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Il racconto del concerto dei Lemonheads a Milano

I Lemonheads di Evan Dando sono la sublimazione in musica dello scazzo esistenziale misto all’arte universale del cazzeggio o se preferite una specie di versione alternative rock de L’arte dell’ozio di Hermann Hesse. Ma non solo. Sono anche la rappresentazione della sconfitta generazionale cantata con allegria e spensieratezza. Lo erano già all’epoca del loro brevissimo momento di gloria – coinciso con la pubblicazione di It’s A Shame About Ray nell’estate del 1992 – e lo sono ancora oggi che il loro nome si è perso e poi ritrovato da solo grazie al loro leader.

Evan Dando, un nome una garanzia scaduta che si ostina ad andare in giro a fare l’unica cosa che sa fare – ovvero suonare e cantare come se fosse sospeso in una dimensione parallela e non gliene fregasse nulla di tutto ciò che lo circonda – anche se ormai non scrive una canzone nuova da più di dieci anni. Dopo la resurrezione della sigla ufficiale della band, avvenuta nel 2006 con un album omonimo che non ha lasciato traccia, nel 2009 ha sorpreso tutti tornando con un disco di cover intitolato Varshons  e nel 2019 non ha sorpreso nessuno con un nuovo cd di cover intitolato, indovinate un po’, Varshons 2.

Insomma, la sensazione che Evan ci stia prendendo un po’ tutti per il culo è abbastanza forte, ma chi lo conosce sa bene che in fondo è quello che ha sempre fatto. Così come ha sempre fatto anche le cover più disparate. Anzi, è proprio grazie a una cover (da lui dichiaratamente odiata) che le sue “teste di limone” hanno fatto il grande salto. Esiste, infatti, almeno una canzone dei Lemonheads che quasi tutti conoscono, ovvero quella versione pop punk di Mrs. Robinson (di Simon & Gurfunkel) che a un certo punto entrò in heavy rotation su Mtv senza però entrare mai nell’heavy rotation dei loro concerti.

E infatti anche ieri sera è rimasta fuori. Può esistere una band che evita sistematicamente di suonare la sua canzone più famosa? Certo che può. Soprattutto se al suo arco ha un sacco di altre frecce di jangle pop scintillante dal sapore dolce-amaro come le caramelle da cui prende origine il nome del gruppo: “dolci all’esterno e amare, molto amare, all’interno. La nostra musica ha sempre avuto quella stessa tinta melanconica” aveva dichiarato lo stesso Dando in una vecchia intervista del 96 apparsa sulla rivista “Making Music”.

Di queste caramelle ieri sera Evan Dando e la sua nuova versione della band (tra cui spicca l’ex chitarrista dei Come Chris Brokaw) ne hanno messe in fila parecchie. E il pubblico adorante di over trenta le ha buttate giù tutte, scartandole velocemente una dopo l’altra così come gli sono state offerte. Nonostante l’amarezza di certi testi, a giudicare dall’entusiasmo delle prime file gli effetti sortiti da queste canzoni/caramelle sembrerebbero più simili a quelli delle pasticche di ecstasy. Considerando che il vecchio Dando è salito più volte agli onori delle cronache del passato per essere stato un amante di tutte le droghe possibili e immaginabili, il paragone è più che calzante. Del resto la droga – sebbene l’Italia l’abbia “scoperto” soltanto in seguito alle polemiche dell’ultimo festival di Sanremo –  è sempre stato un tema ben presente nelle canzoni, soprattutto in quelle rock e ancora di più, come vedremo di seguito, in quelle dei Lemonheads.

