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Liam Gallagher a Milano, il racconto del concerto

IL CONTESTO:
Seconda data italiana per Liam Gallagher dopo quella romana di sabato sera e – ovviamente – secondo sold out. Come era lecito aspettarsi, del resto, per uno che è stato l’ultima vera fucking” rock ‘n’ roll star del ventesimo secolo, in un secolo in cui di rock star vere non ne nascono più, almeno non nel senso in cui le si intendeva negli anni 90. E questo non per mancanza di talenti, ma semplicemente perché quel mondo che le aveva generate, plasmate, osannate e infine fagocitate (e in alcuni casi anche risputate fuori) oggi non esiste più. Liam è un reduce di quel mondo lì. Uno che non si è arreso alla fine di quel momento irripetibile in cui tutto era possibile, persino che quattro ragazzi delle case popolari privi di tecnica musicale diventassero la più grande rock band del pianeta. Uno che continua nonostante tutto a salire sul palco nel tentativo di (ri)portare avanti (o di rigenerare) un discorso che molto probabilmente aveva già esaurito tutto quello che aveva da dire dopo i primi due incredibili, spettacolari, impossibili e proprio per questo ineguagliabili album degli Oasis, al secolo Definitely Maybe e What’s The Story? Morning Glory, 37 milioni di copie vendute in due. Due come i fratelli al comando. Due come le band che all’epoca si contendevano lo scettro della musica inglese. Oggi possiamo dirlo tranquillamente, nell’eterno derby tra Oasis e Blur – (c’è una scena di My Mad Fat Diary che rende visivamente bene l’incubo di qualsiasi fan oasisiano) – la band di Damon Albarn ha ampiamente dimostrato un livello di scrittura infinitamente superiore nel lungo periodo, ma nel breve e più precisamente in quei tre anni compresi tra l’esordio “supersonico” del 94 e i due concerti oceanici di Knebworth del 96 (250 mila persone per due sere di fila a fronte di una richiesta inaffrontabile di 2,5 milioni di biglietti, circa il 4% della popolazione inglese) non c’è stata storia, il “mattino di gloria” era tutto dei fratelli Gallagher.
Per questo Liam oggi potrebbe anche campare di rendita e continuare a cantare soltanto le vecchie canzoni degli Oasis, farebbe tutto esaurito lo stesso. Ma non sarebbe nel suo stile. Liam non è quel tipo di persona. Lui sa che non potrà mai più essere così grande, ma continua lo stesso a fare la sua cosa e a pubblicare album incurante delle critiche. Finché vedrà i suoi “kids” sotto il palco non si fermerà. Perché è questo che fanno gli eroi, i campioni e le ultime vere rock star. Non se ne vanno nel momento di gloria come ha fatto Mourinho dopo il triplete con l’Inter. No, i veri eroi restano lì come Clint Eastwood che rimane negli studios a finire il suo lavoro mentre fuori scoppia un incendio. Non importa se non possono più vincere la gara, quelli come Liam continuano a guidare finché non si staccano le ruote e fondono il motore.

IL CONCERTO:
E il motore di Liam è ancora acceso. Il suo rombo viene da lontano, ma lo possiamo sentire ancora forte e chiaro. Così come il coro del Manchester City che viene sparato fuori a palla un attimo prima che lui salga sul palco con il suo parka d’ordinanza, il tamburello e le maracas. L’effetto è quello di trasmettere immediatamente una sensazione da stadio e ribadire al tempo stesso che è quella la sua squadra del cuore e non “quell’altra”, cioè proprio quella che fino a 10 anni fa era la squadra dei perdenti delle case popolari come lui e che poi ha avuto più o meno la stessa evoluzione degli Oasis, diventando una delle più quotate della Premier League. Staremo a vedere se alla fine avrà anche lo stesso epilogo dissolutore. “This how it feels to be City, this is how it feels to be small, this is how it feels when your team wins nothing at all” gli cantavano i tifosi vincenti del Manchester United storpiando il ritornello di un famoso brano degli Inspiral Carpets (che in realtà diceva: “This how it feels to be LONELY, this is how it feels to be small, this is how it feels when your WORD MEANS nothing at all”) il cui poster appeso in camera ispirò Liam nella scelta del nome degli Oasis.
E così, siamo solo all’inizio, ma già tutto torna. Perché non si può capire Liam Gallagher senza capire Manchester. La sua Manchester, l’ex capitale industriale abbandonata in cui lui e suo fratello Noel sono cresciuti negli anni ’80, quella delle lunghe code di giovani in fila per ritirare l’assegno di disoccupazione, devastata dalle politiche di abbattimento del welfare della Thatcher. Quella che ha portato per reazione iperbolica a generare i loro sogni di gloria, come quello con cui Liam apre tutti i concerti (dopo l’introduzione strumentale a effetto di Fuckin’ in The Bushes) cantando sguaiatamente: Toniiiiiight I’m a rock ‘n’ roll star!

