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Mark Lanegan a Milano: passato e futuro non sono compatibili

Un nuovo Mark Lanegan è di scena al Fabrique di Milano per presentare l’ultimo album Somebody’s Knocking. Scordiamoci il redivivo tenebroso che portava con pochi altri sopravvissuti le sacre spoglie della mitologica era grunge. Scordiamoci il Lanegan dei suoi acclamati dischi solisti come Field Songs o Whiskey For The Holy Ghost, quello del minimalismo musicale che con poche note acustiche di accompagnamento poteva portarti giù in una tenebra melodica che aveva pochi eguali. Il cantante del ‘può cantare anche l’elenco telefonico che va bene lo stesso’. Dimenticatevi anche i ricordi legati agli Screaming Trees, pionieri della etichetta Sub Pop di Seattle e considerati una delle band sottovalutate del lotto, un’avventura che viene ricordata poco e con scarso interesse. In vent’anni di concerti avrò visto fare a Lanegan due o tre canzoni dei Trees e neppure delle più conosciute.

Lo spigoloso artista è un caso unico in un’era che vive di nostalgia, e dove il ricordo del tempo che fu è il più potente motore commerciale. Dopo aver condiviso esperienze musicali con personaggi come Kurt Cobain, Layne Staley e Chris Cornell, ora è interamente orientato verso il futuro. Stranamente non si siede sugli allori e non vive di autoglorificazione. Con la sua Mark Lanegan Band nei tour degli ultimi album ha sempre proposto i nuovi lavori nella quasi totalità, e anche questa sera conferma questo orgoglio ostentato nel nuovo lavoro.

Questo Mark è affascinato dal pop elettronico e vagamente crepuscolare, dal post rock con attitudine punk, una miscela che strizza l’occhio ai New Order e ai Joy Division. I nuovi pezzi sono un gioiello di melodie e testi sopraffini, incastonati in un fuzz elettrico che li rende vagamente inafferrabili, stratificati, niente a che vedere con lo spoglio folk rock a cui ci ha abituato nei primi anni post Screaming Trees. Melodie che ti trascinano in un vortice di soddisfazione sensoriale che tanto deve alle dinamiche pop, tessiture prepotenti e di cui è arduo disfarsi, come nel caso di Letter Never Sent, Stitch It Up, Dark Disco Jag, Night Flight to Kabul (di cui è stato pubblicato un divertente video con un inedito, istrionico e autoironico Lanegan).

Sul palco è come ci ha abituato negli anni. Poco meno che immobile, freddo come il ghiaccio. Pochi “Thank you” che paiono tossiti più che enunciati. Un set corto come consueto e sputato con necessità quasi costrittiva, ma che è ingannevole nel nascondere una passione immensa per il suo lavoro. In questa ampia vetrina dedicata al nuovo lavoro, arricchita anche dalla acida Disbelief Suspension, dalla bellissima ballata sporcata d’elettronica Gazing From The Shore, da Penthouse High, lo spazio per i vecchi pezzi rimane veramente stringato. Nel caso di un artista della caratura di Lanegan questo è un grosso scotto da pagare, perché per la prima volta escono dalla setlist canzoni immortali e stupende come One Way Street o Gravedigger Song, solo per citarne un paio.

Sopravvivono per fortuna la clamorosa One Hundred Days e Hit The City da Bubblegum del 2004, Burning Jacob’s Ladder (b-side del singolo Gravedigger Song), Bleeding Muddy Water, Ode To a Sad Disco, Harborview Hospital da Blues Funeral del 2012, i due album più presenti questa sera oltre all’ultimo. Menzione d’onore alla stupenda Deepest Shade, cover di una perla sconosciuta degli amici Twilight Singers di Greg Dulli e presente in Imitations del 2013 e Death Trip To Tulsa con The Killing Season da Phantom Radio (2014) che ha chiuso la serata.

Non smette di sorprendere Mark Lanegan, uno che la musica la ama davvero, uno che ha visto l’inferno ed è tornato per raccontarlo. Caso più unico che raro di chi potrebbe benissimo avere esordito con questo album, vista la voglia e dalla cura che mette nella ricerca di nuove idee e di nuovi suoni. Potrebbe campare di rendita con un centesimo della sua produzione discografica, ed invece costringe il pubblico a scoprire i suoi nuovi lavori, a costo di creare scontento tra chi invece vorrebbe ritrovarlo immutato nel tempo, rigido come i tratti del suo volto. Lui invece è un serpente che cambia continuamente pelle, e chissà che questa sua forza lo abbia aiutato a sopravvivere laddove molti suoi colleghi e amici invece hanno trovato morte e disperazione.

Daniele Corradi

Foto di Elena Di Vincenzo

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