Non a caso, dopo l’apertura a sorpresa di It’s About Time, dedicata alla vecchia amica (e forse anche vecchia amante) Juliana Hatfield, si passa subito ad un pezzo che ci porta dentro un ospedale. Per la precisione Hospital era stata scritta dall’allora giovane Evan in seguito alla sua esperienza di riabilitazione presso il Silver Hill Hospital di Boston. Lì ci era finito dopo il famoso arresto all’aeroporto di Sydney, quando, strafatto di acido e sanguinante dai polsi, si ritrovò a supplicare i poliziotti di lasciarlo andare in modo da poter ripercorrere le sue tracce in giro per il mondo e ritrovare la sua mente perduta. Ma non importa, sotto il palco tutti cantano felici e contenti “green green leaves, falling from the trees”, anche se quelle foglie rappresentano probabilmente pazienti ricoverati, matti che sentono le voci nella testa, talenti sprecati e forse anche gli angeli che riempiono gli alberi delle visioni mistiche di William Blake.

Perché anche se a guardarlo non si direbbe, Evan Dando non è solo un ex belloccio da copertina e un talento musicale purissimo sfaldatosi nel tempo, ma anche un figlio dell’upper class, una persona colta che ama la letteratura, uno che ha letto Kafka da giovane ed è capace di citare Shakespeare a memoria, uno che purtroppo ha fatto della sua frase preferita, tratta da una poesia di Max Ehrmann, “L’universo si sta sfaldando come dovrebbe”, la metafora della sua vita.

Ma tornando al concerto, nel turbine accelerato delle chitarre, che fondono la frenesia del punk con la distorsione del grunge e lo stile jangle dei primi R.E.M., si susseguono senza soluzione di continuità canzoni di sconforto al fulmicotone (Down About It),  viaggi solitari (Turnpike Down) e grandi rifiuti (The Great Big No)  che aprono la strada al primo vero capolavoro della serata “It’s A Shame About Ray”. Il pezzo che decisero di suonare al David Letterman Show  al posto di Mrs Robinson, quello del famoso video con Johnny Depp. Quello che marca la differenza e fa dire al pubblico “meno male che sono qui”. È un’ovazione. Quel suo riff irresistibilmente 90’s riesce a catturare i ricordi di tutte le estati passate in soli 3 minuti, l’ambiguità del testo fa il resto. Nessuno sa esattamente chi sia questo Ray, ma si capisce che è qualcuno che è andato incontro a una tragedia, ragion per cui nel corso degli anni sono state formulate diverse teorie interpretative da parte dei fan. Una delle mie preferite è quella che ipotizza un collegamento con Ray Brower, il ragazzino scomparso del film Stand by me – Ricordo di un’estate, tratto dal racconto di Stephen King The Body. Ma in realtà, pare che il brano sia stato ispirato in parte dal titolo di un articolo di cronaca visto di sfuggita su un giornale di Sydney e in parte dal proprietario di un locale di Melbourne che chiamava tutti Ray. La verità è che Ray non è nessuno in particolare, per questo potrebbe essere chiunque. Un nostro amico, reale o immaginario (o uno a metà strada tra le due cose, come quello che ci troviamo lì davanti con i capelli arruffati e un microfono in mano). Qualcuno che aveva un problema e che non siamo riusciti ad aiutare perché alla fine non possiamo mai salvare veramente nessuno.

Ora, sicuramente c’è modo e modo di parlare di droga nelle canzoni, c’è l’esaltazione dello “sciroppo che cade basso come l’Md”, oppure c’è la poesia delicata e fragile di canzoni che sono confessioni a cuore aperto sulle proprie debolezze e quelle dei nostri amici come My Drug Buddy – che col suo andamento caracollante porta tutti quanti a riflettere cantando I’m too much with myself / I wanna be someone else – e Rudderless fatta di speranze rivolte al passato (Hopin’ my past) abbandonate su una nave/persona senza timone e senza direzione (ship without a rudder’s like a ship without a rudder’s like a ship without a rudder).

Esaurite le cosiddette druggie songs (ma in realtà ce ne sarebbero altre che purtroppo sono rimaste fuori dalla scaletta milanese come Alison’s Starting To Happen, If I Could Talk I’ll Tell You, Losing My Mind e Why Do You Do This To Yourself), nel corso della serata hanno trovato ampissimo spazio – com’era logico attendersi viste le premesse – numerose cover di artisti più o meno famosi. La raffinatezza nella scelta dei brani, mai banali, mette in mostra non solo il buon gusto di Dando, ma anche la sua cultura musicale onnivora capace di spaziare tra vari generi.

