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Lorenzo 1994 di Jovanotti compie 25 anni

Lorenzo 1994, sesto album in studio di Jovanotti, compie 25 anni. Un quarto di secolo è un’enormità nel mondo dentro e intorno alla musica, molte cose sono cambiate da allora.
Il deejay della notte però è una certezza immutabile. L’incredibile energia positiva di Jovanotti si espande cristallina e senza età da un artista che ha appena pubblicato un album lavorando con il mega produttore Rick Rubin, e che si appresta ad affrontare un trionfale tour sulle spiagge italiane nell’estate 2019.

I segni del tempo e i solchi che questo inevitabilmente lascia su tutti noi non sembrano vedersi sulla superficie solare del Jova che o ci nasconde benissimo i lati più oscuri della sua anima, o semplicemente non ne ha affatto.
Dal punto di vista stilistico e di tematiche non ci sono progressi significativi, ma il gigante della musica pop che è diventato, non è altro che la realizzazione del sogno di un giovane rapper che parlava al popolo della notte.

La domanda che mi assilla da anni è: chi è veramente Jovanotti? Un gentile Forrest Gump con il superpotere di comunicare in maniera semplice ed efficace, oppure un genio del marketing che ha scelto un selezionato target sul quale sta veleggiando da trent’anni ad ali spiegate? Una moneta truccata che ha due lati vincenti e non può perdere mai? Cerchiamo di capirlo insieme, prendendo come spunto proprio quello che da molti è considerato il suo lavoro migliore.

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25 ANNI FA…
Creato e assemblato dalla mente del produttore Claudio Cecchetto come fosse un Edward Mani di Forbice del rap pop italiano, il viaggio inarrestabile di Jovanotti verso un percorso di crescita e metamorfosi (in un approccio sempre più cantautorale come si vedrà già dal successivo Lorenzo 1997-L’Albero) prosegue con la costante del ritmo funky, del tono diretto e schietto che emerge dai suoi testi.

Ricordate la disincantata innocenza con cui si appellava ai governi per annullare i debiti dei Paesi del Terzo Mondo? Una disillusione così schietta e accorata che rende impossibile non approvare i suoi innocui slogan. Ma è altrettanto vero che Jovanotti ha avuto la fortuna, o l’intelligenza, di trovare una ricetta perfetta per funzionare nel mercato italiano: a conti fatti ha anticipato di anni l’esplosione del rap come voce di rivalsa e rottura nei confronti della società, ruolo che questo genere si è preso nel tempo detronizzando il rock (che, mi rincresce dirlo, nel nostro paese ha fallito), limandone gli aspetti più crudi.

Vasco andava forte negli anni ‘90, era inarrestabile e riempiva gli stadi. C’era però un pubblico discotecaro che si nutriva della radio e dei suoi eroi, che cominciavano ad avere anche un volto oltre che una voce, grazie alla tv. Questa folla aveva bisogno di qualcosa di più della dance commerciale: qualcosa di più vero e contemporaneo, vicino ai loro problemi quotidiani. La strada aveva bisogno di un paroliere metropolitano per essere raccontata con un linguaggio più accessibile e meno impegnativo di quello dei cantautori storici. Un idolo da seguire che unisse la spensieratezza delle serate nei locali, ma che al tempo stesso parlasse di tutte quelle cose che scandiscono le vite al di fuori delle sale da ballo, quando il fumo si dipana e le luci stroboscopiche si spengono.

Storie metropolitane di albe che sono traguardi da raggiungere e che sostituiscono i tramonti per quelli che vivono la notte e dormono di giorno. Voce anche di qualcosa di più grande, come una globalizzazione un po’ ingenua e stereotipata che vede nell’abbattimento delle frontiere e degli orizzonti la chimera di una vita migliore, lontana dalle consuetudini, dalle routine famigliari e da un ceto medio oppressivo.

Se La mia moto poteva funzionare come ascolto estemporaneo, con Lorenzo 1994 vengono introdotti testi più inseriti nella rete vitale di quella generazione che si spogliava dei lustrini accecanti degli anni ’80 e si affacciava al caos dei ’90, che ha visto l’Italia cambiare e incupirsi vittima di problemi enormi del tessuto sociale.

Nasce così il romanticismo del cemento pronto a soddisfare il bisogno di trasparenza e di sorrisi a tutti i costi, nel segno del rifiuto stoico della negatività in tutte le sue forme. L’unico buio concesso è quello della notte con le sue promesse, il potere di nascondere le magagne e di rendere tutto affascinante e misterioso.

Jovanotti è il deejay che esce dalla radio e diventa icona, che vede molte albe e pochissime mattine, sempre più con un piede nel quartiere e l’altro nel mondo intero. I suoi messaggi semplici non hanno genere e non hanno confini, fanno del proprio difetto il punto di forza: quello di appiattire tutto a una carezza, a una pacca sulla spalla, in un continuo incoraggiamento che può funzionare. E che se non funziona, almeno, avrà provato a farlo con tutte le forze.