E stasera, come le altre sere, lo è veramente. Ma quella che molti ancora oggi confondono con la spavalderia di “un coglione che canta con le mani dietro la schiena e guarda ai suoi sogni come i vecchi guardano ai cantieri” (citazione sentita sul regionale Milano-Torino) in realtà era nata come la ricerca disperata e pura di una via di fuga da quella città, dalla sua povertà (I live my life in the city / There’s no easy way out) e quindi in sostanza dalla realtà, perché in fondo It’s just rock ‘n’ roll.
But I like it aggiungerebbero gli Stones e insieme a loro tutto il pubblico del Forum che canterà in coro per 90 minuti come se fossimo allo stadio per una finale di Champions. Mancano soltanto le bandiere. Anzi no, ci sono pure quelle. E Liam se le gode fino in fondo. Come ha dichiarato più volte, la sensazione migliore del mondo per lui è restare un attimo immobile sul palco e guardare tutta la gente in delirio che canta le sue canzoni – per Liam il pubblico è tutto, senza tutta quella gente che canta, la sua musica non avrebbe senso, così come non lo avrebbe il calcio – lo spiegava bene anche Nick Hornby, fortemente appassionato di entrambi: “il fatto che per te è così importante, che il casino che hai fatto è stato un elemento cruciale in tutto questo, rende la cosa speciale. Perché sei stato decisivo come e quanto i giocatori e se tu non ci fossi stato, a chi fregherebbe niente del calcio?”.
Questa sensazione di spirito comunitario ed euforia collettiva verrà ripresa e sublimata da Liam nella seconda parte del primo set del concerto, grazie ad alcune canzoni degli Oasis che sono veri e propri miracoli del (brit) pop. Dagli orizzonti di gloria filtrati dalla memoria di Morning Glory – cantata sempre e rigorosamente a squarciagola – alla deflagrazione di chitarre di Columbia, vera e propria summa del suono anni 90 in cui gli accordi e i ricordi del grunge di Seattle si (con)fondono insieme allo shoegaze del Tamigi, fino all’afflato di Stand by Me, forse la loro ultima grande canzone prima del deserto d’ispirazione, un canto del cigno che sembra volersi protrarre all’infinito – che diceva già tutto nel ’97 e che forse lo dice ancora: “Rimani con me, nessuno sa come andrà a finire”.

