davis detta le linee vocali che verranno prese da esempio da molti altri gruppi in futuro con le sue urla, i suoi versi che vanno dall’ansimare ai rigurgiti gutturali, il cantato ‘scat’ tipico del jazz che gioca a distruggere tutte le strutture metriche diventando quasi un freestyle allucinato. Senza mai abbandonare le melodie da filastrocca (Helmet In The Bush, Ball Tongue).

Non mancano episodi di furia pura, dove dalla miscela spiccano maggiormente gli elementi heavy di FagetNeed To e Fake. Torniamo un po’ a riprendere il concetto di classico. Are You Ready? Esatto. Blind è un classico della band, è un classico del nu metal, è un classico dell’heavy sound.

…E OGGI
Korn è un’opera d’arte nata da un dolore immenso, una ferita insanabile raccontata a cuore aperto da Jonathan Davis, vittima di abusi sessuali in età infantile ad opera di un vicino di casa.

Il pianto presente nella lunga coda di Daddy (pezzo che, come ha più volte precisato il cantante, non accusa di violenze il padre) è autentico e sincero, tanto che è impossibile per Davis proporla al pubblico durante i concerti. Di base una tale sincerità comunicativa basta a sconfessare gran parte dei detrattori del nu metal e basta anche a decretare il successo di un’opera d’arte.

In più con questo album i Korn determinano un’autoidentificazione che tra alti e bassi rimarrà costante (se pur sperimentando di tanto in tanto con elettronica e dubstep) e che verrà copiato da tantissime band seminali quali Disturbed, Limp Bizkit, Machine Head, Linkin Park, Papa Roach e molti altri. Il seme del successo dei Korn proviene da una disgrazia e dalla sofferenza, ma da lì è nato un album seminale e un genere intero che ha fatto guadagnare montagne di soldi alle etichette musicali; ma ha anche esorcizzato i demoni di milioni di adolescenti nel complicato scalino che innalza all’età adulta, scalino che ha fatto inciampare molti.

Korn ha dato un corrimano solido nel corridoio impervio che porta un ragazzo a diventare uomo, con il suo bagaglio di sofferenze e incomunicabilità, che finalmente ha uno sbocco e un codice condiviso con una moltitudine. Il nu metal diventa linguaggio, i suoi fan comunità. E in quel crepuscolo di fine secolo, la solitudine arriva a fare un po’ meno paura.

Daniele Corradi

Foto di Francesco Prandoni

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