IL DISCO
Jovanotti vuole sfogarsi con il Presidente americano. Vuole mille ragazze, ma la serenata la fa a una ben precisa, che cercherà negli occhi della gente che per strada incontrerà. Vuole uscire dal metro quadro con in mente pochi ma chiarissimi punti di riferimento: Malcom X e Madre Teresa di Calcutta, Che Guevara e Gandhi.

Avrebbe voluto “passare dai dieci ai trenta, per non subire questa tortura”, riferendosi alla gioventù descritta in I Giovani, una sorta di segnalibro sociale sullo stato di una generazione. Il sesto album di Lorenzo Cherubini, come già il precedente Lorenzo 1992 (in seguito toccherà anche al ‘97, ‘99 e ‘2002), è marchiato con l’anno d’uscita per un motivo ben preciso. Rimanere con entrambi i piedi in un momento mirato della storia della musica italiana.
Questa scelta dal punto di vista della longevità del valore culturale potrebbe mostrare dei limiti. Tuttavia questa scelta si mostrerà azzeccata nel tempo, rimanendo come testimonianza storica dal valore inestimabile, un patrimonio musicale.

L’inizio autobiografico è un messaggio chiaro, segnale di una fortissima consapevolezza: “Il mio nome è Lorenzo, potrebbe non aver senso, ma da quando sono nato dico quello che penso- dico quello che vedo e mi guardo in giro- utilizzo questo ritmo nero e funky” dice in Attaccami la spina, richiamo maccheronico al rap americano anni ’90.
Una delle immagini più iconiche della mia gioventù è senza dubbio quella che vede Lorenzo e la sua band seduti sospesi nel vuoto su una trave issata da un qualche tipo di cantiere urbano, con in sottofondo i palazzoni dell’anonimità urbana, tutti complici nell’intento di convincere l’amata ad affacciarsi alla finestra.

Serenata Rap è uno dei pezzi più celebri di tutta una generazione. Ed è manifesto di tutta l’arte musicale di Lorenzo, la metrica rap messa a disposizione del ‘jovanottismo’ per dare voce ai sentimenti più in superficie dell’animo. Rigorosamente buoni, positivi. Pochi attriti con la società, con il mondo dietro la patina, sotterraneo. A Jovanotti interessa il cielo.

Qualche rima piccata in Il futuro del mondo, dove però continua a professare ossessivamente la positività e la tolleranza come antidoto ad ogni male. Ma gli episodi che rendono di più sono quelli che abbattono a zero l’impegno, di qualsiasi tipo. Allora l’incedere tamburellante di Io penso positivo diventa inno generazionale in men che non si dica. Piove è geniale nella ricerca di una continuità quasi onomatopeica tra il ritmo costante dei versi e il cadere della pioggia, con l’accompagnamento di chitarra acustica adatto ad ogni falò in spiaggia.

Anche la mancanza di sole diventa per la tribù di Lorenzo un’occasione di vedere il lato buono del mondo, di riunirsi alla natura e di creare coesione con la pratica del sorriso. “La terra ogni tanto va innaffiata con il pianto”, come quello lasciato da tanti ragazzi sulle strade che han perso tante vite a fine delle serate. Tema raccontato con inusuale serietà e crudezza in Si va via.

Sole e luna dentro di lui, ma non sono due lati diversi di una medaglia. Sono due zone che dividono la stessa faccia di un medaglione che raffigura una faccia che sorride, sempre e comunque. Per trovare un po’ di malinconia dobbiamo affrontare quella che forse è la canzone che da sempre ho preferito di Lorenzo 1994, ovvero Io ti cercherò. Disarmante nel raccontare la fine di una storia d’amore. C’è una luce anche qui, ovviamente. Ma è sorprendentemente offuscata dalla tristezza della tremenda ineluttabilità della fine delle cose. E chissà se si chiamava amore.

…E OGGI
“Se io non sono Mozart e tu non sei Picasso, a cosa serve tutto?” All’illuminante filosofia del Jova va riconosciuta una sorta di cinismo romantico, che invece di rinchiudersi in se stesso è un bacino inesauribile di serotonina musicale. Se non siamo dei poeti, i futuri scrittori o pittori del nuovo capolavoro definitivo del genere umano, allora cosa dovremmo fare? Tacere? Smettere di ballare, cantare, fare l’amore? Oppure dobbiamo combattere questa ineluttabilità di una vita mediocre vivendo al massimo delle nostre possibilità?

Jovanotti dona un antidoto ai problemi del mondo sotto forma di massiccio buonismo testardo, incauto e monocromatico, incurante delle zone d’ombra che tutti abbiamo il dovere di affrontare. Una sorgente di positivismo ben poco profonda dove sprofondare è praticamente impossibile, anche con le tasche piene di sassi.

Il tour nelle spiagge di oggi (si svolgerà nell’estate 2019) è un’idea geniale, un contesto dove la festa spensierata da sempre dogma dei jovanottiani, può esplodere in tutti i suoi aspetti più giocosi. Lorenzo 1994 è un album ascoltabile oggi dai membri fedelissimi della sua tribù, corrosivo per tutti gli altri come può esserlo un abuso zuccherino. Rimangono però quei capitoli ormai consegnati alla cultura immanente della nostra società, saldi nel resistere al passare degli anni e incuranti delle mode estemporanee.

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