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I 30 anni di Louder Than Love dei Soundgarden

I capolavori commerciali del grunge, quelli che tutti hanno idealizzato come suo apice, arriveranno dopo. Ma Louder Than Love è il big bang che introduce la musica di Seattle al mainstream, con i Soundgarden alfieri e primi a firmare per una major. Era il 5 settembre 1989 e quello che era iniziato come un movimento circoscritto formato da colleghi e amici diventa un affare maledettamente grosso, più grosso di molte delle personalità in gioco, che ne verranno stritolate. Milioni di dollari penderanno sulle teste di ragazzi estirpati dal loro percorso verso la maturità e la pace interiore, scaraventati in un vortice infernale che in pochi anni imploderà portando con sé i sogni e le speranze di una generazione intera.

30 ANNI FA…
Susan Silver era la fidanzata di Chris Cornell. Era anche la manager dei Soundgarden, ma lo era anche degli Alice In Chains. Il management di cui era socia gestiva anche Screaming Trees, Mother Love Bone e poi Pearl Jam. Andrew Wood, cantante dei Mother Love Bone, era coinquilino di Cornell. Il batterista degli Alice In Chains Sean Kinney era fidanzato con la sorella del suo primo bassista nella band, lo sfortunato Mike Starr, e sempre Kinney è l’attuale proprietario del locale storico di Seattle The Crocodile, in società proprio con Susan Silver.

I Nostri di cui sopra erano un gruppo di amici e conoscenti che si frequentavano abitualmente, che condividevano idee e arte, passione per la musica e il potente desiderio di emergere. Ancora più marcato e violento in quella parte di Stati Uniti schiacciata da un progresso effimero e disumanizzante. La scena era in subbuglio, effervescente e oscura, dinamica, e si aspettava solo che uno di questi gruppi sfondasse il tetto dell’anonimato. Ce l’hanno fatta per primi Mother Love Bone e Soundgarden, seguiti a ruota poi da Alice In Chains e Nirvana, con l’avvento dei Pearl Jam a seguito dell’oblio nel quale sprofonderanno per sempre i MLB, gruppo del cantante Andrew Wood. Quello che veniva definito il Freddie Mercury di Seattle era tra tutti quello che aveva più voglia di mostrarsi al mondo e di emergere. Andrew idolatrava e seguiva come modello inarrivabile il suo coinquilino Cornell. Potrebbe essere un caso di malefica ironia che il musicista che più di tutti aveva voglia di sfondare sia poi stato il primo a cadere. Lui non era tenebroso e introverso, tutt’altro. Per questo per molti amici scoprire che anche lui nascondeva gli stessi demoni che falcidieranno una generazione intera e tutto il rock degli anni ’90 è stato uno shock dal quale è stato impossibile riprendersi.

Questi stessi demoni hanno atteso pazienti, anche anni, aspettando il momento opportuno per portarsi via alcuni dei superstiti di quel decennio. Quasi tutti i più grandi del grunge sono caduti vittime di questo male oscuro, insieme condanna e ispirazione (soprattutto nel caso di Layne Staley degli Alice In Chains) della loro arte.
Durante il tour delle prime fasi di promozione di Louder Than Love Cornell e la sua compagna Susan Silver ricevono la notizia dell’overdose di Andrew, e anni dopo il leader dei Soundgarden riconoscerà in questo episodio la fine dell’innocenza del grunge, ben prima del suicidio di Kurt Cobain.

Dopo anni, letto tutto ciò che c’è da leggere e conoscendo le complesse personalità di quei musicisti quasi come se fossi stato lì con loro, mi appare chiaro il fatto che siano stati tutti suicidi. Troppe contraddizioni, troppi compromessi, troppe debolezze nascoste perché poco remunerative, li hanno logorati al punto da trovare rimedio alla sofferenza nell’oblio. Chi in maniera eclatante con un colpo di pistola o con una corda, chi nella lentezza di un costante avvelenamento contrastato inutilmente da una lotta mai pienamente consapevole e convinta. Si sono in questo modo liberati dalle attese, dall’angoscia di essere volenti o nolenti delle icone.

