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Il cielo della vergine di Marco Masini compie 25 anni

Il cielo della vergine di Marco Masini è uscito il 10 gennaio del 1995, bissando un successo che già serpeggiava per tutto il Paese sulle note di Disperato, Perché lo fai, Vaffanculo. E’ l’album della schiettezza scomoda, della parte oscura della vita raccontata da quel volto quasi anonimo, pallido, arrabbiato, e da quella voce graffiante.

Lo strano caso di un artista che ha avuto un successo smisurato, che si è insinuato nella cultura italiana come pochi altri, trasversalmente in tutte le fasce di età, di cultura e di ricchezza. Al tempo stesso però la sua corrosiva sincerità lo ha lasciato ai margini, lo ha emarginato agli occhi dei benpensanti, portandolo ad un forzato allontanamento dalle scene e un gradito ritorno dopo alcuni anni di silenzio. Tutto questo, la gloria, il silenzio e il ripudio è uno dei modi più completi e veritieri di raccontare l’italiano della metà degli anni novanta.

25 ANNI FA…
La superstizione è una caratteristica della cultura italiana, uno di quei segni distintivi che nemmeno il progresso ed il futuro riusciranno mai a depennare, perché bene o male fa parte del nostro DNA. Possiamo riderci sopra, raccontare storielle e costruirci pantomime cinematografiche e letterarie, ma come tutte le cose spesso ha dipinto pagine oscure della nostra storia. Ci sono passati in molti da questa gogna di piazza, da Mia Martini a Tenco, che con sagacia rispose così quando gli chiesero perché scrivesse sempre e solo canzoni tristi: “Perché quando sono felice, esco”.

Così anche Masini cadde vittima del pettegolezzo e del giudizio superficiale, di scherno ma neanche tanto. Venne messo ai margini non solo dei gusti ma anche del mercato, perché si diceva portasse sfortuna, un sentimento veicolato dalle tematiche tristi che molte delle sue canzoni glorificano e utilizzano per caricare di intensa drammaticità le sue liriche. Prima che questo malato meccanismo lo costringesse ad allontanarsi dai palcoscenici, Masini è stato uno dei grandi fenomeni mediatici dell’Italia degli anni ’90. Bomber o giubbotto di jeans (ricordate il paninaro di Sergio Vastano a Drive In?) orecchino all’orecchio sinistro, interpreta gli anni di smarrimento e di paure, in un decennio in cui il mondo cominciava ad affacciarsi alle nostre cose, mentre proprio le ‘Cose Nostre’ ci riempivano non solo di terrore ma anche di vergogna.

La quasi consapevolezza, appena oltre lo stato di coscienza, di essere noi stessi un po’ responsabili dell’esistenza di questo cancro del nostro Paese, dell’implicazione delle nostre alte cariche istituzionali e non solo, anche nel nostro intimo di italiani, nel nostro essere troppo accondiscendenti e pavidi al cospetto della violenza, di sostituire una presenza prepotente e violenta con una non presenza istituzionale. Per questo la generazione italiana dei ’90 aveva bisogno di una voce e di un urlo per fare uscire questa frustrazione e mille altre, e la trova in Masini e la sua terapeutica Vaffanculo, una canzone che ricordo cantata a squarciagola da tutti. Ricchi e poveri, frustrati e soddisfatti, vecchi e giovani. L’estate in cui uscì, in T’innamorerai del 1993, il suo ritornello era presente in ogni piazza e usciva da ogni finestra di quell’estate italiana. Noi ragazzini la urlavamo totalmente ignari del significato del testo ma poco importava, era strumento sublime di ribellione a tutta la miriade di cose che nell’ignoranza di cosa fosse la vita adulta pensavamo ci soffocasse e imprigionasse.

Masini con il suo urlo dava voce all’emarginato e allo sconfitto, in un meccanismo di immedesimazione Fantozziano ma senza alcun tipo di ironia. Le sue canzoni raccontano la disperazione amorosa, la rabbia animalesca che porta la frustrazione di un destino avverso, il pianto digrignato tra i denti e il rancore, lo schiaffo trattenuto a stento, l’animo peggiore che ci rende, al pari del bacio e della carezza, umani.