Ma prima di arrivarci, Liam ci farà passare anche attraverso i dolori del non più giovane Werther, con una carrellata in faccia di canzoni estratte dai suoi due album solisti: As You Were e Why Me? Why Not. Tra l’alone di luce beatlesiana di Halo e la mazzata in fronte di Shockwave ci sono i segni evidenti di una “Midlife Crisis” segnata da un divorzio pubblico e da un momento di depressione artistica (e alcolica) da cui non è stato facile venir fuori e in cui per un attimo ci sentiamo trascinati dentro anche noi. Ci sono i nostri muri delle meraviglie che diventano di vetro e vanno in frantumi (Wall of Glass), le scuse per tutte le cazzate commesse sempre in buona fede (For What It’s Worth), le autoaffermazioni della propria nuova esistenza e i fiumi su cui attendere i cadaveri dei nostri nemici (Be Still e The River), fino ad arrivare al brano più memorabile, di quelli che se sei fortunato ti escono una volta sola nella vita (Once) e che racchiude in un’unica ballata tutta la nostalgia dell’universo – o almeno di un certo universo, con il video ufficiale interpretato da Eric Cantona, altra leggenda vivente di quella Manchester degli anni ’90 che oggi non esiste più. E mentre la voce abrasiva di Liam prova a raschiarla via, quella maledetta nostalgia ci proietta nella mente le immagini del campione francese che si alza il colletto per dire au revoir al diavolo o si libra in volo per colpire un ultrà fascista con un calcio volante. Certi avvenimenti sono come certe figure iconiche della cultura pop, capitano una volta soltanto, ma riescono a segnare così a fondo l’immaginario collettivo che nessuno se li dimentica più. Sono lì e ci resteranno per sempre.

Qualcuno ha detto Live Forerver? Sì certo. Infatti è proprio quella la canzone con cui Liam chiude il primo set del concerto. Quando parte l’attacco con “Maybeeeee” il pubblico si sta già librando in aria su quel “forse” prolungato oltre la naturale scadenza dei sogni impossibili, pure i telefonini si alzano come tanti piccoli Icaro che vogliono toccare il cielo (Maybe I just want to fly) non più solo con un dito, ma con tutta la mano. Nessuno ha paura di bruciarsi. Tutti vogliono uscire da quel fango in cui si sono impantanati con la vita e sentirsi più leggeri per tre minuti.

Hai mai sentito il dolore
Sotto la pioggia del mattino
Come ti impregna fino all’osso?

Certo Liam. È per questo che siamo qui. Per scrollarcelo di dosso. E allora all’improvviso mentre cantiamo tutti in coro succede veramente che ci solleviamo da terra come Rei nello spettacolare volo dell’uccello d’acqua di Nanto di quando eravamo bambini e forse sognare di volare era un po’ più facile. Ma il sogno da adulto va ancora più in alto e qui sta la sua vera grandezza, al suo apice Live Forever si trasforma in una promessa “da fratello a fratello” che la loro unione nel modo di vedere le cose (We see things they’ll never see), cioè la loro visione del mondo espressa nella musica li renderà immortali (You and I are gonna live forever). Live Forever allora non è più una fuga dal mondo come Rock’n’Roll Star, ma una fuga dentro di lui e dentro tutte le altre persone che oggi sono qui a cantarla.
A questo punto a giudicare dai volti appagati del pubblico, il concerto sarebbe anche potuto finire qui e nessuno avrebbe avuto nulla da eccepire, ma come potete immaginare non andrà affatto così. Anzi, ci sarà ancora il tempo per un encore di quattro brani degli Oasis che manderanno tutti quanti al tappeto – 4-0 per Liam – in una vera e propria goleada come quella del Milan in finale di Coppa Campioni col Barcellona nel ’94.
Ad aprire le marcature di quella partita ci aveva pensato la provvidenza di Massaro su imbeccata di Savicevic, qui la palla invece tocca ad Acquiesce, una B-Sides, cioè una che dovrebbe stare in panchina e invece segna un goal fantastico, come l’utopia di una ripresa collettiva che sarebbe possibile aiutandosi a vicenda e credendo gli uni negli altri; un brano che proprio per il suo messaggio di solidarietà e fratellanza era stato concepito per essere cantato in coppia dai fratelli Gallagher – alternandosi alla voce – e che qui viene riproposto da Liam con un escamotage, ovvero far cantare al pubblico le parti di Noel proiettando il testo sul maxischermo:

Because we need each other
We believe one in other
And I know we’re going to uncover
What’s sleeping in our soul

Lo scherzetto funziona e l’energia continua ad aumentare. Sulle ali dell’entusiasmo arriva anche il raddoppio affidato alla furia incalzante di Roll With It, smorzata soltanto nel finale da quel sentimento che si è perso da qualche parte dentro di noi: I think I’ve got a feeling I’ve lost inside.

