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Burn My Eyes dei Machine Head compie 25 anni

Il 9 agosto 1994 viene dato allo stampe Burn My Eyes dei Machine Head, un disco che funge da ponte ideale tra il thrash di prima generazione e il più moderno groove metal. Se da una parte quindi l’opera prima di Robb Flynn non dischiude in sé il germe dell’innovazione presente in molti lavori dei Pantera, per citare un nome neanche troppo a caso, dall’altra ha avuto l’indubbio merito di accontentare sia un’audience più matura e legata a un sound più classico, sia un pubblico più giovane e affezionato a correnti sonore per loro più attuali.

25 ANNI FA…
Nell’intricato labirinto della storia della musica, il 1994 rappresenta uno snodo fondamentale. Con la tragica morte di Kurt Cobain, gradualmente si spegne anche il successo commerciale del grunge, e inizia a farsi strada a spallate il punk melodico di Green Day e Offspring.

Le sonorità più heavy non se la passano troppo male, nonostante lo spazio mediatico ad esse riservate sia inferiore rispetto a qualche anno prima. I sopracitati Pantera pubblicano infatti Far Beyond Driven, i Kyuss Welcome to Sky Valley, gli Slayer il sottovalutatissimo Divine Intervention e i Dream Theater Awake. Addentrandoci nelle nicchie più oscure del metal, nomi storici quali Burzum, Darkthrone, Emperor e Mayhem compongono quasi contemporaneamente i quattro manifesti del black. In questo clima di fermento, si inseriscono i Machine Head con Burn My Eyes. Per essere una band molto giovane (i Nostri si sono formati appena tre anni prima a Oakland, in California) e con solo una demo alle spalle, Flynn e soci riescono a farsi notare subito dalla Roadrunner Records e a garantirsi fin dal principio un’ottima esposizione commerciale, trasformando il proprio esordio nell’album più venduto dall’etichetta fino al debutto degli Slipknot.

IL DISCO
Burn My Eyes è uno degli emblemi più significativi del nuovo groove-thrash (come è stato definito da molti), e uno dei momenti più alti della band californiana. Lungi dall’avere (per ora) velleità radiofoniche, molti pezzi del primo full-length dei Machine Head accostano all’aggressione implacabile dei riff granitici e all’instancabile sessione ritmica un gusto per i refrain più immediati (impossibile non citare la opener Davidian oppure la successiva Old).

È quando i ritmi rallentano e si fanno più inesorabili e decadenti che la vena melodica traspare maggiormente (vedi l’alienante I’m Your God Now), ma la caratteristica principale di Burn My Eyes è di non lasciare neanche un momento di tregua, dipingendo un ritratto claustrofobico e piuttosto veritiero del decadimento urbano, fatto di rivolte, droghe e disagio sociale. Brani come le già citate Davidian e Old, ma anche Death Church e Block a distanza di venticinque anni dalla pubblicazione mantengono intatto il proprio potenziale incendiario, consegnandoci un disco ancora tremendamente attuale sia per quanto riguarda le tematiche trattate, che il sound stesso. Potenziale che oltre all’etichetta dei Nostri, non è sfuggito nemmeno agli Slayer, che hanno voluto i Machine Head come supporter per il loro tour europeo durante la seconda metà del ’94, contribuendo a lanciare la giovane formazione nel Vecchio Continente, terra in cui da sempre hanno riscosso un successo ancora maggiore rispetto alla madrepatria.

…E OGGI
Il viaggio dei Machine Head è stato ed è tutt’ora piuttosto turbolento e spesso non del tutto piacevole, complici continui cambi in line-up, personalità facilmente infiammabili e svolte nel proprio sound non del tutto apprezzate dai fan (vedi l’avvicinamento al nu metal con The Burning Red, che però d’altro canto, rappresenta uno dei maggiori risultati a livello commerciale della band), tanto che saranno in molti i detrattori a tacciare Flynn e soci di essere meri imitatori di correnti e mode. Tra alti e bassi, tanto bassi che sembrava quasi che nel 2018 il combo si dovesse sciogliere del tutto, i Machine Head hanno dato alle stampe un altro album molto discusso, Catharsis, e si stanno imbarcando nel tour celebrativo di Burn My Eyes (ri-registrato per intero in studio), che ha visto il temporaneo ritorno in formazione del batterista Chris Kontos e del chitarrista Logan Mader.

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