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50 anni fa usciva il primo album dei Led Zeppelin

Ad un certo punto in Inghilterra, al tramonto dell’era di bluesmen britannici di successo come Cream e John Mayall, sembra essersi sviluppata una formula gettonata: prendi un chitarrista eccellente che, dopo aver lasciato gli Yardbirds e/o John Mayall, è diventato un dio minore della musica, aggiungici una sezione ritmica adeguata e un bel cantante fighetto in grado di imitare i negher. Nasce così una nuova band di blues britannico, in verità in grado di aggiungere poco rispetto a quanto il suo gemello, la band di Jeff Beck, non abbia già detto –meglio- tre mesi prima. E gli eccessi presenti in Truth di Beck (principalmente l’autoindulgenza e la visione limitata), sono evidenti in maniera lampante nel debutto dei Led Zeppelin.

Jimmy Page, intorno a cui ruotano gli Zeppelin, è in effetti un chitarrista blues incredibilmente navigato ed esploratore dei confini elettrici dello strumento. Sfortunatamente, è anche un produttore parecchio limitato e un autore di canzoni deboli e senza ispirazione, e il disco degli Zeppelin ne soffre dato che lui ne ha prodotto e scritto un’ampia fetta (da solo o in combutta con i suoi complici nella band).

L’album si apre con una sequela di scambi chitarra/sezione ritmica con “Good Times Bad Times” (alla stregua di “Shapes of Things” di Beck), pezzo che sarebbe stato ideale come b-side degli Yardbirds. Qui, come nella quasi totalità del disco, è la chitarra di Page a regalare emozioni. “Baby I’m Gonna Leave You” vede Robert Plant alternarsi nell’ ululare come un’isterica sopra una chitarra acustica e guidare il ritornello sopra una progressione di quattro accordi della band mentre John Bonham picchia i piatti su ogni battuta. Il pezzo ha momenti di pura noia (soprattutto i passaggi vocali), ripetitività e certamente non è degno dei 6 minuti e mezzo che gli Zeppelin gli dedicano.

Il successivo classico blues di Willie Dixon è stracotto: più che venire resuscitato è solo trasformato in una palestra per Page e Plant. “You Shook Me” riesce ad essere più interessante quando, alla fine di ogni strofa l’eco sulla voce di Plant esplode in una piccola esplosione di chitarra fuzzettosa, fino al duello strillato nel finale.

Brano più rappresentativo del disco “How Many More Times”. Qui l’introduzione jazzata fa da strada ad un incessante (benché monotono) muro di chitarra di soffondo per le urla tese e poco convincenti di Plant (che sarà anche principessina come Rod Stewart ma non è neanche lontanamente emozionante, specialmente nei registri più alti). Un buon assolo di Page porta la band a quello che suona come una versione al contrario di “Beck’s Bolero” (scritta –tra l’altro- da Page), poi in un estratto di “The Hunter” di Albert King e infine in una slavina di batteria e grida.

Con la voglia di sprecare il loro notevole talento su materiale scarso, gli Zeppelin hanno confezionato un album che purtroppo ricorda “Truth”. Come la band di Beck sono anche predisposti a ridursi ad uno show di due talenti (o meglio di uno-e-mezzo). Se volessero davvero colmare il vuoto creato dallo scioglimento dei Cream, dovrebbero trovarsi un produttore e del materiale in grado di valorizzarli come band.

Firmato: John Mendesohn, Rolling Stone, 15 Marzo 1969

Sì vi abbiamo trollato.

Per il cinquantesimo anniversario debutto dei Led Zeppelin, invece che il solito brodo di giuggiole, è stato più divertente adattare la recensione originale apparsa su Rolling Stone (notare come non menzioni neppure il proto-punk di Communication Breakdown o quella colonna sonora di un trip che è Dazed and Confused). E ho messo pure “negher” per essere pacato nella traduzione, dato che l’originale usava uno slang ben più denigrante.
Poi ovviamente negli anni seguenti RS piazzerà il disco ai vertici di ogni classifca degli album più strabelli della vita. Guai a fidarsi troppo dei giornalisti musicali…

Detto questo, potete ascoltare Led Zeppelin I non in una ma in tre (meravigliose) versioni: l’originale (magari rubate il vinile al papà o al nonno); il primo remaster degli anni ’90, comunque molto apprezzato; l’ultimo remaster definitivo, ovvero quello del 2014. Tutti ad opera di Page in persona e ideali per chi ha un impiantino da mettere sotto torchio.

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