Gli ultimi due goal, invece, vengono invertiti nel montaggio finale del concerto, prima c’è quello di Desailly che sfonda le nostre difese di (pre)potenza e poi colpisce di classe, realizzando qualcosa che nessuno si sarebbe mai aspettato da lui, cioè l’equivalente calcistico dell’essere Supersonic, che nessuno ha mai capito bene che cosa volesse dire di preciso, ma che – ne siamo certi – è esattamente il modo in cui ci sentiamo tutti quanti nel momento in cui il brano viene eseguito sul palco da Liam.
Infine arriva anche l’ultimo goal meraviglia di Savicevic, con quella parabola impossibile disegnata lungo la scia di una Champagne Supernova in the sky.

Sembrerebbe finita per davvero e invece no. Liam si ricorda che gli Oasis avrebbero dovuto suonare a Milano se non si fossero sciolti al Rock en Seine di Parigi nel 2009. E allora ci ricostruisce ancora una volta quel muro delle meraviglie, a cui tutti ci siamo aggrappati in passato, con una versione di Wonderwall da lacrime e gioia e infine si congeda con un finale da ultima vera rock star, gettando sangue, sudore e corde vocali su Cigarettes & Alcohol, mentre le sue bandiere continuano a sventolare fuori e dentro di noi.

L’ULTIMA CURIOSITA’:
Qualche anno fa in una sorta di simpatico esperimento sociale i tizi di Vice avevano fatto intervistare Liam Gallagher dai dei bambini dell’asilo – intervista che potete rivedere qui.
La prima cosa bella è vedere il “povero” Liam sforzarsi di non dire neanche un “fucking” davanti ai bambini (se avete presente una sua intervista saprete che di solito ne spara fuori uno ogni tre secondi). La seconda è la risposta che dà quando uno dei bambini, parlando di Parigi, gli dice che purtroppo non è potuto salire fino in cima alla Torre Eiffel perché quando è andato c’era troppo vento e rischiava di cadere. “E se cadi poi muori” aggiunge un altro con tono preoccupato. Liam allora lì corre ai ripari e risponde in tono fintamente serio a entrambi: “or maybe you could fly”, riassumendo così in poche semplici parole tutta la poetica degli Oasis e del suo stesso modo di essere e di vivere l’arte e la vita. Un altro bambino allora gli risponde a tono “Noooo gli esseri umani non possono volare!!”. A quel punto Liam mantiene la parte, torna per un attimo ad essere il bambino che in fondo è sempre stato e ribatte nuovamente: “certo che possono! un sacco di persone possono volare!!” e aggiunge “Superman può!”. All’ennesima obiezione del bambino – “ma Superman non è reale!” – un altro constaterà “beh, lui è un superumano”, non so più se in riferimento al supereroe dei fumetti o al cantante, ma Liam non ci darà troppo peso, lascerà cadere quelle parole nel vento – facendole svanire in una nuvola di fumo come la sua vecchia band – e andrà dritto per la sua strada come ha sempre fatto. Probabilmente nel momento in cui state leggendo questo articolo lui starà già volando da un’altra parte per andare a fare l’unica cosa che sa fare: cantare. Perché forse è vero. Ci sono un sacco di persone che possono volare, ma solo alcune vivono per sempre:

Maybe I Just want to fly
I want to live, I don’t want to die
You and I are gonna live forever.

Le foto del concerto

La scaletta
Rock ‘n’ Roll Star (Oasis)
Halo
Shockwave
Wall of Glass
Be Still
For What It’s Worth
Morning Glory
(Oasis)
Columbia (Oasis)
Stand by Me (Oasis)
Once
The River
Gas Panic!
(Oasis)
Live Forever (Oasis)
Acquiesce (Oasis)
Roll With It (Oasis)
Supersonic (Oasis)
Champagne Supernova (Oasis)
Wonderwall (Oasis)
Cigarettes & Alcohol (Oasis)

Andrea Pazienza

Foto di Francesco Prandoni

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