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Like a Prayer di Madonna compie 30 anni

Più ci pensi, più realizzi che Madonna è la versione femminile di David Bowie. Mettete giù le roncole e ragionate un attimo: la capacità di reinventarsi, la capacità di scegliere molto bene i propri collaboratori, la capacità di fiutare dove tira il vento, giocare con la sessualità e con la propria immagine… Certo, Bowie per –quasi- ogni sua scelta ha avuto il gusto personale e la pura ricerca artistica come minimo comune denominatore, mentre la Signora Ciccone ha sempre avuto occhio di riguardo per il Prodotto per le masse. Ma è una vi$ione in$ita nel $uo e$$ere americana, quindi glielo possiamo perdonare.

Nel 1989 Madonna è ormai un’artista affermata. Ma gli anni ’80 stanno finendo, e lei rischia di rimanerci inghiottita dentro. Ha già prodotto tre dischi in studio, ci ha preso alla grande a fare Like a Virgin con Neil Rodgers (1984) e con True Blue ha riempito gli stadi (1986). Le ultime uscite però non stanno andando benissimo: certo qualche singolazzo viene sempre fuori, ma il progetto film+colonna sonora di Who’s That Girl è stato un mezzo flop. Con il synthpop si è ormai alla frutta. La squadra di produttori non cambia, sempre il duo Leonard / Bray, ma c’è bisogno di qualcosa di nuovo.

Like a Prayer è un disco più grande nelle intenzioni e nei presupposti che nel risultato, ma il messaggio è passato comunque e ha consegnato Madonna all’immortalità. Sulla carta, si transita verso qualcosa di più ‘suonato’, con strumenti ‘veri’ e non solo sintetizzatori programmati. Non ci si può più limitare alla ricerca del pezzo da ballare nel club, Madonna per la prima volta si apre al proprio pubblico e compone un album parecchio personale ed autobiografico. In una parola, è il momento perfetto per la MATURAZIONE, e non c’è tanto da spernacchiarla perché il momento era proprio quello giusto (anagraficamente, discograficamente, come volete) ed è stata una scelta azzeccata.

La title-track è la sintesi perfetta di questa nuova visione: un trascinante gospel sostenuto da una chitarra funky e il basso effettato coatto degli anni ’80. Madonna non squittisce più ‘come una vergine’: l’ardore religioso che scorre nel suo sangue italiano sfiora il carnale, vai di video che in un colpo solo mischia tensione sessuale, razziale e religiosa e BOOM. Storia della musica. Fosse tutto così sarebbe un Capolavoro vero, ma purtroppo non lo è: se Like a Prayer è arrangiata da Dio ed è meritatamente immortale, una Keep It Together è figlia di quei tempi, dove la transizione verso la registrazione in digitale ha regalato sonorità spesso fiacche ed invecchiate malino.

L’altro singolazzo, Express Yourself, è una dance trascinante più vicina alla Madonna classica degli anni ’80: qui tenuta fresca dallo slancio positivo del pezzo e dal messaggio di affermazione personale, antesignano del girl power che verrà, contornato ovviamente da un video provocativo nel suo sfidare le convenzioni sessuali. E’ un pezzo che tira e che non smetteresti mai di ballare, ti entra in testa e non ne esce (ne sa qualcosa Lady Gaga), ottimo esempio di come Madonna avesse ancora benzina per ballare. Controbilanciato, ahimè, da una Cherish dove sembra invece la Kilye Minogue ragazzina che cerca di imitare Madonna stessa. Non sempre poi la Madonna promotrice della riscossa femminile funziona: la seguente Dear Jessie e il suo video Disneyano sono state inghiottite dalle pieghe del tempo, a ragione.

Era lecito aspettarsi qualcosa di più da Love Song, il duetto con Prince. I due titani evidentemente non erano in stato di grazia: Prince non voleva andare a L.A., Madonna si rompeva a Minneapolis, quindi non ci hanno lavorato su a dovere e non è venuto fuori un pezzo memorabile (ma che comunque verrà ripreso anni dopo in Hung Up).

Di memorabile, per davvero, c’è la parte più autobiografica del disco. E non solo perché Promise to Try, dedicata alla madre scomparsa, è una semplice ballad piano e voce, senza orpelli, dove Madonna ci fa sentire la sua voce come mai prima di allora. La lunga Till Death Do Us Part spinge ai limiti il formato pop rock in una spiazzante cronaca del suo matrimonio fallito con Sean Penn. Un pezzo decisamente coraggioso sia come argomento che come sonorità, più secco e rock rispetto alla media del disco, con in particolare l’incalzante finale dove Madonna duetta con sé stessa. Allo stesso modo Oh Father è una ballad per niente scontata: quasi dark, adeguata nel raccontare il difficile rapporto con il padre, ma allo stesso tempo trascinante e con una melodia vocale decisamente originale, grazie ai cori quasi religiosi.

La volpona di Madonna cambierà totalmente look per l’uscita del disco, passando dal suo classico biondo ad una chioma decisamente più latina. Immaginario religioso come se piovesse, un passaggio a temi “da grandi” che chiude con largo anticipo la stagione dello sballo anni ’80, copertina del disco stilosissima e SBAM pacchetto completo. Tornerà presto bionda, però: l’esibizione di Express Yourself agli MTV Awards sarà una pietra miliare dell’emittente e antipasto del tour che verrà. L’adeguatamente titolato Blonde Ambition Tour porterà il tutto a “the next fucking level”: sarà il prototipo del tour ‘da diva’, con scenografie e coreografie elaborate, il primo vero tour moderno da regina del pop, mai visto prima. E tutte le altre dietro a pedalare.
Visto che è più simile a Bowie di quanto vorreste ammettere? 😉

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