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I primi 50 anni dell’ex Anticristo per eccellenza

Il 5 gennaio del 1969, 50 anni fa, nasceva Brian Hugh Warner, da noi conosciuto con lo pseudonimo di Marilyn Manson. Una delle icone del nostro tempo, vi piaccia o meno sentirvelo dire. Una sorta di demone minore della contraddizione e della destabilizzazione culturale, e per cultura intendo quella grossa, popolare, quella di tutti.

Le sue immagini sono potenti, dissacranti. Arrivano a tutti: alla madre che sta cucinando il pasto alla sua famiglia, al padre terrorizzato all’idea di vedere un giorno uscire dalla propria stanza il figlio o la figlia truccati o vestiti come lui, alla nonna che guarda senza capire quel freak che sembra uscito dal peggiore incubo della globalizzazione e della cultura di massa. Simbolo oscuro della contraddizione, glorificata già dal nome che ha scelto per marchiare la sua arte, prodotto da un accostamento schizofrenico della più bella esteriorizzazione della cultura pop americana: la sensuale e tragica finta superficialità della diva Marilyn Monroe unita ad una delle patologie peggiori della medesima cultura, un frutto nero che a lei si è rivoltato, lo psicopatico, leader di una setta, amante morboso e malato dei Beatles, Charles Manson.

Menestrello violento uscito da un immaginario horror, cupo e dark, obliquo, asimmetrico, sbagliato. Esagerato nel make up, nei toni e nelle azioni. Artista che ama comunicare, che ama distruggere tanto quanto ama ricostruire sulle macerie dell’ipocrisia simulacri di ciò che nessuno vuole vedere, il tempio della paura più grande e che la nostra civiltà tende sempre più a ripudiare: la Verità.

MARILYN MANSON NELLA CULTURA DI MASSA
Dall’accusa di avere ispirato la strage della Columbine High School ai capannelli di preghiera dei cittadini di Villafranca a Verona, Manson è stato più volte additato come responsabile di tutto quello che non andava nella società, di tutto quello che spaventava per il semplice fatto di non avere una spiegazione tra le consuetudini.
Gli aneddoti estremi legati alla sua figura sono numerosissimi, e si generano da questo suo rapporto passionale e sanguinoso con la religione e la sessualità, un gioco di ombre nato durante la sua infanzia e che nel tempo si è estremizzato, deteriorato e consumato, fino alle punte del satanismo e della pornografia.

La glorificazione dell’impianto familiare classico e dei dogmi religiosi sono diventati i suoi più acerrimi nemici, un tempio di ipocrisia da distruggere tramite l’arte, un’arte espressa su più fronti. Manson è pittore e attore, ama alla follia Willy Wonka, il personaggio uscito dalle pagine di Roald Dahl e che avrebbe desiderato interpretare nel film di Tim Burton togliendo il ruolo al suo amico Johnny Depp.

Ha debuttato sullo schermo grazie a nientemeno che il re dell’onirico su schermo, David Lynch (Strade Perdute). Ancora stiamo aspettando il suo debutto alla regia per il film sul controverso personaggio di Lewis Carroll, colui che scrisse Alice Nel Paese Delle Meraviglie (il nome di un suo album Eat me, Drink Me del 2007 è una citazione) bloccato a tempo indeterminato per non ben chiari problemi di produzione. I suoi dipinti sono stati al centro di mostre gettonatissime a Los Angeles, Parigi, Berlino.

Grazie al matrimonio con Dita Von Teese unisce la sua figura a quella del mondo del burlesque, di cui la bellissima ballerina era personaggio di spicco. La sua immagine è stata curata nei minimi dettagli ed è cambiata negli anni, dallo spauracchio horror iniziale all’alienazione dell’alter ego Omega, passando dalla distruzione delle consuetudini di genere, diventando un’icona che va oltre la dicotomia maschio/femmina evolvendo in una cosa a sé sempre più disturbante.

La sua autobiografia svela molti arcani dietro a quella che negli anni è diventata una vera e propria mitologia. Sfata il mito del suo occhio di vetro smentendo la voce secondo cui se lo fosse cavato da solo durante un concerto, racconta la sua bizzarra infanzia segnata dalla scoperta del materiale pornografico del nonno e della verità di avere un pervertito in famiglia. Il suo primo desiderio era diventare un giornalista musicale, cosa che lo mette in contatto con molti artisti già acclamati, come quel Trent Reznor dei Nine Inch Nails che sarà il suo primo promotore e produttore.

Manson è un acido che corrode la patina superficiale, un dissacratore coscienzioso. Colleziona scheletri e feti e tutta una gamma di arti artificiali. Tutto della sua vita è un’offesa ai valori costruiti con fatica e mantenuti con ancora più sacrifici. Questo lo rende un nemico, un bersaglio dell’odio che la società produce quotidianamente insieme ai suoi manufatti, ai suoi oggetti e servizi, come un materiale di avanzo da smaltire in qualche modo. C’è sempre un posto dove le persone rimettono questo acido che gli ingranaggi della società provano a eliminare ogni secondo, e Manson è stato l’obiettivo per anni, accettandolo di buon grado, ingerendolo e dando in cambio arte.