La consapevolezza di essere degli esempi sbagliati, e dover scegliere tra la loro vita e una di totale finzione, con la conseguente contraddizione però di dover essere se stessi per fare musica onesta, come i fan del grunge pretendevano dai loro idoli. Una specie di tiro alla fune che li ha dilaniati: da una parte l’industria musicale e l’amore del pubblico, dall’altra la loro anima. Lo strappo nel mezzo ha distrutto quei ragazzi chi prima e chi dopo. Scott Weiland nel 2015, Chris Cornell nel 2017. Kurt Cobain, Staley, Shannon Hoon anni prima.

Tutto questo domino di anime risale a quel 19 marzo del 1990 quando il fantasma di Andrew Wood ha cominciato a tormentare i sogni dei suoi colleghi. In quella stanza di Detroit, dopo l’ultimo concerto della storia dei Soundgarden quando Chris ha deciso di farla finita, forse l’ultima cosa che ha visto è stata quel demone che è venuto finalmente a reclamare la sua anima, e magari aveva la faccia di quel vecchio coinquilino…

IL DISCO
Louder Than Love consolida i Soundgarden come gruppo più lanciato nel pur nutrito magma incandescente formato dalle decine di band scalpitanti della scena di Seattle. La firma per la A&M Records li spedisce nel giro che conta e mostra al mondo ciò che gli addetti ai lavori, uniti a quelli che bazzicavano i locali e le sale prove della città, già sapevano. I Soundgarden erano i più bravi, i più rumorosi, quelli più pronti a sfondare. I lavori futuri dimostreranno una potenzialità di evoluzione artistica immensa, ma già gli EP precedenti al loro primo album avevano suscitato grande interesse.

Fopp e Screaming Life, poi pubblicati in un’unica soluzione, già mostravano una band ancora acerba e ai primi passi, senza una direzione ben precisa, ma già con una resa sonora senza eguali. Basti ascoltare la sabbathiana sfuriata Beyond The Wheel e quello che riesce a fare la gola del giovane Chris Cornell, per immaginare cosa avevano tra le mani i discografici. La Sub Pop, etichetta indipendente che ha dato i natali ai Nostri e a molti altri come Mudhoney e TAD (oggi ancora in vita, così come la Sub Pop) era il comun denominatore che univa le fasi embrionali di queste future rockstar (Kurt Cobain compreso), così come il loro fotografo ufficiale, un certo Charles Peterson, che vive una vita tranquilla con la sua famiglia a Seattle e ha visto e immortalato quei momenti embrionali.

La copertina di Louder Than Love è uno dei suoi scatti famigerati, presi sui palchi dei locali della zona tutti in bianco e nero, riuscendo come pochi altri a fissare quella selvaggia rivoluzione di musica e idee.
Il mondo ammira la magnificenza di Chris Cornell che canta Loud Love, centrale nel disco come temi e come composizione sonora. La sua voce è un crescendo che irrompe nel pezzo come il fischio di un treno, come una distorsione di chitarra, ad una altezza timbrica fuori dal comune. Perché non è solo una questione di estensione, ma anche di una potenza timbrica annichilente. Negli album successivi ci dimostrerà di saperla anche dosare a livelli di sensibilità cantautorale, ma qui nel 1990 è potenza pura.

Ugly Truth è un monolite nero, così accondiscendente al nomignolo che i Nostri avevano, Led Sabbath. Perché il cantato di Cornell raggiungeva vette alla Robert Plant, ma la chitarra di Kim Thayil accordata a livelli infernali coadiuvata dal drumming mostruoso di Matt Cameron e del basso di Hiro Yamamoto (sarà l’ultimo album per lui, sostituito dall’eccentrico Ben Shepard già dal successivo Badmotorfinger), li faceva suonare come i nipotini rabbiosi della band di Ozzy. La scrittura dei pezzi vede già la preponderanza dell’ego di Chris Cornell, che in futuro darà prova di non avere praticamente limiti in questo senso. Hands All Over è furia pura ma già sorniona con un refrain accattivante, anticipando un’apertura futura ad un pubblico esponenzialmente più grande.

