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La rivoluzione di Manuel Agnelli agli Arcimboldi

Si è chiusa ieri sera al Teatro Arcimboldi di Milano la serie di nuove date di An Evening With Manuel Agnelli, lo spettacolo solista del leader degli Afterhours. Un format che, dopo il grande successo registrato la scorsa primavera, mantiene un format ben preciso. È invariata la scenografia: due poltrone, un appendiabiti, il telefono di un’antica cabina, un tavolino apparecchiato, casse e strumenti posizionati geometricamente, pronti a raccontare, ognuno, una storia, in un salotto urbano, stanza di qualsiasi appartamento di mondo.

Ad essere rimodellato, però, accettando la sfida di proporre qualcosa di nuovo a coloro che erano accorsi anche ad aprile, è il perno argomentativo. “Mi sono chiesto di che cosa stessi parlando, che cosa avessero in comune tutte queste cazzate” – ha confessato Agnelli – “La risposta è una soltanto: si parla di rivoluzione“. Sull’impalcatura di divertenti ed inevitabili espedienti teatrali, il dialogo che si instaura tra artista e spettatore, tra essere umano ed essere umano, è testimone dell’inestimabile valore del cambiamento.

Puntuale, il sipario si apre sulle note di Berlin di Lou Reed, eseguita in una personalissima versione piano e voce. “Ancora prima della rivoluzione legata alla caduta del muro, andavo spesso a Berlino” – ricorda Manuel – “Era una roccaforte di pericolo e libertà, un puntino di Germania dell’Ovest incastonato nella Germania dell’Est”. Alla città sono legati ricordi di disavventure con l’amico tedesco Anton, di ore trascorse in cella solo per aver sbagliato una fermata del bus e aver “svalicato”, di amori dai capelli biondi finiti male, anzi mai iniziati. Legata al periodo è Male di miele, brano che introduce, anche, Rodrigo D’Erasmo, demiurgo del suono, fedele compagno in questi show. A una linea vocale possente, dall’ineccepibile qualità corrispondono le distorsioni acide delle corde e dell’archetto del violino che si prolungano in Musa di nessuno e Né pani né pesci.

È rivoluzionaria la lettura dei versi de “La vipera convertita” del poeta dialettale Trilussa, dedicata a un misterioso “figuro” che si aggira nel nostro paese, partito forse proprio da Milano, in una continua disseminazione di “veleno”: “Magari stasera è presente…Dato che non è nemmeno interista” – ironizza il lato calcistico di Agnelli. Attraverso lo sguardo cristallino degli occhi blu di Non voglio ritrovare il tuo nome, si giunge ad un nuovo sovvertimento dell’ordine: “Hai Paura Del Buio è stato l’album del “salto di carriera” degli Afterhours. Poco prima, avevo perso il lavoro, abitavo in una mansarda sopra un negozio di animali e trascorrevo ore a suonare un vecchio pianoforte. Da lì è uscita anche questa”. Il congegno che si spegne da sé di Pelle accende in modo inversamente proporzionale le luci della scena sul turbinio di emozioni del pubblico attonito.

In Costruire per distruggere è racchiuso il senso stesso della materia di analisi, approfondito, in seguito, con la lettura di un passo del libro “Fuochi” di Roberto Farina incentrato sulla figura di Robespierre, nel momento storico della Rivoluzione Francese. Nei differenti timbri del cantautore milanese si animano i personaggi della vicenda, gli alleati, i traditori, il popolo de La Ville-Lumière colpevole di rinnegare e ghigliottinare una delle bandiere della liberalità.

E, pure circoscrivendo di nuovo il perimetro all’ambito artistico, c’è una rivoluzione nel desiderio di omaggiare gli artisti dai quali si è sprigionata una fertile ispirazione, oltre ogni semplicistica playlist. Shadowplay dei Joy Division viene sapientemente stravolta tra il bianco e il nero dei tasti del pianoforte; del primo album di Bruce Springsteen è, invece, Lost In The Flood: “Ai concerti, i fan del Boss la chiedono da tantissimi anni, senza risultato. Ecco…stasera ve la facciamo noi”.

