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Lewis Capaldi al Fabrique: la magia si chiama connessione

Qualche mese fa mi sono messa a pensare a quanto, spessissimo, l’artista sia completamente diverso dalla sua opera. Così tanto che fai quasi fatica a giudicare l’uno in base all’altro. E va bene così, in fondo, perché, nonostante la complessità della musica, mi auguro sempre che una canzone o un album non possano contenere perfettamente tutto quel caos inspiegabile e ingarbugliato e incasinato che è una persona.

E di caos, Lewis Capaldi, sembra averne parecchio. Caos rumoroso e sboccato e divertente. Ma anche estremamente intimista e triste e intenso. E, alla fine del suo concerto sold out al Fabrique di Milano, ne sono del tutto certa: l’artista può essere completamente diverso dalla sua opera. E, se me lo chiedete, mi piace così.

Lewis Capaldi, se non fosse uno dei cantautori maggiormente sulla cresta dell’onda del 2019, potrebbe avere un suo comedy show. E lo so, fa un certo effetto. Perché è strano pensare che il ventiquattrenne scozzese che fa da colonna sonora ai nostri momenti più tristi abbia un’anima e uno spirito così radicalmente diversi dalle sue canzoni.

Eppure è vero: è divertente, è sboccato, è esilarante. E il suo concerto si trasforma in una corsa velocissima sulle montagne russe: ridi a crepapelle quando Lewis Capaldi chiacchiera con il pubblico, ti emozioni quando impugna il microfono e canta di un amore che non c’è più e forse non c’è mai stato davvero.

“Grazie mille per essere qui in questo mercoledì che, diciamocelo, è il giorno più schifoso della settimana. Ma, proprio per questo, sono qui a cantarvi un sacco di canzoni tristi”. E inizia con Grace e ci dice che “non sono pronto per essere solo un altro dei tuoi errori”. E poi inizia a parlare e non si ferma più: racconta che oggi vuole essere “Luigi” per noi, che se ci piace il rock n roll abbiamo sbagliato concerto, e tante altre cose che ricordo a sprazzi, ma non ho dimenticato le risate che ho soffocato per non essere troppo sguaiata. Ma la verità è che stavo morendo dal ridere.

Lewis Capaldi infila una dopo l’altra le sue canzoni più tristi. Con tutta la band. Con solo la chitarra acustica. Con l’accompagnamento del pianoforte. E il Fabrique canta così forte che a volte riconosco solo le voci stonate del pubblico. Questa cosa continua a farmi un certo effetto. E si chiama connessione.

Lewis Capaldi, in fondo, ha fatto questo per tutta la serata: ha creato un contatto con un Fabrique sold out, a volte facendolo piangere dal ridere, a volte facendolo emozionare. Ma va bene tutto, basta che non sia indifferenza. E di indifferenza, per questo cantautore scozzese, Milano non ne ha mostrata neanche un briciolo.

Il concerto si conclude con Someone You Loved. E la pelle d’oca. Perché migliaia di persone che cantano insieme una canzone non è una cosa così scontata. Spero che non lo sarà mai. Spero che la capacità di far cantare migliaia di persone a squarciagola non sia mai considerata scontata. Perché non lo è. Si chiama connessione. E touché, Lewis Capaldi. Ci hai dato una bella lezione.

La scaletta del concerto
Grace
Forever
Don’t Get Me Wrong
Mercy
One
Maybe
Bruises
Lost on You
Headspace
Hollywood
Fade
Hold Me While You Wait
Someone You Loved

Le foto del concerto

Paola Marzorati

Foto di Francesco Prandoni

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