I Soundgarden con le note di questo primo LP affermano che sì, sono punk, hard rock e pure un po’ metal, ma soprattutto mettono in guardia i loro ascoltatori a non aspettarsi niente, con il rischio di sorprese inattese. Goliardica e oscena è la scudisciata di Big Dumb Sex mentre Full On è quasi un sogno sul futuro, anticipando di 16 anni il mood di Boot Camp, ultima canzone dell’ultimo album pre-scioglimento Down On The Upside.

I Awake è dissonanza pura che esplode in una furia incontenibile che racchiude tutto lo spirito indomito del movimento grunge, qui imbrigliato in un metal rallentato e quasi doom con uno dei ritornelli più incredibili di Corneliana fattura. Le atmosfere rimangono oscure, claustrofobiche, con No Wrong No Wright, e questo rende chiaro il fatto che il successo di questi album così criptici ed estremi era qualcosa di straordinario, trainati da una voglia di cambiamento rispetto ad un’era, quella del glam e del pop, che aveva stufato con la sua artificiosità estrema.

C’era bisogno di qualcosa di più vicino ai reali sentimenti della generazione X degli anni ’90, una generazione che alla fine dei conti era incazzata marcia. Avevano bisogno della furia di pezzi come Full’s On Kevin’s Mom e Get On The Snake. Anche il blues fa capolino nel nero mood Sabbathiano con Power Trip, allargando una offerta musicale già sorprendente. Gun sembra cadere dall’alto come un carico di mattoni, e quasi sembra scherzare con la resa emotiva dell’ascoltatore rallentando sadicamente e sferrando dei colpi sotto la cintola che tolgono aria ai polmoni. Uncovered lascia intravedere quegli strati, tanti, di profondità che le composizioni dei Soundgarden raggiungeranno con l’apice di Superunknown e Cornell nell’anno successivo, con il tributo capolavoro a Andrew Wood del progetto Temple Of The Dog.

…E OGGI
Louder Than Love è un cimelio di un momento vivo e pieno di potenza in procinto di esplodere. La rampa di lancio dove tutto sembrava possibile. La morte aveva già fatto capolino in quel gruppo irripetibile prendendosi Andrew Wood, ma la macchina era già lanciata a tutta velocità ed era irrefrenabile.

Con i Soundgarden il grunge arrivò nelle camerette di tutto il mondo dei fan del rock, con i Nirvana arrivò a Top of The Pops. E’ davvero difficile ascoltare Louder Than Love e tutti i dischi di quell’era senza la malinconia del senno di poi. Quanta sofferenza, quanto dolore e lacrime dietro a quella montagna di Dollari. Ma anche tanta musica, e di una qualità che non abbiamo più visto, se non a sprazzi. L’ultima vera rivoluzione del rock che non ha solo il volto di Kurt Cobain ma anche lo sguardo spiritato di Kim Thayil, il volto spigoloso di Mark Lanegan, il nasone di Mark Arm dei Mudhoney, la pancia prominente di Tad Doyle, l’entusiasmo a stento contenibile di Eddie Vedder, catapultato in quel mondo pieno di talenti enormi così pieni di idee e sensibilità al pari di ombre buie come lo spazio profondo della depressione.

Ricordate però, fan dei Soundgarden e tutti quelli che hanno apprezzato questo disco, il motivo per cui vi ha tanto ispirato, aiutato, accolto nelle sue braccia potenti. Non per moda, ma perché era l’amico giusto al momento giusto, che ha parlato e urlato per voi. Ritrovate quel sentimento di indomita giovinezza senza compromessi e urlate a squarciagola.

Daniele Corradi

Foto di Francesco Prandoni

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