Una particolare introduzione è d’obbligo per Video Games di Lana Del Rey, riarrangiata in sfumature baritonali, decadenti e pubblicata come singolo del vinile dedicato al live nei teatri, uscito il 22 novembre: “Mia figlia stava ascoltando un brano e mi sembrava interessante, allora le ho chiesto che cosa fosse. “Lana Del Rey, papà, quella che hai detto che non ti piace senza averla mai ascoltata. Direi che come tutti i genitori ho già iniziato a prendere lezioni da mia figlia”. E alla giovane quattordicenne è dedicata una dolcissima versione acustica di True Love Will Find You In The End di Daniel Johnston.

Tra esilaranti racconti legati al rapporto con gli appassionati che seguono da sempre la band, benedizione e maledizione di ogni musicista, alla figura “mitologica” di una fan veneta con il potere di spuntare ad ogni concerto, reclamando Strategie – ieri eseguita e tanto apprezzata – si rinnova l’appuntamento con la storia e si cita il fantasma revisionismo odierno, denunciato fra le righe della dichiarazione di Goering al Processo di Norimberga.

Ci sono rivoluzioni che possono trasformarsi in delusioni, in gabbie – prosegue l’ex giudice di X-Factor – Ci si accanisce talmente tanto da diventare moralmente non rispettabili, delle merde. Ci si accanisce così tanto da perdere di vista il motivo per cui sentirsi liberi, per cui si combatte”. Il capolavoro che suggella queste parole è Padania menzionata, inoltre, come colonna sonora di chiusura della serie TV “1994”, l’anno cruciale per la frantumazione di ideali e speranze. Premendo play sulla lista delle canzoni più amate, ecco Non è per sempre: anticipata da uno stravagante tutorial su “lo stage diving perfetto”, la traccia che dà il titolo all’omonimo disco del 1999 è intonata all’unisono dall’intero teatro che si unisce a Manuel e Rodrigo in uno speciale trio.

Un trio replicato con l’apparizione sul palco dell’amico Greg Dulli, ex leader degli Afghan Whigs, con il quale gli Afterhours avevano co-prodotto Ballate per piccole iene (2005) da cui è stata estratta La vedova bianca, proposta anche nella versione inglese. Per il finale del primo, intensissimo set si chiama di nuovo in causa “la rivoluzione”: “Succede sempre più raramente di emozionarci a un concerto. Forse perché ne abbiamo visti troppi, forse perché mancano le emozioni. Con un’eccezione, però. Durante un suo live, un artista ha chiamato sul palco una decina di persone, rispolverando il senso dell’esperienza diretta. Anche se vogliono farci credere che sia tutto esperibile attraverso lo schermo di un telefono, non è così. Lui l’ha dimostrato, con un atto rivoluzionario oggigiorno”. Il misterioso lui è Nick Cave e la sua Skeleton Tee è l’unico brano non autografo eseguito fedelmente, come vero e proprio tributo.

Nei due encore, acclamati da applausi scroscianti, il focus sul cambiamento è impreziosito dal potere dei ricordi. Alla madre è riconosciuto il merito di aver rivoluzionato gli ascolti del piccolo Manuel – “Mi portò in un negozio di dischi e mi fece scoprire i Beatles… per sfinimento credo, perché non facevo altro che suonare al pianoforte Il Piave Mormorava”; alla scomparsa del genitore paterno, al quale è destinata La giacca di mio padre, si dice essere seguite innumerevoli valutazioni su valori e priorità.
L’aquila, tratta da Il mio canto libero del 1972, si libra nell’altezza di un artista talmente innovativo da non invecchiare mai, Lucio Battisti, mentre Quello che non c’è e Bye Bye Bombay sono ricollegate rispettivamente agli anni del punk a Londra sotto il segno di Elvis Costello e al passaggio epocale al nuovo millennio, spunto per un viaggio un po’ spirituale un po’ in stile Indiana Jones nelle terre bagnate dal Gange con l’amico Emidio Clementi.

“Questa è l’ultima davvero” – sussurra Agnelli. Ci sono molti modi, in una sorta di profana liturgia, è suonata come sempre al Fender Rhodes e, come sempre, è dedicata a Francesca, all’amore che, nonostante il dolore, la sofferenza, si dimostra come la più energica ed efficace ribellione, nel tornare a scorrere.
E allora quel bicchiere sollevato al cielo dal Manuel dopo la meritatissima standing ovation per una perfomance catartica, strutturata in maniera ineccepibile e sinceramente sentita per oltre due ore e mezzo da entrambi i lati del palco, forse, è nato proprio come brindisi al motore di tutto questo. Un brindisi alla rivoluzione.

Laura Faccenda

Foto di Elena Di Vincenzo

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