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Led Zeppelin: i 50 anni dell’album rock più bello di sempre

Ti ci vogliono 800 ascolti prima di capire che non è un’unica canzone: con spernacchiate simili qualcuno aveva il coraggio di sbeffeggiare il secondo capitolo dei Led Zeppelin. Francamente, abbiamo già fatto il giochetto della “recensione sotto mentite spoglie” per l’esordio, in questo caso la voglia di scherzare è pari a ZERO.

Se “rock” vuole appunto dire “roccia”, il disco del 1969 è un monolite, un macigno di importanza storica musicale inamovibile. Da molti considerato il migliore, riscrive l’hard rock, getta le basi per l’heavy metal, c’è dentro pure il fantasy…insomma, sticazzi! 12 milioni di copie nei soli USA, rubò la prima posizione in classifica ad Abbey Road dei Beatles, porto la band dai tour nei club alle date negli stadi.

Ed è quasi un miracolo che sia venuto fuori così, almeno “sonicamente” parlando: scritto e registrato nelle poche pause di un tour infinito, sparso tra una mezza dozzina di studi di registrazione nel mondo (tra cui uno malevolmente definito ‘una catapecchia’), solo l’estrema dedizione del leader Jimmy Page ha permesso di ottenere da tutta quella follia dei suoni sensati ed omogenei.

Stilisticamente è un equilibrio perfetto tra la spinta del nuovo e il tributo ai maestri. Si parte dal blues, chiaramente, con le citazioni di Willie Dixon, Chester Burnett e Howlin’ Wolf. Proprio da un testo di Dixon viene costruita Whole Lotta Love, premendo però l’acceleratore sui riff hard rock. Per la prima volta il riff diventa protagonista, non il coro o la strofa. Sono le tre note tra le più popolari della musica rock, da qui in poi parecchi colli hanno iniziato a soffrire per l’headbanging. Ma non è solo una macina: Page impazzisce nello studio di registrazione e produce una parte centrale sperimentale assolutamente fuori di melone da portare il tutto quasi a livelli progressive/psichedelico.

E di progressive ce n’è pure, come l’emozionante Thank You, scritta da Plant per la moglie (tra una groupie e l’altra, si suppone), e accompagnato da Page con la sua celebre 12 corde e Jones all’hammond. Il cantante dà il meglio di sé, partendo dai sussurri e arrivando fino alle grida che l’hanno reso celebre. Ovviamente non si è mai risparmiato, né su disco né dal vivo, arrivando a maltrattare la sua voce oltre i limiti della tolleranza umana.

Il disco è figlio degli spettacoli dal vivo: registrato praticamente in presa diretta e con molte parti influenzate dalle storiche e chilometriche improvvisazioni in cui si buttava la band o dalle cover che spesso proponeva. A parte la cover tout cour di Bring It Home (altra farina del sacco di Dixon), molto più celebre fu quella The Lemon Song con la parte accelerata e il famigerato “spremi il mio limone, fai scorrere il succo lungo le mie gambe”). Dalle loro jam nasce Moby Dick, strumentale tutta votata a far svettare la macchina da guerra Bonham alla batteria. Uno dei più celebri numeri da batteria (definirlo assolo è riduttivo) dove il maciste della grancassa suona tutto quello che gli capita a tiro con bacchette e a mani nude.

I semi della musica pesante stanno anche nella celebre accoppiata Heartbreaker/Living Loving Maid, che apre il lato B al massimo a colpi di riff e assolazzi, compreso il prototipo di tutto quello che gli “shredder” cercheranno di replicare negli anni a venire. Parte da leone anche per l’epica Ramble On, ispirata al Signore degli Anelli, che anticipa il lato più progressive che verrà (tipo con la celeberrima Stairway to Heaven), con le sue parti acustiche, quasi bucoliche e i suo ritornelli elettrici.

A voler essere dei bovari, se nella sacra trilogia dei Led Zeppelin il debutto è quello più blues e il terzo è quello più acustico (oddio, vallo a dire ad Immigrant Song e Out on the Tiles), questo è sicuramente il più pesante. Non c’è UN motivo valido per non ascoltarlo, e parlarne si dimentica sempre qualche sfaccettatura (tipo mi stavo quasi dimenticando dei grandi giri di basso di John Paul Jones). Potete recuperarlo nell’ultima, ipertecnologica ristampa in digitale del 2014, opera sempre di Jimmy Page, e che merita un cazzo di hi-fi come si deve e non certo uno speaker bluetooth.

Marco Brambilla

Foto di Francesco Prandoni

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