LA MUSICA, IL FANGO, IL FUMO E L’ARROSTO INDIGESTO
Il suo ego comincia da subito ad autoalimentarsi come un sole appena nato e in espansione. Il suo gruppo da Marilyn Manson and The Spookie Kids diventa in maniera quasi naturale solo Marilyn Manson, un’insegna luminosa dietro la quale le facce dei suoi musicisti (negli anni si sono succeduti grandi artisti, come il bassista Twiggy Ramirez) si dissolvono in uno sfondo sfuocato.

Trent Reznor dei Nine Inch Nails decise di produrlo in un sodalizio morboso che veleggiava tra l’ammirazione e la rivalità, innescando una bomba che esplose con la cover degli Eurythmics Sweet Dreams (Are Made Of This) incisa originariamente nel 1983. La versione dark horror uscita nel ‘95 del famoso pezzo pop è ancora oggi uno dei manifesti della musica di Manson, sdoganato in tutti i mercati musicali.

Il suo successo però non si ferma qui, e i primi album sfondano uno dietro l’altro. Portrait Of an American Family, Antichrist Superstar e Mechanical Animals sono la trilogia prorompente che lo lancia nel mainstream, una vetta che gli è appartenuta fino ad inizio ventunesimo secolo.
Meteorite che colpisce tutte le certezze della società occidentale, la sua musica è dark, sporca, un metal industriale fatto di fumi tossici e di ingranaggi male oliati, riff potenti e testi che puntano allo shock culturale.
I suoi video disturbano e repellono, come l’iconico immaginario horror creato dalle immagini associate a The Beatiful People, quelle figure altissime e spettrali, la bocca di Marilyn divaricata da un congegno metallico contenete una lente di ingrandimento. Numerosi riferimenti alla cultura pop americana e alla sua storia, in particolar modo a quella più obliqua e che ha creato più squarci nel velo sociale, veicolato da un metal alternativo sporco ed energico, adatto ad incontrare i gusti di un bacino giovanile che rifiutava sia l’heavy classico che il fenomeno grunge.

Il linguaggio di Manson si fa sempre più referenziale, codificato, creando una enciclopedia interna al suo gruppo (setta?) di fan più accaniti. Una milizia atta ad amarlo incondizionatamente e a difenderlo dagli attacchi delle marionette della società. I suoi ultimi album hanno perso molto della potenza iniziale, avvicinandosi sempre più ad un rock alternative ammiccante al pop, abbandonando l’industrial di inizio carriera. Anche la sua immagine è cambiata, il make up è diventato più ordinato anche se sempre molto accentuato. Un’eleganza estrema e retrò ha sostituito lo stile selvaggio e demoniaco degli esordi, lo stile e il distacco è diventata la sua forma preferita di espressione.

MARILYN MANSON, OGGI. UNA GUERRA SENZA POLVERE DA SPARO
Marilyn Manson è la cartina tornasole dello stato della civiltà attuale. Stiamo assistendo innegabilmente alla sua fase discendente di carriera, a parte qualche capannello in borghi provinciali, l’artista americano non accende più fuochi nello strato sociale.

E’ curioso valutare questo depotenziamento dell’incisività comunicativa proprio a seguito del decadimento delle istituzioni che ha attaccato per una vita. Come se la guerra si fosse raffreddata perché i sovrani delle due fazioni in lotta sono cambiati, hanno altri interessi, altre battaglie da combattere. Manson non è più lo spauracchio della società, perché ora ce ne sono altri. La Religione è un’istituzione vecchia che fatica a stare al passo delle nuove generazioni, la famiglia di classica composizione un lontano ricordo.

La comunicazione stessa è cambiata e l’Arte è un mezzo elitario che la massa ha totalmente perso di vista, anche nelle sue espressioni più accessibili. Marilyn Manson è un signore stiloso e posato, con tanti aneddoti da raccontare ma poche cartucce da sparare. Il suo recente, estremo video musicale con l’amico Johnny Depp della canzone Say 10 dall’album Heaven Upside Down ha prodotto solo qualche cenno di indignazione dovuta alla rappresentazione patinata di scene di orge e sangue, ma una cosa talmente interiorizzata alla visione generale comune da essere praticamente innocua.

Gli attacchi alla distinzione dicotomica sessuale sono ormai privi di substrato e inflazionati da milioni di dibattiti inconcludenti. Il genere è ormai indistinguibile dalle polemiche ad esso associate. La religione rientra in gioco solo in contesti terrificanti, e mai valoriali. La famiglia è un concetto vago senza più punti di riferimenti da attaccare e distruggere, e in tutto questo Manson è un moderno, sorpassato Don Chisciotte alle prese con mulini a vento, un vento che però si è ridotto ad una lieve brezza. Inoffensiva. E dove non c’è offesa, scema l’Arte.
Buon compleanno Reverendo.

Daniele Corradi

Foto di Mathias Marchioni

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