IL DISCO
Bella stronza è diventata un’arma per migliaia di giovani e meno giovani, un’arma di rancore contro chi ha lasciato. Un dardo misogino certo, ma a quei tempi ci si badava meno a questo senso univoco del messaggio. Dal lato femminile il testo creava immedesimazione negativa non meno potente, una sorta di vicinanza samaritana, di tenerezza suscitata dalla pena per quest’uomo usato, distrutto e abbandonato che a stento riesce a trattenere la violenza e per nulla l’autocommiserazione.
Insomma, una situazione penosa che coinvolgeva proprio tutti, con il suo linguaggio esplicito (stronza, puttana) diventava anche un gioco per i giovanissimi che si sentivano emancipati a vestire questi vestiti da grandi, con queste storie tragiche che ancora non li riguardavano e che erano una finestra opaca sulla vita futura.

Musicalmente l’album ha una sua valenza storica portando dentro il segno stilistico di quel pop anni ’90 glorificato da radio e tv (erano gli anni del mitico Festivalbar) e proprio nella title track si sente il lavoro che Masini fece per il collega Raf nell’album Cosa resterà degli anni ’80, avvicinando di molto i due stili, e del capolavoro Si può dare di più cantata con Morandi e Ruggeri e Tozzi. Le tematiche non riguardano solo l’amore ma anche l’emarginazione sociale, come racconta Frankestein e l’epopea di Franco, ‘fin da piccolo il più brutto del quartiere’, e degli scherni dello stesso Masini con il risentimento e il senso di colpa quando in età adulta la vittima dei lazzi viene colto da una malattia letale.

In Il cielo della vergine il sound, rispetto agli album precedenti, si fa più chitarristico, ed echi del Vasco de Gli spari sopra si sentono in Il morbo di Beatiful, altro marcatore dei tempi che erano in cui il telefilm americano si era insinuato nelle vite dell’italiano medio, accompagnandolo per diversi decenni sopravvivendo a mode di ogni tipo. Si torna su terreni più convenzionali in Cuccioli e Principessa, altra hit di quel 1995, per lo stesso motivo di Bella stronza. Tematica scomoda e modo schietto e quasi accusatorio di raccontarla. Linguaggio esplicito ed espressività potente, disperata, rabbiosa. Così gli abusi di un padre nei confronti della figlia raccontati senza metafore o sotterfugi irrompono nella classifica italiana dei dischi più venduti. Se Volersi male è il compimento poetico dell’autodistruzione, Fatti furbo è una ninna nanna ad un ideale bambinesco sé stesso, con Zero come elogio al nichilismo umano e Tempo buttato via un lamento accompagnato dal piano che parla ancora una volta di disillusione dei rapporti di coppia.

…E OGGI
Mondo di merda, figlio di puttana: espressioni che si usavano tutti i giorni di nascosto dal diretto obiettivo, sussurrati a denti stretti, grazie alle canzoni di Masini avevano un espediente per venire urlati al cielo. Non importava avere davanti la persona alla quale erano destinati, bastava averli bene in mente e ripercorrere quelle storie che erano di qualcun altro e tutte nostre al tempo stesso. Direttamente o indirettamente, il senso di immedesimazione era totale, con il disperato abbandonato, con il drogato senza speranza, con il deriso dai più. E oggi? Masini si è liberato delle maldicenze. Oddio, siamo in Italia, e di queste cose non ci si libera probabilmente mai. Ma il look non è più trasandato, è bensì curato e ordinato. Tutto quello che prima esprimeva uno stato di trascurata rabbia contro tutto e tutti, oggi trasmette una placida consapevolezza che si riserva anche sulla sua musica. Presto Masini si presenterà nuovamente sul palco di Sanremo che lo ha visto vincere con L’uomo volante nella 54sima edizione. Nessuno gli chiude più porte in faccia. Si è persa quella potenza espressiva così perfetta per quel periodo storico, una rabbia repressa che si è presto riversata su Masini stesso, quasi che lui fosse diventato la personificazione dei mali della gente. Il fatto che ne sia uscito è una speranza (dove Mia Martini e Tenco non sono riusciti) per superare le negatività del mondo grazie alla musica.

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