Prima di tutto ci sono sono gli alfieri dell’indie rock che non vende, rappresentati dagli Yo La Tengo – con le chitarre nebbiose e rilassate della loro Can’t Forget –  e da Bevis Frond  con le chitarre più sferraglianti e ultraelettriche di Old Man Blank, eseguita non a caso dopo gli episodi più tirati della scaletta, Left for the dead e Tenderfoot , due schegge di punk impazzito, più simili al loro stile degli esordi, vicino a band come Husker Du, The Replacements, Sebadoh, Dinosaur Jr, Superchunk, insomma avete capito, quel mondo lì.

A seguire ci sono poi le canzoni che spezzano la velocità del suono della solitudine (Speed of The Sound Of Loneliness di John Prine) perché più squisitamente legate al mondo del country e del country rock, come quelle del suo mito Gram Parsons, omaggiato con una canzone in versione elettrica Just Can’t Take It Anymore e una in versione acustica Streets Of Baltimore e Victoria Williams, anche per lei una canzone elettrica Abandoned – con un assolo che ha reminiscenze di J Mascis – e una acustica Frying Pan, incisa da Dando per il disco tributo Sweet Relief: A Benefit for Victoria Williams dopo che le venne diagnosticata la sclerosi multipla.

Infine ci sono la murder ballad di Nick Cave Straight to You – in una versione potenziata in cui Dando sfoggia tutta la sua voce da crooner – e le vecchie cover del passato meno famose: fuori Luka di Suzanne Vega e la già menzionata Mrs Robinson, dentro il bubble gum pop di Different Drum (scritta da Michael Nesmith dei Monkees e già portata al successo dagli Stone Poneys di Linda Ronstadt) e quel microgioiellino di Frank Mills tratta dal musical Hair cantata su richiesta delle ultime file. Senza contare quelle che spesso non sono considerate neanche vere e proprie cover vista la stretta collaborazione tra Evan Dando e i suoi autori come The Oudoor Type  degli Smudge e soprattutto In To Your Arms (dei Love Postions)  che chiude il concerto dopo quasi due ore di rock’n’roll clamoroso.

Ma se vogliamo dirla tutta, e in effetti siamo qui apposta, la vera chicca della serata è stata il set acustico di metà concerto. Sembrava quasi di assistere a uno spettacolo di magia, davanti a un cappellaio matto capace di stupirti ogni volta con un trucco diverso che non ti aspetti. La scaletta che avevamo adocchiato a inizio concerto viene stravolta, Evan pesca a caso dal suo cilindro che è un pozzo infinito di meraviglie da cui riesce sempre a tirare fuori “il pezzo di puzzle nascosto dietro il divano che completa il cielo”. Insieme ad alcune delle cover già menzionate vengono eseguite tutte le loro canzoni capaci di inumidire gli occhi con la semplicità come Ride With Me, Being Around e Favorite T, a cui si aggiungono due pezzi contenuti sull’album solista di Dando, Baby I’m Bored,  delle vere e proprie gioie per cuore e orecchie, Hard Drive e All My Life.  Per quanto ci riguarda è quest’ultima a toccare l’apice della commozione della serata, una canzone scritta per lui dall’amico (e primo tra i fan) Ben Lee in un momento difficilissimo della sua vita in cui Evan doveva provare a rialzarsi prima di perdersi per sempre. Le liriche di Ben – che da adolescente gli aveva già dedicato una canzone intitolata “I Wish I Was Him” – sono semplici, ma al tempo stesso così vere, sincere e appassionate che se non lo sapessi giureresti che siano state scritte proprio da Evan:

All my life / I thought I needed all the things I didn’t need at all

All My life / I thought I wanted all the things I didn’t want at all

Ripensandoci bene, forse a volte qualcuno lo puoi salvare davvero.

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